La crisi dell’auto

Volkswagen, ipotesi chiusura 4 stabilimenti in Germania, ma il consiglio di vigilanza non decide

L’amministratore delegato Oliver Blume ha presentato il progetto: nessuna decisione su chiusure e tagli del personale. Sindacati e Governo della Bassa Sassonia si oppongono. Manifestazioni in tutte le sedi del gruppo in Germania. Crollano le vendite in Cina: - 37% nel secondo trimestre

di Gianluca Di Donfrancesco

Aggiornato il 10 luglio 2026, ore 12:35

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Volkswagen, sciopero in Germania contro tagli e crisi dell'auto

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Una Volkswagen più piccola per difendere la redditività. Dopo la ristrutturazione pesante, ma concordata, di fine 2024, l’amministratore delegato, Oliver Blume, ne vuole già un’altra, ancora più dura. Giovedì 9 luglio ha presentato il progetto al consiglio di vigilanza, dove si è scontrato con i sindacati.

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Lo scontro

La riunione è iniziata nel pomeriggio di giovedì, con due ore di ritardo rispetto al programma, e si è prolungata fino a tarda serata. Secondo quanto riportato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, il consiglio non ha preso decisioni su diversi punti chiave, a cominciare dalla chiusura degli stabilimenti e dai tagli dei posti di lavoro. Il confronto proseguirà nelle prossime riunioni.

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Ig Metall ha organizzato manifestazioni in tutti gli stabilimenti del Paese. La presidente del comitato aziendale, Daniela Cavallo, ha parlato di «minacce irresponsabili» che saranno «contrastate con tutte le forze».

I dettagli del piano sono stati ampiamente anticipati da indiscrezioni che sulla stampa tedesca si sono rincorse per settimane. Il gruppo vuole snellirsi, dimezzando la gamma di modelli e riducendo del 75% le varianti. E starebbe pianificando la chiusura di quattro stabilimenti in Germania tra il 2031 e il 2034. Secondo Spiegel, la produzione negli impianti di Zwickau (che alla fine del 2024 era stato destinato alla riconversione) ed Emden cesserebbe a partire dal 2031. Poi toccherebbe allo stabilimento di Hannover nel 2032 e a quello Audi di Neckarsulm nel 2034. In tutto, sono coinvolti circa 40mila dipendenti. Alcuni modelli, inoltre, sarebbero trasferiti negli impianti dell’Europa orientale, come Bratislava (Slovacchia) e Gyor (Ungheria), dove i costi sono inferiori. In tutto, si parla di 50mila posti di lavoro da tagliare entro il 2030, che si sommano ai 50mla in tutto il mondo già annunciati in passato.

Il più grande costruttore automobilistico d’Europa conta circa 625mila dipendenti, quasi 258mila in Germania.

Anche il Governo della Bassa Sassonia, che detiene l’11,8% del capitale e il 20% dei diritti di voto, e insieme ai sindacati ha potere di veto, si è detto contrario a soluzioni “facili”. Durissimo il ministro dell’Economia del Land, Grant Hendrik Tonne: è compito del consiglio di amministrazione presentare un piano complessivo coerente, «finora non è stato così, ed è per questo che l’incertezza è palpabile. È indecente trattare così le persone».

La famiglia Porsche-Piëch, che controlla il gruppo tramite la holding Porsche Automobil, vuole però andare a fondo e fa molta pressione sui manager. Blume, infatti, vorrebbe anche una riorganizzazione societaria, che potrebbe ridurre l’influenza del Land sulle future decisioni industriali. Davanti allo stabilimento di Wolfsburg, Thorsten Gröger, negoziatore di Ig Metall, ha dichiarato: «Chi attacca i lavoratori e la gestione condivisa corre il rischio di scatenare un grande conflitto sociale».

La crisi è una nuova pesante tegola anche per il Governo di Friedrich Merz (come lo era stata per quello del predecessore, Olaf Scholz). Il cancelliere è già in crisi di consensi, come pure i partiti della coalizione che guida, Cdu-Csu ed Spd. Al contrario vola l’estrema destra di Alternative für Deutschland, che intercetta paure e frustrazione, anche tra i lavoratori.

Giù anche gli investimenti

Secondo i dati di Mobility Global, gli stabilimenti Volkswagen in Germania operano all’81% della loro capacità e scenderanno al 73% entro la fine del decennio. Nel 2026, Zwickau è lo stabilimento con le migliori prestazioni tra i quattro a rischio di chiusura, con un tasso di utilizzo dell’88%, che dovrebbe però scendere al 42% entro il 2030.

L’obiettivo di Blume è portare il margine operativo del gruppo al 9% entro il 2030, più che triplicando l’attuale livello, a parità di nove milioni di auto prodotte entro la fine del decennio, ma portando da 10 ad appunto 9 milioni la capacità di produzione. A questo scopo Volkswagen punta anche a ridurre gli investimenti da 180 a 135 miliardi di euro nel periodo 2027-2031.

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Nei suoi periodi di massimo splendore, la casa tedesca contava circa 670mila dipendenti e vendeva quasi undici milioni di veicoli all’anno. Tempi lontanissimi. L’utile operativo è sceso da 22,6 miliardi a 8,9 miliardi di euro in due anni.

L’ipotesi riconversione nella difesa

Per i quattro siti tedeschi sarebbero allo studio soluzioni diverse, compresa la possibile vendita ad aziende del settore della difesa. Un’ipotesi del genere è già sul tavolo per lo stabilimento di Osnabrück, in Bassa Sassonia, coinvolto dalla ristrutturazione già pianificata a fine 2024. La produzione automobilistica dovrebbe finire nel 2027. L’impianto, secondo la trattativa aperta, potrebbe essere acquisito dall’azienda israeliana della difesa Rafael Advanced Defence Systems per produrre mezzi da utilizzare nel sistema antimissile Iron Dome. La conclusione di un contratto non è però ancora in vista. E se non si troverà una soluzione, potrebbe rispuntare l’ipotesi chiusura anche per Osnabrück, che al momento conta 2mila dipendenti.

In occasione della ristrutturazione di quasi due anni fa, solo presso la Volkswagen AG tedesca (il marchio principale, la divisione componenti e i veicoli commerciali) era stato previsto il taglio “socialmente sostenibile” di 35mila posti di lavoro entro il 2030, senza chiusure di stabilimenti (ma con la cessione di quello di Osnabrück e la riconversione di quello Zwickau) e senza licenziamenti. In tutto il mondo erano state previste 50mila uscite, 37mila sono già state concordate.

Crollano le vendite in Cina

Il giorno successivo alla riunione del consiglio di vigilanza, il gruppo ha diffuso i dati di vendita del secondo trimestre del 2026: il calo è dell’8,6% su base annua, dopo una flessione del 4% nel primo trimestre. Ne sei mesi il calo è del 6,3% a 4,125 milioni di veicoli.

Il tracollo in Cina è stato determinante: le vendite sono scese del 36,6% nel trimestre e del 25,9% nei primi sei mesi. In flessione anche l’Asia Pacifico (-7,2%) e il Medio Oriente e Africa (-1,9%).

La picchiata è stata parzialmente compensata dall’aumento delle vendite nell’Europa occidentale (+1,8%), nell’Europa centrale (6,7%), nel Nord America (7,7%) e in Sud America (9,4%). Fuori dalla Cina, si è registrata una crescita di circa il 2%.

A livello globale, nel trimestre, i cali maggiori sono stati quelli delle vetture a marchio Volkswagen (-14%), Audi (-8,2%), Bentley (-17,2%) e Porsche (-18,2%), mentre sono andati bene in particolare i brand Skoda (+4,8%), Lamborghini (+3,2%), Volkswagen Truck & Bus (+14,9%) e Scania (+6,7%).

Le vendite di veicoli all-electric (Bev) sono calate del 4,2% nel trimestre e del 5,8% nei sei mesi, con cali vistosi ovunque (Usa -49% nei tre mesi e -68,8% nel semestre), tranne che in Europa (+5,7% nel trimestre, con ordini in crescita del 50%, e +8,4% nei sei mesi). Tuttavia, il portafoglio ordini per i veicoli completamente elettrici in Europa è aumentato complessivamente di oltre il 50%.



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