Agroindustria

Riso europeo a rischio declino: dall’import il 60% dei consumi. Airi: servono più tutele

In questi giorni a Bruxelles decisione sul sistema dei dazi agevolati sugli arrivi dal Sud Est asiatico. Le industrie risiere: il prodotto già lavorato costa come quello grezzo nella Ue

di Alessio Romeo

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Import agevolato (e a basso costo), surplus globali, insieme a svalutazione del dollaro, riduzione dei noli e impatto della crisi climatica sui produttori stanno mettendo a dura prova la tenuta della filiera risicola italiana.

L’ultimo allarme per una concomitanza di fattori «che non sono gestibili dalla filiera» arriva dall’Airi, l’Associazione delle industrie risiere che da qualche anno, scaduta la clausola di salvaguardia europea che l’Italia era riuscita faticosamente a far attivare a Bruxelles, fronteggia la ripresa dell’import a dazio zero dai grandi produttori, arrivata a coprire oltre 60% degli acquisti totali europei.

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Decisione Ue in vista

Riso in gran parte già pronto e confezionato, venduto a prezzi insostenibili per i produttori continentali: oggi via Rotterdam arriva un riso bianco lavorato a 400 euro per tonnellata; le varietà concorrenti europee costano almeno il doppio, 800-1.000 euro. In Italia con 400 euro si compra una tonnellata di risone, materia prima agricola che poi dev’essere trasportata, stoccata, lavorata e confezionata.

«Non serve lamentarsi ma individuare i responsabili, il declino sarà lento ma va fermato subito», dice Mario Francese, presidente dell’Airi e figura di spicco del settore (è anche ceo di Euricom e presidente di Curti). Ha appena firmato una lettera agli europarlamentari italiani della commissione Inta (commercio internazionale), che si riunisce lunedì 26 gennaio e dovrà votare la riforma del cosiddetto sistema di preferenze generalizzate, le agevolazioni tariffarie europee che garantiscono l’import in assenza di dazio ai paesi meno avanzati, tra cui Cambogia e Myanmar. Un dossier cruciale per un settore che, nonostante le difficoltà citate, ha grandi potenzialità.

Consumi in aumento

«In Europa i consumi sono cresciuti del 20% negli ultimi dieci anni da 2,1 a 2,6 milioni di tonnellate, in Italia ancora di più, da poco più di 300 alle attuali 450mila tonnellate. Il riso attrae sempre più consumatori perché è un prodotto leggero e altamente digeribile, in più stanno prendendo piede i prodotti derivati come le gallette a base di riso per le proprietà salutiste. Abbiniamo quindi fattori geopolitici come la crescita dei migranti nordafricani e asiatici grandi consumatori di riso a fattori di marketing. Questo mix – continua Francese – è alla base di una crescita importante. Il punto debole è che i consumi europei sono coperti per oltre il 60% dall’import, con 1,6 milioni di tonnellate. E di questo il 60% (un milione di tonnellate) è a dazio zero».

«Ma quello che ci fa male - continua Francese - sono le 500mila tonnellate che arrivano di riso già confezionato (non solo da Cambogia e Myanmar ma anche da India, Pakistan e Vietnam), nemmeno rilevato dal codice doganale europeo. Mentre stiamo evidenziando politicamente l’importanza della reciprocità (giustamente siamo soggetti a vincoli sanitari, ecologici e sociali) combattiamo una battaglia contro i mulini a vento. Ahimè i paesi produttori sono solo otto su 27».

 Il 55% del riso europeo è coltivato in Italia, il 20% in Spagna, l’8% in Grecia, il 7% in Portogallo e il restante 10% suddiviso tra Francia, Bulgaria Romania e Ungheria. L’Italia – dove il giro d’affari generato dal settore è attorno a 1,3 miliardi – è un esportatore netto di riso lavorato con una produzione di circa un milione di tonnellate e un consumo interno di circa 450mila; ma è anche il quinto paese per volumi importati (dopo Olanda, Francia, Belgio e Spagna) con circa 160mila tonnellate. La maggior parte dell’import è Basmati e Fragrant per soddisfare i consumi crescenti di queste tipologie di riso coltivate solo all’estero, mentre le pregiate varietà da risotto coprono il 30% circa della produzione nazionale.

Airi: «Più barriere all’ingresso»

In questo scenario, rivendica il presidente dell’Airi, «diventa necessario che la politica si faccia carico di azioni correttive. Come filiera abbiamo condiviso una strategia i cui capisaldi sono la richiesta di una salvaguardia automatica e la revisione dei dazi fermi al 2004. Sulla prima la richiesta era di fare scattare le tasse sull’import oltre le 200mila tonnellate di riso e la proposta al voto dell’Europarlamento ha alzato l’asticella a 565mila. Per questo abbiamo scritto ai nostri europarlamentari, insieme al Copa (il Comitato delle organizzazioni professionali agricole europee, ndr), invitandoli a opporsi, e lo stesso faranno le associazioni industriali degli altri paesi produttori con i loro rappresentanti».

Poi tra le richieste anche una tariffa adeguata per il riso già confezionato, che arriva ancora in assenza di dazi. «È una struttura legale inadeguata, non ci interessa lamentarci ma esporre con chiarezza i rischi che il settore corre. Se si vuole aumentare l’autosufficienza e dare un futuro alla filiera del riso – dice ancora Francese – servono queste correzioni, altrimenti il futuro sarà il ridimensionamento».

Mercosur promosso

In questo caso la colpa non sarà del Mercosur, accordo di libero scambio con il Sud America (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) ora sotto la lente della Corte Ue, dove il settore punta invece ad aumentare le vendite e il contingente all’import Ue in assenza di dazio è di 60mila tonnellate.

«Il governo italiano si è mosso molto bene – conclude Francese – tutelando gli interessi del paese e il settore agroalimentare, implementando le garanzie necessarie per non correre dei rischi. I consumi di riso italiano in Brasile e Argentina sono modesti ma ci auguriamo di poterli aumentare».

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