Il decreto

Sanità, da lunedì 21 settembre al via le nuove tariffe per visite ed esami

Aggiornati i rimborsi di oltre 600 tra prestazioni specialistiche e cure protesiche. Le critiche degli operatori e il rischio di un leggero aumento dei ticket per i cittadini

Medico Liudmila Dutko - stock.adobe.com

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Dal prossimo 21 settembre 2026 scattano le nuove tariffe con le quali vengono rimborsate le prestazioni garantite dalle strutture sanitarie per conto del Servizio sanitario nazionale: l'aggiornamento riguarda 448 prestazioni di specialistica ambulatoriale (dalle visite agli esami diagnostici) e 222 codici su un totale di 1.063 del nomenclatore dell'assistenza protesica su misura, in particolare ausili per le persone con disabilità. Una revisione delle tariffe che potrebbero portare anche ad adeguamenti dei ticket a carico dei cittadini.

Il decreto - approvato il 23 luglio 2026 in Conferenza Stato Regioni - era atteso da tempo e sostituisce quello del 25 novembre 2024 che era stato annullato dalle sentenze del Tar del Lazio, dopo la pioggia di ricorsi delle strutture sanitarie private accreditate.

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Allora, i giudici amministrativi avevano bocciato i calcoli sulle tariffe di rimborso del ministero della Salute perché superati e giudicati insufficienti, in particolare, per esempio, per i rimborsi delle prime visite specialistiche. Che ora invece avranno riconosciuto una tariffa media fissata a 26 euro e valori più alti per alcune branche, ma gli aumenti medi - che si aggirano circa sul 5,8% in più - toccano tante altre prestazioni specialistiche come ecocolordoppler, diagnostica vascolare, medicina nucleare, endoscopia ed elettromiografia, e per dispositivi come ortesi spinali, protesi di arto e ausili ottici.

I costi della revisione e i possibili effetti per i cittadini

La revisione delle tariffe costerà a regime 210,7 milioni in più all'anno - da sommare ai circa 550 milioni che erano già previsti per finanziare il decreto del 2024 - e potranno contare sulle risorse stanziate dall'ultima manovra di bilancio che ha messo sul piatto 100 milioni per quest'anno e 183 milioni per il 2027 proprio per poter aggiornare al rialzo il tariffario. Come detto gli incrementi, in particolare, riguardano: le prime visite specialistiche, con una tariffa media fissata a 26 euro e costi superiori per alcune specialità come la cardiologia (38 euro); ma anche diagnostica vascolare, medicina nucleare, ecocolordoppler, endoscopia, elettromiografia e dialisi.

Per quanto riguarda i cittadini, rimane inalterato il tetto massimo per il ticket che non può superare i 36,15 euro. L'esborso per i ritocchi del ticket, quindi, sarà limitato, ma potrebbe essere più evidente - si stima poco più di 2 euro - per alcune prestazioni come la prima visita cardiologica con elettrocardiogramma o l'agoaspirato della mammella. “Come Cittadinanzattiva - spiega Valeria Fava, responsabile delle politiche della salute dell'associazione - abbiamo più volte richiesto l'aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza, che rappresentano un elemento importante per garantire l'assistenza ai cittadini. E non eravamo contrari all'adeguamento delle tariffe”. Ma l'impatto sul ticket “non era chiaro. Certo si tratta di un rincaro leggero, una misura che presa singolarmente è minima, e va sottolineato. Ma in un contesto socioeconomico molto fragile è comunque un elemento in più che non va sottovalutato. Per questo Cittadinanzattiva sostiene la necessità di tenere sotto osservazione il tema. Noi pensiamo che, in generale, ogni misura che viene introdotta debba essere accompagnata da un sistema di monitoraggio degli impatti che la stessa misura genera. Quindi, se a fronte delle nuove tariffe si dovesse registrare un ridotto accesso alle prestazioni, un maggior numero di segnalazioni - che anche noi come Cittadinanzattiva possiamo a nostra volta segnalare al ministero - chiediamo che tutto questo venga preso in considerazione per rivalutare la misura stessa o applicare correttivi”.

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Le critiche degli operatori

Critiche sulle nuove tariffe arrivano dagli operatori privati e in particolare dall'Uap (Unione nazionale ambulatori, poliambulatori, enti e ospedalità privata): “Il punto non è difendere una categoria contro un'altra - afferma la presidente Uap Mariastella Giorlandino -. Il Servizio sanitario nazionale è uno e la sua regia deve restare pubblica. Ma proprio per questo il pubblico deve garantire coerenza nelle regole, programmare tutte le capacità disponibili e rendere trasparenti i criteri con cui vengono impiegate le risorse”. L'analisi Uap “della proposta tariffaria 2026 mostra un dato molto chiaro: il 78% delle tariffe resta invariato rispetto al novembre 2024. Un ulteriore 8% viene aumentato, ma meno dell'inflazione maturata nello stesso periodo. In definitiva, l'86% delle tariffe previste per il 2026 non recupera nemmeno l'inflazione intervenuta dal novembre 2024. Solo il 14% registra un aumento superiore all'inflazione”. Per Uap, questo dato “rende difficile sostenere genericamente che il problema sia stato risolto perché le tariffe sono aumentate”. Il confronto con l'inflazione non stabilisce, peraltro, se le tariffe siano adeguate ai costi effettivi delle prestazioni. “Ed è proprio questo il punto: occorre rendere trasparente e verificabile come dal costo della singola prestazione si sia arrivati alla tariffa riconosciuta dal Ssn - secondo l'Uap - Questo confronto non dimostra da solo se una tariffa sia adeguata al costo della prestazione. Dimostra però quanto sia necessario rendere verificabile il percorso che conduce dal costo effettivamente rilevato alla tariffa riconosciuta dal Ssn”.

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