Rosa dei venti, appunti di viaggio lezioni di vita
Un 33 giri di Paolo Conte come carta geografica ed esistenziale: 40 minuti di musica sublime e versi poetici straordinari. Un’Accademia dell’altrove finalmente trovata, a partire dalla copertina
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Sono fissato con le mappe, lo so: isolano doppio e triplo, scorgo nelle rappresentazioni geografiche – e nella geografia fisica – tracce di possibili destini: si possono sempre immaginare rotte, evasioni, storie da un confine, un picco, una pianura, un mare. Se la mappa diventa simbolica, la faccenda è ancora più stimolante. La mappa emozionale che ho in mente mi ha trasportato per viaggi i più imprevisti: anzi, mi ha insegnato proprio a capire come i viaggi avvengono, sul filo di parole e musiche, provincia e nostalgia, distanze esistenziali, tempo e spazio fusi da sensazioni, amori amicizie passioni. Geografie sono storie: e viceversa. Guardavo quella rosa dei venti, leggermente decentrata, che Roberta De Tuddo aveva disegnato e sfumato in un tenue acquerello, per gli Appunti di viaggio di Paolo Conte – per me il miglior disco, dell’avvocato –, ed era ogni volta una partenza immaginifica. La rosa pronostica tutte le direzioni ma non ne sceglie nemmeno una: ogni quarto soffia un vento di cuspide, nomi esotici eppure familiari, lo stesso meccanismo che, appena messo su il vinile e poggiata la puntina, partiva inesorabilmente – e sempre: destinazioni che sembravano luoghi esotici, e invece puntavano dritto all’anima. Il disco era uscito nel 1982; ci sarei arrivato qualche tempo dopo, fine decennio, per me gli anni dell’università quando hai finalmente gli strumenti per “capire e vivere” parole&musica di monsieur Conte. Mi dà sempre molto fastidio essere messo nella condizione di dover dire quale sia il libro, scrittore, film (anche se ne ho ormai un ristretto mazzetto da cui scegliere), artista o cantante preferito – domanda sempre sciocca e inutile –, eppure nel caso di Paolo Conte non ho mai dubbi. È lui e basta.
Chiedilo al Sole
E dico di più: in un repertorio di canzoni epiche e intramontabili, classici in una parola, Conte ne ha scritto e musicato almeno una decina, ciascuna pazzesca a modo suo (e sono stretto di manica, per non sembrare eccessivamente fan). Ma se mi si chiede quale sia la mia favorita in assoluto, ormai ho imparato a far pace con me stesso e la domanda: mi arrendo e dico che nessuna mi parla e mi racconta di più di quella benedetta traccia che apre quel fatidico disco, Fuga all’inglese. Il primo degli “appunti” e certamente il più definitivo: una metafora della nostra esistenza, di più, una lezione di vita con la quale si fatica a non convenire. Lo spiazzante uso da parte di Conte di un sintetizzatore Roland, e quella “sirena” di sax soprano che annuncia la partenza, boato da nave sul porto; poi il brano prende l’abbrivio, accelerando e raccontando, alla fine, una verità ineffabile, anzi due; eccole: «La fuga nella vita chi lo sa / che non sia proprio lei la quintessenza / sì ma di noi si può fare senza». Non sono mai stato convinto da quelli che sostengono che le canzoni sono poesie e ritengo che il Nobel per la letteratura conferito a Bob Dylan sia una bestemmia (non per la bravura o meno del cantautore, ma proprio perché la letteratura è una cosa, un mezzo diverso dalle canzonette), eppure Paolo Conte, in quelle canzoni, mi faceva capire che c’era un modo sublime di usare le parole e comporre versi che i migliori poeti contemporanei si sognavano. Vuoi mettere, poi, farlo con concetti apparentemente umili che invece ti dischiudevano verità ultime. Sentite qui, sempre Fuga all’inglese: «Che tanto il tempo passa / Anche sotto ai sofà... / Sì, il tempo passa sotto ai sofà / Nemico numero uno / Degli aspirapolvere di tutta la città / È là che lui tiene la sua accademia / Sotto lo sguardo vitreo / Dei bicchieri di Boemia». Lo sguardo vitreo, il tempo che passa e l’idea geniale che tiene un’accademia sotto i sofà dove la polvere da accumulo invece riprende la sua dimensione biblica mi appaiono da sempre un colpo da giocoliere delle parole che ha qualcosa di sciamanico.
Otto tracce, quel disco, nemmeno 40 minuti: eppure è un’accademia, sì, ma dell’altrove, messa in pratica e squadernata davanti a noi. Solo a elencarle, queste otto perle, c’è da sbalordire, muti ammirati ad ascoltare, rimuginare, godere. Lato A: Fuga all’inglese, Dancing, Gioco d’azzardo e Lo zio; quattro pezzi di durata praticamente uguale, secondo più secondo meno, con la più bella canzone d’amore scritta da Conte, Gioco d’azzardo. A proposito: sublime esercizio di divinatio, studente di filologia non potevo resistere, leggendo nei crediti di copertina che qualcuno suonava la batteria in «E non sai quanto», brano non esistente ma il più struggente verso, finale, di Gioco d’azzardo, appunto. «Adesso è tardi / e dico soltanto / che si trattava d’amore / e non sai quanto». Avevano deciso il cambio del titolo all’ultimo e si erano dimenticati di modificare i crediti, così funziona la filologia! Lato B: Hemingway, Diavolo Rosso, La frase, Nord. Un capolavoro di LP, dai, e un tripudio oltre che di musica, di parole, sintagmi, no, brividi linguistici: li scrivo alla rinfusa: un rosario. Oltre le dolcezze dell’Harry’s Bar e le tenerezze di Zanzibar, oltre le illusioni di Timbuctù, guardando a orecchio si vede Shanghai in fondo ai viali di Vienna, nostalgia al gusto di curaçao, controluce tutto il tempo se ne va, vieni qui con noi a bere un’aranciata, il buio sa di fieno e di lontano, tutto quanto si srotola, come di un film la pellicola, questo Nord Ovest bardato di stelle, una città lontana, tutta di madreperla, vento, ferro e fuoco, diavolo rosso dimentica la strada, zio, zio, spiega la vita, spiega cos’è, un giorno Gondrand passerà... È un’enciclopedia, è un sogno, un tornado calmo che passa e travolge, voce pastosa, borborigmi e misterioso kazoo, suoni ovattati o incalzanti, eleganza suprema che continui a seguire: Appunti di viaggio, lezioni di vita, geografie imperscrutabili, metodo e fantasia. Così si spicca il volo, rosa dei venti che dice di desideri profondi e ti indica direzioni, cambi, rotte ostinate, contrarie, meravigliose: una mappa che descrive il centro esatto di te.

