Sostenibilità più integrata nei modelli di business
Per quasi sette imprese su dieci i principi Esg sono una leva di competitività ma resta un forte divario tra grandi e piccole
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I punti chiave
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Il dato più rilevante emerso dalla ricerca 2026 su “La terza via della sostenibilità”, condotta da iSustainability nei primi mesi dell’anno su un campione di 96 aziende appartenenti a diversi settori industriali e classi dimensionali, riguarda il consolidamento della sostenibilità come fattore di competitività. Il 67% delle imprese intervistate la considera infatti una leva di innovazione e vantaggio competitivo, o comunque un elemento prevalentemente orientato alla competitività più che alla sola compliance normativa. Si tratta di un risultato significativamente superiore rispetto allo scorso anno, rafforzato da un altro elemento particolarmente indicativo: il 77% delle aziende ha mantenuto invariati i propri piani di investimento in sostenibilità nonostante l’attenuarsi della pressione normativa e il rafforzarsi di posizioni apertamente negazioniste sul fronte ambientale provenienti da oltre Oceano e in parte recepite anche nel dibattito europeo. Questa evoluzione culturale sta producendo effetti concreti almeno su due fronti: accesso al credito e generazione di valore economico. Sul primo versante, il 38% delle aziende dichiara di aver ottenuto condizioni di finanziamento più favorevoli grazie al miglioramento delle proprie performance di sostenibilità. Sul secondo, oltre il 60% del campione segnala benefici diretti derivanti dall’integrazione della sostenibilità nel business: maggiore efficienza energetica, progressi nei percorsi di decarbonizzazione, innovazione di prodotto e di filiera, accesso a nuovi mercati, oltre a un rafforzamento del valore reputazionale e sociale dell’impresa.
Margini di miglioramento
Rispetto alla precedente edizione, la ricerca ha inoltre cercato di misurare il livello di concreta implementazione di questa consapevolezza. Ed è proprio su questo terreno che emergono ancora ampi margini di miglioramento. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale applicata alla sostenibilità riguarda oggi soltanto il 31% delle aziende intervistate, mentre appena il 24% monitora l’impronta carbonica generata dalle proprie piattaforme digitali.Il dato appare ancora più rilevante se si considera che quasi il 50% delle imprese ha già subito impatti ambientali significativi o sporadici sulle proprie attività. Eppure, solo il 45% prevede o ha già avviato investimenti in adattamento climatico: una quota inferiore rispetto a quella delle aziende che hanno già sperimentato danni concreti.
Il gap
Non ultimo, infine, il forte gap implementativo emerso fra grandi imprese e Pmi: se a livello di commitment sul tema non si rileva molta differenza, un divario rilevante si osserva nella capacità di tradurre questo orientamento in processi strutturati e operativi. Le imprese di dimensioni minori continuano infatti a scontare carenze di competenze, strutture organizzative e risorse adeguate, rallentando così il percorso di trasformazione sostenibile, pur nella piena consapevolezza dei benefici competitivi che può generare.

