Sos coralli: il ripristino punta sui vivai sottomarini
I reef ospitano un quarto delle specie ma sono danneggiati dal cambiamento climatico. Accelerano i piani di restauro nel mondo
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I coralli non sono soltanto una cartolina tropicale. Sono architetture viventi che sostengono biodiversità, pesca, turismo, ricerca scientifica e proteggono le coste dall’energia del mare. E, con il riscaldamento globale, la loro tutela diventa anche una strategia di adattamento climatico.
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L’emergenza
Le scogliere coralline, o reef, sono strutture formate dagli scheletri calcarei dei coralli. Occupano appena lo 0,2% dei fondali oceanici, ma ospitano almeno un quarto delle specie marine. Secondo il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) i beni e servizi prodotti dai reef — pesca, turismo, protezione costiera, regolazione climatica e molecole di interesse medico — valgono circa 2.700 miliardi di dollari l’anno. Eppure la crisi corre più veloce dei programmi di tutela. Solo tra il 2009 e il 2018 il mondo ha perso il 14% dei coralli presenti sulle barriere. Una delle principali minacce è lo sbiancamento, che avviene quando temperature del mare troppo elevate portano i coralli a espellere le microalghe con cui vivono in simbiosi, fondamentali per il nutrimento e il colore e che, alla lunga, può portare alla loro morte. Noaa, l’agenzia statunitense per gli oceani e l’atmosfera, e l’International Coral Reef Initiative hanno confermato nel 2024 un grande evento mondiale di sbiancamento: una crisi estesa ai tre grandi bacini oceanici dove vivono i coralli - Atlantico, Pacifico e Indiano - che ha esposto a stress termico circa l’84% delle aree coralline del pianeta.
Gli interventi di restauro
Il rischio non riguarda solo la biodiversità. I reef funzionano come frangiflutti naturali: uno studio pubblicato su Nature Communications ha stimato che le barriere sane possono ridurre in media del 97% l’energia delle onde. Il ripristino viene così guardato come una forma di protezione naturale, accanto a mangrovie, praterie marine, dune e opere costiere tradizionali. «Gli interventi di restauro sono strumenti importanti e in alcuni contesti possono dare risultati molto positivi, ma non vanno intesi come una soluzione risolutiva», spiega Giovanni Chimienti, biologo marino, National Geographic explorer e docente all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. «Possono aiutare a recuperare habitat danneggiati e ad accelerare processi naturali di ricolonizzazione, ma non sostituiscono la conservazione».La mappa globale dei progetti racconta approcci diversi. Tra le esperienze più note c’è quella dei Coral gardeners, organizzazione fondata nel 2017 a Moorea, nella Polinesia Francese, da Titouan Bernicot. Il metodo è quello del “giardinaggio dei coralli”: frammenti selezionati da colonie sane vengono coltivati in nursery sommerse, monitorati nella crescita e poi reimpiantati sui reef danneggiati. Le nursery sono vivai sottomarini, spesso costruiti con strutture a forma di alberi o griglie, dove i frammenti vengono puliti e lasciati crescere prima del trapianto. Secondo i dati diffusi dal progetto, i Coral gardeners hanno già piantato oltre 160mila coralli in Polinesia Francese, Thailandia e Fiji, con l’obiettivo di arrivare a quota 200mila. A Roatán, in Honduras, il Roatán Marine Park combina riproduzione asessuata e sessuata dei coralli, frammentazione, microframmentazione e trapianto nelle aree degradate con un modello che intreccia ricerca, formazione e turismo.
Il caso del Giappone
Il ripristino non riguarda però solo le scogliere tropicali. Anche per i coralli preziosi, usati in gioielleria e diversi dai coralli di barriera, si stanno sperimentando protocolli di rigenerazione e monitoraggio. Cibjo, la World Jewellery Confederation presieduta da Gaetano Cavalieri, nel report 2024 della Commissione coralli guidata da Vincenzo Liverino cita come esempio virtuoso un progetto giapponese avviato nel 2016, con trapianti di apici di coralli preziosi locali su substrati artificiali a circa 100 metri di profondità. Sulle gabbie, tra 2017 e 2020, il tasso di sopravvivenza è stato del 99,1 per cento.
Nel Mediterraneo
Il Mediterraneo, intanto, racconta un’altra storia. Qui non ci sono grandi barriere tropicali, ma foreste sommerse di gorgonie, coralli neri, madrepore, pennatule e habitat profondi ancora poco conosciuti. Coralli neri e gorgonie sono «veri e propri ingegneri ecosistemici», osserva Chimienti, spiegando che questi ecosistemi creano strutture tridimensionali, rallentano le correnti e offrono rifugi, aree di deposizione e nursery naturali. La foresta di corallo nero scoperta a Marettimo, alle Egadi, mostra l’esistenza di habitat rari e vulnerabili, formati da organismi che crescono lentamente e possono vivere per decenni o secoli.

