Corno d’Africa

Somalia, Erdogan stringe sulla sicurezza per difendere gli investimenti di Ankara

La Turchia fa un «salto qualitativo» nella tutela di un Paese chiave per i suoi obiettivi economici e politici

dal nostro corrispondente Alberto Magnani

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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan  EPA

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NAIROBI - Nei rapporti fra Turchia e Somalia c’è uno spartiacque: il 19 agosto del 2011, il giorno della «storica» visita di Recep Erdogan nel Paese del Corno d’Africa e l’avvio di una nuova fase nei legami sicuritari, strategici e ora energetici fra Ankara e Mogadiscio. Il ministro degli Esteri somalo, Abdisalam Abdi Ali, ha celebrato il quindicesimo anniversario e augurato rapporti a un livello «anche più grande» di quello maturato oggi. Ankara lo sta accontentando.

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La Turchia ha intensificato e accelerato il suo sostegno alla difesa della Somalia, dall’aumento di forniture militari agli ultimi interventi anti-pirateria sulla costa, fino alle accuse - smentite - di un ruolo negli attacchi via drone sulla regione separatista del Puntland. L’escalation sembra dovuta alle esigenze turche dei propri investimenti su Mogadiscio, come le trivellazioni avviate a largo della costa somala e il progetto di una base spaziale e poligono missilistico sulla costa dell’Oceano Indiano.

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Uno dei capitoli più delicati è quello energetico, vista la portata e le aspettative prospettate da Mogadiscio sul proprio potenziale. Le autorità somale dichiarano riserve stimate per 30 miliardi di barili di petrolio, l’equivalente di un quarto di quelle dichiarate dagli Emirati arabi uniti: un patrimonio rilevante per le ambizioni di Ankara, nel vivo del riordino degli equilibri regionali e delle aspirazioni espansive di Ankara sul Mar Rosso.

Dai jet all’antipirateria, come si allarga l’impronta di Ankara

Il peso della Somalia nell’orizzonte turco è già riassunto in una doppia scelta di Ankara, quella di destinare a Mogadiscio la sua ambasciata più estesa al mondo e la base militare più rilevante oltre i confini turchi: Camp Turksom, istituita nel 2017 con l’obiettivo di formare 10mila militari somali e a tuttoggi la spina dorsale dell’impronta turca nel Paese. Ora si sta assistendo a una «escalation più qualitativa che quantitativa», spiega Bravin Honditi del centro studi Horn, nel sostegno alla Somalia contro le insidie dei jihadisti di al-Shabaab e altre minacce regionali. «La Turchia ha superato diverse soglie che cambiano ciò che rappresenta in Somalia» dice Onditi, citando il crescendo di iniziative di terra e aria di Ankara nel Paese: il primo dispiegamento di caccia F-16 a gennaio in parallelo ai combattimenti terrestri con al-Shabaab, la fornitura di blindati convenzionali come i carri armati M48 e M60 a febbraio, l’addestramento e la fornitura di mezzi pesanti al programma Gorgor, reduce dal giuramento di una brigata addestrata congiuntamente a Manisa.

Nel luglio 2026 è stata la volta della proroga del mandato di missione turco fino allo stesso mese del 2028, mentre la presenza delle truppe turche ha raggiunto le 800 unità nel 2025. Il tetto previsto dal mandato è di 2.500, in uno scenario che si evolve su impegni di lungo termine: i corazzati, dice Onditi, «implicano il mantenimento delle posizioni sul terreno contro un avversario organizzato anziché contro un’insurrezione».

La dimensione marittima rappresenta un cambiamento anche «più significativo» spiega Serhat Süha Çubukçuoğlu di Trends, un centro studi con base a Abu Dhabi. L’accordo di cooperazione e difesa del 2024, ricorda Çubukçuoğlu, ha impegnato la Turchia «ad aiutare la Somalia a proteggere le proprie acque territoriali e la zona economica esclusiva da pirateria, pesca illegale, contrabbando e intrusioni straniere. In particolare da Paesi o regioni rivali come il Kenya e lo Yemen». Ankara ha inviato sue navi a protezione delle attività di trivellazione e ricerca sismica, sta progettando una base navale per l’addestramento del personale somalo e come snodo di appoggio fra Bab el-Mandeb e l’Oceano Indiano.

Le operazioni anti-pirateria messe a segno a settembre, come il recupero della nave camerunense Lutuf, rivelano una evoluzione operativa: dal capacity building agli interventi diretti . «Le forze somale e turhe hanno recuperato l’imbarcazione, distrutto i barchini dei pirati e ucciso 14 presunti pirati - dice Çubukçuoğlu - L’episodio ha dimostrato la capacità della Turchia di combinare mezzi navali, elicotteri, droni e forze terrestri somale in una missione antipirateria sul campo».

L’escalation di Ankara sembra rispondere a un intreccio di esigenze: la tutela degli interessi economici distribuiti in Somalia e le proiezioni strategiche ancorate ai suoi stessi investimenti. Oggi Ankara controlla l’aeroporto e il porto di Mogadiscio, amministra la zona economica esclusiva sulla costa, si è aggiudicata i diritti semi-esclusivi sulle esplorazioni offshore di gas e petrolio inaugurate dalla sua imbarcazione Çağrı Bey in aprile. «La Turchia ha investito moltissimo in Somalia e oggi ha interessi che vanno dalla sicurezza e dalla difesa all’energia, con la ricerca offshore, fino ai progetti strategici come l’area di lancio satellitare a nord di Mogadiscio» spiega Federico Donelli dell’Università di Trieste. La crescita della presenza militare, dice Donelli, è uno «strumento per proteggere e consolidare questa proiezione, che ha ormai una dimensione non solo somala ma regionale, sul Golfo di Aden e sull’Oceano Indiano occidentale».

I raid sul Puntland e la spinta «centralizzatrice» di Ankara

Un’altra urgenza nasce dalle tensioni interne al Paese: le fibrillazioni separatiste che pervadono la Repubblica federale, fra le amministrazioni indipendentiste di Somaliland, Puntland, Jubaland e i tumulti che incalzano la presidenza di Hassan Sheikh Mohamud. Una maggiore centralizzazione «potrebbe assicurare più stabilità e tutela ai suoi interessi politici ed economici» dice Donelli. L’esito è la difesa e il «puntellamento» del potere di Mohamud nel Paese, anche al prezzo di scontri diretti con le amministrazioni autonomiste e indiretti con i partner esterni. «Ankara sostiene il governo federale da tempo, mentre Puntland e Jubaland si sono avvicinati sempre più agli Emirati - spiega Corrado Čok della Fondazione Med-Or - Per garantire i propri interessi, i turchi hanno deciso di puntellare Mohamud e questo include il supporto negli scontri tra governo e stati autonomisti che si vorrebbe far rientrare sotto controllo centrale».

L’approccio è sconfinato in iniziative controverse. La Turchia è stata accusata dei raid aerei piovuti sulla costa del Puntland nell’operazione di recupero dell’imbarcazione Lutuf, una contestazione espressa anche nelle proteste dilagate nella città di Doolow, nella regione del Jubaland, dopo l’attacco all’abitazione del generale Mahad Abdirahman Aden: un ex ufficiale critico contro la linea di Mohamud. I dettagli rimangono confusi, spiega Omar Mahmood dell’International Crisis Group, ma si parla comunque di un blitz contro una figura ostile al governo federale. «È probabile che l’episodio aumenti ulteriormente le tensioni in questa parte della Somalia» dice Mahmood.

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  • Alberto Magnani

    Alberto MagnaniCorrispondente

    Luogo: Nairobi

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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