Sovranità digitale e cloud: come valorizzare la collaborazione con gli hyperscaler
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Il cloud oggi, oltre ad essere un fattore di efficienza, scalabilità e flessibilità dei processi e delle strategie di trasformazione digitale, assume il ruolo di infrastruttura chiave per la competitività industriale, la resilienza operativa e la capacità delle organizzazioni di mantenere il controllo sui propri asset digitali, svolgendo un ruolo centrale per la sovranità digitale. Le nuove proposte della Commissione europea in materia, e in particolare il nuovo Tech Sovereignty Package, affrontano proprio la necessità di rafforzare un ecosistema tecnologico europeo capace di coniugare innovazione, sicurezza e autonomia strategica. Allo stesso modo diverse iniziative a livello europeo, come la European Alliance for Industrial Data, Edge and Cloud propongono la costruzione di una filiera digitale europea più resiliente, nella quale infrastrutture, dati e servizi possano essere governati secondo logiche di maggiore controllo e interoperabilità. Non si mette in discussione il ruolo dei grandi provider internazionali, ma ci si pone la domanda di come continuare a beneficiare della loro capacità di innovazione senza trasformare tale relazione in una dipendenza difficilmente reversibile.
La questione riguarda soprattutto gli hyperscaler - senza trascurare, più in generale, i grandi fornitori SaaS - e quindi aziende come AWS (Amazon Web Services), Microsoft Azure, Google Cloud e Oracle Cloud Infrastructure (OCI), le cui capacità di investimento e il ruolo determinante nello sviluppo dell’intelligenza artificiale ne fanno interlocutori importanti e utili per la competitività nel mercato digitale. Il punto non è quindi dover scegliere tra hyperscaler e provider nazionali, ma costruire un rapporto equilibrato con questi soggetti, preservando nel tempo la libertà decisionale delle aziende sulle strategie di evoluzione delle proprie infrastrutture digitali. Il nuovo paradigma si chiama “cloud de-risking” e mira a ridurre il rischio derivante dall’affidare l’intero patrimonio applicativo a un unico fornitore, con conseguenze quali la maggiore esposizione al vendor lock-in, la minore capacità negoziale, costi elevati in caso di migrazione e possibili implicazioni di natura normativa.
Dal multi-cloud al Data Act: obiettivo autonomia infrastrutturale
Ridurre il rischio della concentrazione (del cloud) nelle mani di pochi soggetti passa necessariamente dalla progettazione di architetture capaci di mantenere aperte le possibilità di scelta. Ed è questa, non a caso, la logica che sta guidando un numero crescente di organizzazioni verso modelli hybrid e multi-cloud, per un’autonomia architetturale funzionale capace di collocare ciascuna applicazione nell’ambiente più appropriato, senza che uno di essi diventi il punto di dipendenza esclusivo dell’intera organizzazione. Alla base di un modello come questo appena descritto convergono diversi fattori, tra i primi l’adozione di standard aperti e di tecnologie che riducano il più possibile il legame con componenti proprietarie. Container, software open source e formati interoperabili assumono un ruolo sempre più centrale nelle strategie cloud delle imprese, riflettendo il vero obiettivo di molte organizzazioni, ovvero sia quello di evitare che l’utilizzo dei servizi degli hyperscaler renda eccessivamente complesso e oneroso modificare in futuro le proprie scelte a livello di infrastruttura. La sfida per le imprese, quindi, non riguarda più soltanto la migrazione tra servizi cloud diversi, ma la capacità di costruire architetture realmente interoperabili, mettendo in campo le competenze progettuali e le capacità di governance necessarie a gestire l’intero ciclo di vita delle infrastrutture digitali.
L’apertura di cui le aziende hanno bisogno, inoltre, si specchia anche nel rinnovato quadro normativo europeo. Con l’entrata in applicazione del Data Act, dal 12 settembre 2025, l’Unione Europea ha introdotto disposizioni destinate a rafforzare concretamente il diritto delle imprese a trasferire dati e applicazioni da un fornitore di servizi di trattamento dati a un altro — includendo quindi anche i fornitori SaaS —intervenendo sul progressivo superamento dei costi di switching (la cui completa eliminazione è prevista per il gennaio 2027). E se la normativa da sola non può rendere automaticamente portabile un’infrastruttura progettata senza criteri di interoperabilità, è però comprensibile perché il tema della sovranità digitale si stia progressivamente spostando dal semplice possesso alla governance delle infrastrutture. Poter scegliere, integrare e sostituire servizi differenti senza compromettere la continuità operativa rappresenta oggi uno dei principali indicatori della maturità tecnologica di un’organizzazione e in questa prospettiva si deve inserire anche la collaborazione con gli hyperscaler.
Orchestrare l’ecosistema per favorire l’innovazione
L’approccio di TIM Enterprise riflette questa nuova esigenza rispetto a una strategia che vuole mettere le organizzazioni nelle condizioni di utilizzare le tecnologie migliori (degli hyperscaler e dei provider locali) costruendo architetture nelle quali innovazione, sovranità e resilienza possano convivere. In questa prospettiva, TIM Enterprise assume il ruolo di orchestratore dell’intero ecosistema cloud, progettando ambienti, hybrid e multi-cloud, con anche stack open source ove possibile, nei quali ciascun workload trova la collocazione più appropriata in funzione delle variabili di business, dei requisiti normativi e dei livelli di criticità di dati e applicazioni. I carichi di lavoro più sensibili o soggetti a specifici vincoli regolamentari possono essere gestiti su un’infrastruttura sovrana e di prossimità come quella di TIM, mentre le applicazioni che richiedono funzionalità peculiari delle architetture hyperscaler possono continuare a “girare” sui sistemi degli hyperscaler. Il valore non risiede quindi nella scelta di una piattaforma rispetto a un’altra, ma nella capacità di governare diversi ambienti come un unico ambiente coerente.
Un elemento distintivo di TIM Enterprise è inoltre legato alla collaborazione che l’azienda ha sviluppato con i principali operatori internazionali, da Google Cloud a Microsoft fino a Oracle, dando vita a partnership che consentono di integrare tecnologie e servizi differenti all’interno di architetture progettate per garantire continuità operativa, sicurezza e flessibilità. L’idea di fondo è in poche parole quella di trasformare un’apparente relazione di dipendenza in un ecosistema governato secondo le esigenze dell’organizzazione. Accanto alla capacità di integrazione, nella proposta di TIM Enterprise assume un ruolo centrale anche il tema della portabilità. Progettare fin dall’origine infrastrutture basate su standard aperti, orchestrazione tramite Kubernetes (e quindi automazione della gestione del ciclo di vita dei container) e interfacce documentate significa infatti esercitare concretamente quella libertà di scelta che oggi trova ulteriore sostegno nel quadro normativo europeo.
TIM Enterprise oltre a coprire il mercato con le proprie soluzioni cloud o a distribuire soluzioni di terze parti, ha la capacità di gestire l’integrazione e l’orchestrazione tra ambienti eterogenei, proponendosi come partner tecnologico in grado di orientare il cliente verso un unico ecosistema integrato. La possibilità di proporsi come operatore terzo e indipendente, in altre parole, è la base di partenza per progettare soluzioni calibrate sulle reali esigenze delle organizzazioni e preservare nel tempo la loro autonomia decisionale. La collaborazione con gli hyperscaler, nella visione di TIM Enterprise, non è considerata un’alternativa alla sovranità digitale, ma uno degli strumenti attraverso cui realizzarla. In un contesto nel quale resilienza, interoperabilità e libertà di scelta stanno diventando fattori strategici della competitività di aziende e pubbliche amministrazioni, il valore non si limita alla disponibilità della piattaforma cloud più avanzata ma nella possibilità di governare l’infrastruttura secondo le proprie priorità, con la consapevolezza che controllo e innovazione possono procedere nella stessa direzione.

