Opinioni

Seoul supera Londra. Quando l’immaginario diventa capitalizzazione

di Angelo Argento

La gente passeggia sotto i ciliegi in piena fioritura in un parco di Seul, in Corea del Sud.  (AP Photo/Ahn Young-joon)

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Il 28 aprile scorso il KOSPI ha chiuso con una capitalizzazione di 4.100 miliardi di dollari, scavalcando la City di Londra ferma a 3.990. Ottava piazza finanziaria mondiale. Un primato che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza geopolitica.

Eppure chi ha seguito da vicino la traiettoria coreana degli ultimi trent’anni non è rimasto sorpreso. Il sorpasso della Borsa di Seoul su Londra non è un evento finanziario isolato. È la certificazione numerica di un progetto di Paese portato avanti con una coerenza che l’Occidente continua a sottovalutare.

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La Corea del Sud negli anni Settanta era ancora una periferia dell’Asia orientale, segnata dalla guerra, dalla divisione della penisola, da un reddito pro capite inferiore a quello di molti Paesi oggi classificati in via di sviluppo. Oggi è una delle economie più dinamiche e riconoscibili del pianeta. Non perché abbia trovato petrolio. Non perché abbia sfruttato un vantaggio geografico o demografico eccezionale. Ma perché ha deciso, con deliberazione quasi maniacale, di costruire centralità internazionale su più fronti contemporaneamente.

Il balzo del KOSPI è trainato dai semiconduttori, dall’intelligenza artificiale, dall’energia per data center, dal settore della difesa. Tutti comparti in cui la Corea ha investito con logica sistemica, non con l’empirismo delle opportunità contingenti. Ma ridurre il fenomeno alla tecnologia sarebbe un errore analitico. Quella capitalizzazione di mercato è anche il prodotto di qualcosa di meno misurabile e altrettanto reale: la desiderabilità globale del modello coreano.

Il K-pop non è solo musica. È diplomazia culturale industriale, costruita con investimenti pubblici e privati coordinati, con academy di formazione artistica, con una macchina di distribuzione internazionale che non ha equivalenti in nessun altro Paese di dimensioni comparabili. Le serie televisive coreane non sono soltanto intrattenimento: sono branding nazionale veicolato attraverso le piattaforme globali. Parasite e Squid Game hanno modificato la percezione della Corea nel mondo più di qualsiasi campagna istituzionale. La cosmetica coreana ha ridefinito standard estetici su scala planetaria. Persino l’urbanistica di Seoul, i café di Seongsu, le librerie monumentali, i musei immersivi, sono diventati scenografie di desiderio che attraggono turisti, creativi e investitori. I mercati prezzano tutto questo, anche quando non lo esplicitano nei report.

La lezione è semplice e scomoda insieme: chi governa l’immaginario globale costruisce fiducia sistemica. E la fiducia sistemica, nel lungo periodo, si traduce in flussi di capitale, in premi di valutazione, in capacità di attrarre talenti e tecnologia.

È qui che il confronto con l’Italia smette di essere un esercizio retorico e diventa un problema industriale.

L’Italia possiede un capitale simbolico che nessun Paese può replicare. Secoli di storia, un Novecento creativo irripetibile, un sistema produttivo fondato su eccellenze riconosciute in ogni settore, dalla moda all’agroalimentare, dal design alla manifattura avanzata. Fellini, Armani, Olivetti, Ferrari, Venezia, Firenze. Un immaginario potente, stratificato, universalmente riconoscibile. Ma un immaginario che l’Italia non governa. Lo eredita, lo esibisce, lo consuma. Non lo rigenera e non lo organizza.

La cultura viene trattata come voce residuale di bilancio, non come infrastruttura strategica. Il cinema italiano continua a oscillare fra autoreferenzialità festivaliera e nostalgia, lamentando la distanza dal pubblico senza costruire le condizioni industriali per colmarla. Cinecittà sopravvive soprattutto come location per produzioni straniere. Nell’arte contemporanea, mentre Seoul costruisce musei privati potentissimi, fondazioni e district culturali coordinati con logica di sistema, l’Italia disperde risorse e competenze in mille rivoli istituzionali che raramente convergono.

Il risultato è nei numeri. Piazza Affari capitalizza oggi meno di un quinto del KOSPI. Le imprese italiane di eccellenza vengono acquisite da fondi stranieri in assenza di un ecosistema finanziario domestico capace di valorizzarle. Il made in Italy resta un marchio potente ma non governato, esposto alla contraffazione e alla commoditizzazione senza una regia pubblica o privata all’altezza.

La Corea non ci sta sostituendo perché possiede più storia. Non la possiede. Ci sta sostituendo perché è riuscita a sembrare più contemporanea, più coerente, più capace di parlare il linguaggio del presente globale. E i mercati finanziari, nella loro brutalità, stanno già scontando questa differenza.

Il rischio per l’Italia non è perdere il passato. Quello resterà immenso e visitatissimo. Il rischio è diventare un museo straordinario in un mondo che sogna e investe altrove.

Chi governa la cultura italiana, nelle istituzioni come nell’industria, dovrebbe leggere il dato del 28 aprile non come una curiosità finanziaria asiatica ma come un avvertimento diretto. La cultura non vive di rendita. O diventa progetto strategico nazionale, oppure si trasforma, lentamente e inesorabilmente, in archeologia del prestigio perduto.

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