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Stocchi: non un atto di auto-celebrazione, ma di confronto

Direttore del Maxxi di Roma, ha già curato il Padiglione Svizzera a Venezia nel 2022 e co-curato la 34. edizione della Biennale di San Paolo nel 2021

di Marilena Pirrelli e Nicola Zanella

Francesco Stocchi, direttore del MAXXI di Roma

6' di lettura

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Francesco Stocchi, classe 1975 romano,  è tra i dieci curatori la cui proposta è stata selezionata dalla Commissione di valutazione del MiC, composta dal direttore Generale Creatività Contemporanea e Commissario del Padiglione Italia Angelo Piero Cappello (con funzione di presidente), dal presidente del Comitato Tecnico-Scientifico per l’Arte e l’Architettura contemporanee Claudio Varagnoli e da tre personalità di alto profilo scientifico afferenti al settore dell’arte contemporanea: Ester Coen, Luca Aurelio Aldo Cerizza e Valerio Terraroli.
Dal 2023 Stocchi è direttore artistico del MAXXI di Roma, è stato attivo per molti anni ad Amsterdam come curatore del Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, curatore del programma espositivo della Fondazione Carriero di Milano, membro del Comité consultatif du Fonds de dotation de la Fondation La Fayette di Parigi e responsabile del programma artistico della Fondazione Memmo di Roma. Nel 2022 è stato curatore del Padiglione Svizzera alla 59. Biennale di Venezia e nel 2021 ha co-curato la 34. edizione della Biennale di San Paolo.

Ci racconti di te, del tuo percorso e della tua visione curatoriale? Soprattutto quali mostre che per impatto ed importanza possono essere qualificanti del tuo percorso?

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Parlare di se lo trovo un esercizio complesso, forse perché mi sento forse piu un osservatore che un attore, forse perché sarebbe meglio lasciare chi gli altri parlassero di me, significherebbe che hai lasciato delle tracce di interesse e di stimolo, che è poi l’essenza del nostro lavoro. Pensando alle mostre che ricordo con più attenzione noto che sono tutte di natura diversa una dall’altra, questo perché fare una mostra lo intendo come rispondere ai dei quesiti, piuttosto che esporre il risultato di certezze acquisite. E i quesiti cambiano continuamente. Sono, se vogliamo, mostre processuali nella loro essenza, dove concepirle e svilupparle ci avvicina a risolvere delle proprie curiosità. Le mie mostre sono innanzitutto un fatto che trova origini personali, relative quindi e non assolute. Forse ciò viene dalla mia formazione di antropologo e non di storico dell’arte. L’arte l’ho acquisita osservando mia madre e mio padre che hanno sempre respirato arte e in “bottega” dall’arista Nunzio sin dall’età di 15 anni. Un lavoro sul campo se vogliamo usare una terminologia antropologica.La 34ª Biennale di Sao Paolo (2020) co-curata insieme anche a Jacopo Crivelli Visconti, esplorava la dimensione dell’opacità, di cosa avviene quando vibrano le corde del non definito, del suggerito, dell’accennato e del multiforme, rispetto alla dittatura del chiaro e manifesto. La ricchezza dell’opacità, di poter dire varie cose allo stesso tempo, così come nella poesia. Infatti la Biennale si intitolava “Faz Escouro mao canto”, un verso del poeta brasiliano Thiago de Melo, riferimento neanche troppo velato alla situazione socio politica che viveva all’epoca il paese.

Nel 2013, quando ero curatore presso il museo Boijmans van Beuningen di Rotterdam, ragionando sulla crescente diffusione delle immagini attraverso i social media, le gallerie iniziavano a inviare pdf delle proprie offerte, i siti avevano delle digital room… qualcosa stava cambiando nella fruizione delle opere. Mi chiesi cosa perdeva o guadagnava l’opera attraverso la sua rappresentazione, finii quindi per sviluppare uno studio nel rapporto tra fotografia e scultura, forse il medium che più soffre nella trasposizione dal tridimensionale al bidimensionale. Misi in connessione tre artisti che avevano lavorato su questo rapporto: Medardo Rosso, Costantin Brancusi e Man Ray. La mostra si intitolava “Framing Sculpture”. Ognuno aveva dato risalto all’importanza nel controllare l’immagine del proprio lavoro e come l’opera avrebbe tratto profitto da questa trasposizione, al di la delle logiche di diffusione/promozione. Sculture erano state associate a fotografie scattate dagli autori stessi (pratica comune per tutti e tre), offrendo al pubblico il confronto tra opera e rappresentazione. Un modo di parlare dell’attualità, esponendo opere di 50 o 100 anni precedenti.

Un altra mostra collaborativa è stato uno studio su Sol Lewitt. Date le sensibilità spaziali dell’opera di Lewitt, miste alla sua (apparente) rigidità concettuale, invitai Rem Koolhaas a ragionare insieme sulla (possibile) libertà che l’artista lasciava all’interno delle regole. L’umanesimo dietro Lewitt e dietro al rispetto della regola in generale. Lewitt si rivelò, innanzitutto ai nostri occhi, un artista sovversivo e non pertinente “ligio alle regole auto-imposte”, ne nacque la mostra “Sol Lewitt, Between the lines” alla Fondazione Carriero, 2017. Stessa cosa avvenne su Pino Pascali lo stesso anno, cercando di tirarlo fuori da una visione mediterranea che a mio avviso limitava la sua poetica piuttosto che darle ossigeno. Offrire nuove modalità di letture, facendo un confronto tra Pascali e lo sciamanesimo di origine africana. Per Pascali ogni mostra era una mise en scene teatrale e le sue opere venivano appunto inscenate in una drammaturgia, cosi come quando si inventa un genere performativo inedito usando le sue sculture come scenografie delle sue azioni, un po’ come le maschere africane che si attivano quando vengono indossate, soggette fortemente a una logica strutturalista, cosi come Pascali.

Infine, Latifa Echakhch mi invitò a presentare insieme il progetto per il padiglione svizzero della Biennale di Venezia (2022). In quel periodo l’artista stava producendo una sere di pitture dal gran successo di pubblico e critico. Per l’occasione della Biennale si decise piuttosto che certificare il successo di quel linguaggio, di usare questo palcoscenico unico per provare qualcosa di nuovo, Addirittura aprire a una dimensione nuova, sviluppando un’opera intorno al suono. Quello è stato l’inizio di un nuovo percorso per l’artista che ora si porta dietro. Il palcoscenico della Biennale puo essere usato per confermare uno status quo, forse uno dei motivi per i quali si viene invitati a partecipare, o provare a dire qualcosa di nuovo. Abbiamo preferito la seconda soluzione. Lo spirito con il quale approccio questa Biennale è ovviamente lo stesso.

Guardando al passato c’è un Padiglione Italia che ti ha particolarmente colpito o ispirato e quali errori non vanno ripetuti? E ampliando lo sguardo a quelli internazionali?

Al di là del discorso sul provare qualcosa di nuovo piuttosto che celebrare uno status quo — che corrisponde al mio approccio generale all’exhibition making — mi colpiscono quei padiglioni che hanno una chiarezza di intenti, indipendentemente dai gusti personali. Un’idea, una direzione: che la si condivida o meno non è questo il punto, ciò che conta è la coerenza. Non mi convincono invece i padiglioni ‘diluiti’, quelli che cercano di abbracciare tutto lo scibile e finiscono per non restituire un’identità precisa.”

Cosa significa per te rappresentare l’Italia in campo artistico? E in generale quali sono i valori e le caratteristiche che rappresentano l’Italia contemporanea? 

Rappresentare l’Italia alla Biennale significa assumere una responsabilità che va oltre il singolo progetto. Non è solo una mostra, è una committenza pubblica, un atto che appartiene alla collettività e che si inscrive in una tradizione lunga più di un secolo. L’Italia è un paese che porta sempre con sé una stratificazione di storie, di linguaggi, di contraddizioni: la sfida è trovare un modo per far percepire questa complessità senza semplificarla, per restituirla come energia vitale e non come immagine stereotipata. Mi interessa che il Padiglione Italia non sia uno specchio, ma un luogo da cui partano domande, un’occasione di confronto con il resto del mondo più che un gesto di auto-celebrazione.

Essere il curatore di un padiglione nazionale è un impegno che prevede molte qualità: capacità organizzative, di fundraising, di saper rispondere alle critiche e alle pressioni esterne. Quali sono i tuoi punti forti? 

Il fundraising è una componente inevitabile in un progetto come questo. Non lo vedo come un aspetto tecnico, ma come parte del processo: significa intrecciare energie, convincere realtà diverse a scommettere su un’idea che è frutto di intelligenze diverse. È un esercizio di fiducia reciproca. Per questo abbiamo scelto di coinvolgere chi ha più esperienza in questo campo, così da poter concentrare le mie energie sul senso curatoriale del progetto. Credo che proprio in questa alleanza tra risorse pubbliche e private stia la dimensione politica del Padiglione: un luogo dove l’arte diventa anche responsabilità condivisa.

A proposito di fundraising la Direzione Generale Creatività Contemporanea del MiC nel 2024 ha finanziato il PI con 800 mila euro, il resto è stato sostenuto da privati. Conosci già le cifre del Ministero per prossimo Padiglione Italia? Per la presentazione del progetto viene richiesto di avere già l’endorsement di potenziali sponsor, come sta andando? Raccontaci…

Il Padiglione Italia resta la principale committenza pubblica nel nostro Paese e questo comporta una grande responsabilità. Stiamo lavorando con questa consapevolezza, costruendo un dialogo con interlocutori che vedono nel progetto non soltanto un evento, ma un’opportunità culturale e civile.

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