Rigenerazione urbana, perché serve una legge per le città
Norme urbanistiche vecchie di oltre ottant’anni. I piani regolatori in deroga nel rapporto coi privati in scacco delle sentenze
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I punti chiave
- · Dal consumo di suolo al riutilizzo le nuove esigenze
- · La frammentazione legislativa moltiplica le sentenze dei tribunali
- · Il rapporto pubblico-privato da regolamentare
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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - In principio fu il "Salva-Milano", ma sono più d’una le amministrazioni alle prese con deroghe e cavilli quando si tratta di ridisegnare il tessuto urbano. Dove non interviene la legge, infatti, intervengono le sentenze. E dove non ci sono norme adatte si lascia spazio all’ambiguità. La legge urbanistica italiana, d’altra parte, è del 1942. Prima della guerra e pensata per un contesto di espansione urbana di un Paese ancora prevalentemente agricolo. Oggi, dopo quasi 85 anni, siamo un Paese che invecchia e con un patrimonio edilizio che più che espandere spesso andrebbe riutilizzato e ripensato per nuove esigenze. Con la necessità di risparmiare suolo.
Ecco perché, e non solo dai sindaci, si moltiplicano le voci che chiedono una legge che regolamenti e definisca il concetto di “rigenerazione urbana”. Un tema che rilancia anche Miriam Allena, docente di Diritto amministrativo e ambientale e direttrice del Corso di laurea in Transformative Sustainability (LM TS) dell’Università Bocconi: «Il legislatore nazionale si è limitato ad adottare singole norme puntuali relative a profili specifici del riuso e del recupero dell'esistente e, quindi, incentrate su una scala edilizia, non urbana – dice -. Il contenuto concreto delle politiche di rigenerazione è stato così rimesso, in larga misura, alla legislazione regionale e alla pianificazione comunale».
Ora, approvato il decreto-legge sul Piano Casa, potrebbe tornare sul tavolo un Piano Città. Norme in tal senso hanno iniziato più volte il loro iter finendo su binari morti, una legge è all’esame da mesi in Commissione Ambiente, e la necessità di una norma sembra ormai più che un’opzione una necessità. «Da una parte, manca anzitutto una definizione unitaria di rigenerazione urbana e di consumo di suolo; dall'altra, anche laddove si è intervenuti, c’è stata una sostanziale riduzione della rigenerazione urbana a interventi di recupero e di riqualificazione edilizia. Magari anche utile, ma non sufficiente», spiega ancora Allena. Come dire: una città non è solo un insieme di edifici.
Fino ad ora quando si è intervenuti lo si è fatto solo con norme puntuali e specifiche, leggi regionali o delibere comunali. Con l’effetto di una frammentazione oltre che, spesso, confusione. «In genere prevedendo semplificazioni procedimentali e vantaggi come: riconoscimenti di diritti edificatori premiali, deroghe ai limiti di densità edilizia, di altezza e di distanza tra i fabbricati, deroghe alle destinazioni d'uso ammissibili, lasciando in ombra obiettivi di rigenerazione sociale, economica e ambientale in senso ampio», prosegue la docente della Bocconi.
Un caos nel quale ci hanno pensato le sentenze a mettere paletti: giudici amministrativi, Cassazione e finanche la Corte costituzionale «hanno ribadito più volte che le deroghe alla disciplina ordinaria e alle previsioni urbanistiche di piano in funzione incentivante di interventi di rigenerazione devono essere ponderate con attenzione».

