Roberto Tubaldi, ESCP Business School: «Una governance resiliente delle filiere globali permette di tutelare la competitività»
In un periodo complesso come quello attuale, tra tensioni geopolitiche e conflitti come quelli in Medio Oriente e in Ucraina, secondo Roberto Tubaldi, Assistant Professor of Finance dell’ESCP Business School presso il campus di Torino, una supply chain «più diversificata, più trasparente» è fondamentale per «ridurre la variabilità dei costi di input e la probabilità di razionamento nei periodi di stress»
5' di lettura
5' di lettura
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Le catene di approvvigionamento negli ultimi anni hanno acquisito un ruolo sempre più centrale. Infatti «la globalizzazione ha permesso di costruire catene del valore lunghe e specializzate, capaci di abbattere i costi e di sostenere margini superiori». Tuttavia, i conflitti in Medio Oriente e in Ucraina, le tensioni geopolitiche e la pandemia di Covid-19 «hanno reso evidenti i costi nascosti di quelle architetture» e la necessità di intervenire per migliorarle e rafforzarle. È quanto spiega in un’intervista a Radiocor Roberto Tubaldi, Assistant Professor of Finance dell’ESCP Business School presso il campus di Torino, che sostiene che una supply chain «più resiliente, più diversificata, più trasparente» sia fondamentale per «ridurre la variabilità dei costi di input e la probabilità di razionamento nei periodi di stress».
Inoltre, gli shock nelle filiere lasciano un’impronta significativa sulla struttura industriale, come illustra la ricerca Supply Chain Shortages, Large Firms’ Market Power, and Inflation – a cui Tubaldi sta lavorando con Francesco Franzoni dell'USI Lugano e Swiss Finance Institute e Mariassunta Giannetti della Stockholm School of Economics. Basti pensare che, a seguito di una carenza nella catena di approvvigionamento nel 2021, le imprese più grandi hanno acquisito un vantaggio competitivo grazie alle loro reti di fornitori diversificate e al maggiore potere contrattuale. E gli effetti sono duraturi: i guadagni di quota acquisiti dalle imprese che riescono a continuare a servire i propri clienti durante la scarsità, sono in larga parte permanenti, mentre la pressione sui margini rientra una volta normalizzato l’approvvigionamento – spiega l’esperto. Una supply chain robusta protegge dunque non soltanto i conti economici di breve periodo, ma anche la posizione competitiva di lungo periodo.
Supply chain al centro della governance
Le interruzioni nella supply chain non hanno però soltanto effetti operativi. «Le scelte di configurazione della filiera — integrazione verticale, diversificazione delle fonti, dimensionamento delle scorte strategiche — modificano profondamente l'esposizione al rischio operativo e, di riflesso, il costo del capitale e il valore d'impresa», spiega Tubaldi. Pertanto, dovrebbero essere valutate nell’agenda dei consigli d’amministrazione con «la stessa rigorosità riservata agli investimenti in capitale fisso». A questo aspetto si aggiunge anche una spinta regolamentare. «La Corporate Sustainability Reporting Directive europea (2022) introduce il principio della doppia materialità, che obbliga le grandi imprese a rendicontare non solo sui propri impatti ambientali e sociali, ma anche su come le vulnerabilità della filiera creino rischi finanziari misurabili per l'impresa stessa», afferma il Professore.
Inoltre, la governance della supply chain non è solo un tema reputazionale, ma un vero e proprio obbligo fiduciario. Infatti «gli investitori istituzionali considerano sempre più la capacità di un'impresa di presidiare la propria filiera come un indicatore diretto della qualità del management del rischio, con conseguenze sul premio richiesto e sul costo del capitale», dichiara Tubaldi. Ridondanza e diversificazione non sono più inefficienze da minimizzare, bensì componenti riconosciute del valore aziendale.
Le interruzioni creano asimmetrie
Per comprendere appieno l’importanza delle supply chain e le eventuali criticità bisogna però fare un passo indietro e guardare ai momenti più critici, e alle asimmetrie, che le interruzioni creano all’interno del mercato. «Quando un fornitore non riesce a soddisfare l’intera domanda, deve necessariamente decidere chi servire e chi razionare - spiega Tubaldi. La logica con cui questa decisione viene presa non è casuale». Come emerge dallo studio condotto dal Professore con i colleghi Franzoni e Giannetti – un’analisi basata su milioni di spedizioni marittime verso clienti statunitensi e sulla mappatura delle relazioni tra cliente e fornitore in oltre settanta Paesi – in fase di scarsità i fornitori privilegiano sistematicamente i clienti che pesano di più sui propri ricavi. Non si tratta necessariamente delle più grandi «in dimensione assoluta», sottolinea l’esperto, ma di quelle con un peso relativo maggiore nel portafoglio clienti del fornitore.



