Anteprime

Rolling Stones, la recensione di «Foreign Tongues»: un blues seppellirà Trump

Il 10 luglio esce il 25esimo album della rock band più longeva di sempre. Lo abbiamo ascoltato in anteprima: ecco cosa ci abbiamo capito

I Rolling Stones tornano con l’album «Foreign Tongues», prodotto come il precedente «Hackney Dinamods» da Andrew Watt (ph. Mark Selinger)

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Certi vini devono decantare. Mick Jagger, ormai cittadino onorario di Portopalo Capo Passero, se lo sarà detto tante volte pasteggiando a Nero d’Avola tra una sgommata d’Apecar e qualche festa interrotta dai carabinieri. Perché i prodotti costosi decantano ed, evidentemente, pure i produttori costosi: lo dimostra Foreign Tongues, 25esimo album in studio dei Rolling Stones in uscita il 10 luglio, il secondo consecutivo prodotto da Andrew Watt dopo Hackney Diamonds (2023), quello che suonava come un’operazione troppo para-cool per stare degnamente nella discografia stonesiana.

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Per fortuna Foreign Tongues («Lingue Straniere», titolo che gioca col marchio di fabbrica e insieme inneggia al cosmopolitismo, in un’epoca di frontiere che si richiudono) rimette la chiesa al centro del proverbiale villaggio: il disco è un tributo alla storia degli Stones, ne attraversa le stagioni (il blues ruvido, il country, l’infatuazione per disco music e punk di fine anni Settanta) con la faccia tosta di chi, nonostante tutta questa storia, ha ancora qualcosa da dire sul mondo che si vede girare intorno. Watt, un grande normalizzatore, apprezzato dalle major per la capacità con cui rivitalizza i vecchi leoni del rock (appiattendone in parte il suono), stavolta sta al gioco e il risultato si vede.

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«Sa come far muovere un gruppetto di vecchi e dire: “Forza, proviamo!”», ride Keith Richards. «È un grande motivatore. Non ti lascia andare. Ma nemmeno io lascio andare lui: abbiamo un ottimo rapporto». Jagger «con lui» dice di sentirsi molto a suo «agio. Conosco il suo metodo. Non sapevo se avrebbe funzionato per tutti, ma si vede dai risultati». Ronnie Wood aggiunge: «Andrew ci ha comandato ancora di più rispetto al disco precedente. È pieno di energia. Ci conosciamo meglio, quindi tutto è stato più fluido. Essendo anche musicista, suona molto nel disco: è un po’ come Jimmy Miller».

L’album si apre con Rough and Twisted, bluesaccio elettrico alla Muddy Waters - citato nel testo - che non vuole fare nulla per piacerci, anzi: lo dimostra il fatto che i Nostri lo avevano messo in circolazione in anteprima con lo pseudonimo di Cockroachers. Della serie: manco il nome della più longeva rock and roll band di sempre vogliamo sfruttare.

La strizzata d’occhio pop, in ogni caso, arriva col secondo singolo In the Stars, pop rock con un ritornello che non ti molla più in antitesi alla strofa che invece è costruita sul solito riff affilato di Keith. Il video, con gli Stones riportati artificialmente alla forma degli anni Settanta a giocare a Rockin’ 1000 con le nuove generazioni, rappresenta uno dei modi più divertenti in cui l’Ai oggi possa sere applicata alla musica.

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Jealus Lover, con la sua fascinazione black, sembra provenire direttamente da Some Girls con Mick che indugia nel falsetto mentre Ronniearpeggia. A fare da sfondo l’hammond di Stevie Winwood, anima dei Traffic e sodale di Jimmy Miller che produsse gli Stones dal 1968 al 1973. C’è la sua mano, sull’organo o al Piano Rhodes, in ben nove tracce: «Stevie è fantastico», sottolinea Keef. «Continuava a presentarsi in studio. Quando arrivò, in America c’era Little Stevie Wonder, noi» in Inghilterra «avevamo Little Stevie Winwood. Quando ha suonato sui nuovi pezzi, ha detto che era la migliore atmosfera di gruppo che avesse mai vissuto».

La politica è una delle cifre di Foreign Tongues e si capisce bene con Mr. Charm, classick rock contenente frecciatina a «Mad Mogul Musk». Rock and roll alla Chuck Berry quello di Divine Intervention, il cui plot è tutto un programma: Mick va da un’indovina di Hollywood e le chiede se siamo vicini all’apocalisse. Lei risponde vomitando. Gli Stones saprebbero ancora scrivere un superclassico del country come Sweet Virginia? Ascolti Ringing Hallow e la risposta è sì: ballata alla Gram Parsons sulla sofferenza che chi, come gli Stones, è cresciuto a pane e America prova in questi tempi bui: «Ero follemente innamorato di te/ Prima ancora di incontrarti/Ho visto tutti i tuoi film / Ho fumato le tue sigarette». Poi è arrivato Trump...

Never Wonna Loose You è una Miss You del Terzo Millennio, con Robert Smith dei Cure ai synth. E poi una superba dichiarazione di Mick alla sua donna: con lei lui vivrebbe persino a Napoli. Hit me in the head custodisce l’ultima traccia di batteria della buonanima di Charlie Watts. Pochi artisti al mondo suonerebbero credibili confrontandosi con una cover di Amy Winehouse. Ti servono sensibilità British e amore autentico per la black music. Devi aver amato molto, sofferto troppo e preso a calci la vita. I Glimmer Twins in oltre sessant’anni di carriera hanno barrato tutte le caselle e la loro You know I’m no good è da standing ovation. Mick si concede il vezzo di fare il riff all’armonica.

Some of us è la quota Keith Richards dell’album, una dichiarazione d’amore per un amore duraturo, mentre Covered you vede al basso un altro «cliente» di Andrew Watt, ossia Paul McCartney. Side effects si costruisce sulla sezione ritmica: «Avere Steve Jordan» alla batteria «e Darryl Jones» al basso «di nuovo nel disco…», sottolinea Richards. «Darryl non c’era in Hackney Diamonds, quindi sono stato felice di riaverlo». Back in your life è un pianto di commiato in forma di ballad a due amici che se ne sono andati da poco: Brian Wilson e Sly Stone. Sapete com’è: ognuno nella vita ha gli amici che si merita. Il disco si chiude con una cover di Chuck Berry, Beautiful Delilah, riportata all’essenzialità acustica di un delta blues. Più o meno come è cominciata l’avventura degli Stones.

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