Sensualità romana da Fendi, Jil Sander fragile ma forte
Da Antonio Marras sfilano i gioielli di Giovanni Raspini, Etro resta spirito libero, il deserto scintillante di Missoni
di Angelo Flaccavento
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3' di lettura
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Trovare la propria voce dentro un perimetro già tracciato è un tema centrale nella moda di oggi, fatta per lo più di autori al servizio di, direttori creativi che lavorano per. Il lavoro sull’identità diventa allora dialogico e processuale, e in qualche modo mai finito.
Chiedilo al Sole
Simone Bellotti, da Jil Sander, usa una metafora psicanalitica: «Creare una collezione è come andare in terapia: smonti le cose per capire cosa vuoi conservare. Poi le rimetti insieme». È la terza prova per Bellotti nella casa della precisione e del rigore vibrante, dove togliere aggiunge aura e potere, ed è quella in cui il suo sguardo, pur rispettoso e zelante, disarticola finalmente il sistema.
Adesso si sente davvero il suo sussurrare sedizioso e penetrante, sottile ma continuo. La sfilata, ospitata nella solita sala di Jil Sander (oggi parte di Otb) ma con le sedute stipate in modo da creare stretti corridoi che spingono il pubblico vicino alla passerella, quasi a toccare gli abiti, apre con una lunga sezione che riverisce il codice, indugiando sul tailoring asciutto e protettivo dal timbro protestante, e poi si sgretola.
È appassionante seguire Bellotti nel suo intento: scardinare la perfezione dell’uniforme per trovare forza nell’imperfezione e nella fragilità senza per questo sbracare. La prova convince. Le forme non sono sempre facili o immediate, ma gli abiti hanno energia e trasferiscono il pensiero da cui originano senza apparire inutilmente concettuali.
Anche Maria Grazia Chiuri, da Fendi, è in una fase di dialogo. La ricerca di equilibrio tra la sua personale cifra stilistica, tendente all’asciutto e anche al severo, un po’ da suora della moda, educanda o da donna che ama vestire da uomo, e l’esuberanza materica e la romanità della maison, così selvaggia e libera da schemi, è ancora in una fase di assestamento. Se però la stagione scorsa, per il debutto, era stato il rigore ad emergere, e con quello il nero come imprevisto colore identitario, questa volta Chiuri riparte dal corpo, e di conseguenza dall’intimo, e trova una benvenuta sensualità, intrisa nel profondo di deboscio anni Settanta senza i cliché della liberazione sessuale, ma non rinuncia al nero. Il risultato ha concentrazione e fermezza.







