Giornata mondiale

Storia di Roberta, a tre anni dal trapianto di midollo osseo

Oltre 5mila trapianti l’anno. In occasione della Giornata Mondiale della Donazione del Midollo Osseo, raccontiamo come Roberta ha affrontato questa prova

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«L’altro giorno mia figlia mi ha detto che il suo nome è stato inserito nella banca dati come donatrice di midollo osseo. Io non so chi sia il mio donatore, per me è un angelo. E confesso che mi sono commossa a sapere che, dopo quello che è successo, mia figlia può diventare un giorno l’angelo di qualcun altro».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Era il 3 gennaio 2023 quando Roberta R. ha ricevuto il trapianto di midollo osseo. Da quel giorno cruciale per la sua vita sono passati quasi quattro anni. Del donatore sa solo che è israeliano, ha al massimo 35 anni (l’età limite per la donazione) e al momento del trapianto pesava 68 chili. Neanche lui sa nulla di lei. C’è un filo nascosto che lega l’esistenza di due persone. E che ha salvato la vita a lei.

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Quella di Roberta è una storia simile a quella di altre 5.500 persone che ogni anno in Italia ricevono il trapianto di midollo osseo, comprendendo i trapianti autologhi, con cellule proprie del paziente e quelli da donatore. Admo è l’Associazione Donatori Midollo Osseo, che dal 1990 punta a informare sulla possibilità di combattere, attraverso la donazione e il trapianto di midollo osseo, le leucemie, i linfomi, il mieloma e altre neoplasie del sangue. Una storia come tante, ciascuna però in qualche modo unica.

Per Roberta tutto è iniziato il 28 luglio di quattro anni fa, a pochi giorni dalla partenza per le vacanze. Giusto un controllo, per scrupolo, per verificare quella strana cisti che era comparsa sul seno. Poi qualche esame dall’esito decisamente sballato, un controllo urgente alla Lilt, una mammografia e la diagnosi: leucemia linfoblastica acuta di tipo B, con caratteristiche del linfoma di non Hodgkin. In poche ore Roberta è stata catapultata in un percorso senza alternative, ben diverso dalle vacanze programmate con la famiglia: ospedali, aghi aspirati, continui esami, il ricovero in un reparto di oncologia.

Cinque settimane di ricovero con chemioterapia durissima, mucositi, febbre altissima, broncopolmonite resistente. Sono seguiti altri tre ricoveri, altri cicli di chemio. E intanto la vita fuori continuava: «Mentre ero ricoverata è morto il mio adorato cane Oliver. E poi ho dovuto raccontare cosa mi stava capitando alla mia mamma 90enne. Non è stato facile. Un anno e mezzo dopo lei ci ha lasciati. Io sono andata avanti. Dovevo andare avanti. A mio marito avevano detto di prepararsi al peggio, ma invece io non ho mai pensato di morire: i miei figli non potevano restare senza mamma».

In tutto le rachicentesi cui Roberta si è sottoposta sono state dieci: dovevano essere 12 ma i risultati sembravano confortanti. Ma ciascuna è stata pesante: prelievo di una piccola quantità di liquido cefalorachidiano dalla parte bassa della schiena. Doloroso, fastidioso. Una volta hanno dovuto provarci sei volte prima di prelevare correttamente il liquido per poi iniettare la chemio.

L’ipotesi di un trapianto di midollo presta è apparsa come la strada obbligata per sconfiggere la leucemia. Da lì la ricerca del donatore: il fratello è apparso subito compatibile, ma poco tempo dopo nuovi esami hanno dato un risultato differente. Anche i figli sono risultati incompatibili. Da lì la ricerca di un donatore nelle banche dati.

Un giorno i medici comunicano una data: il 3 gennaio. Una beffa, quasi: Roberta compie gli anni il 4, giorno in cui tra l’altro si è sposata e avrebbe preferito proprio questo giorno per un evento così importante. Ma il 3 non si poteva cambiare: un trapianto ha regole che non puoi modificare.

Il ricovero in un reparto di oncologia non è semplice. Ognuno ha la sua storia, la sua sofferenza. Ma inevitabilmente ci si confronta, si misurano dolori, cure, effetti collaterali. Poi ci sono i bambini. E poi ci sono quelli che non ce la fanno.

L’intervento è andato bene: di quel giorno Roberta ricorda quell’odore quasi d’aglio che emanava dalle borse frigo, arrivate congelate in aereo. Ma ricorda anche i dolori, le allucinazioni. «Vedevo topi correre sulle pareti». Inevitabilmente la morfina. Ci sono stati giorni di febbre, pochi per la verità. Uno svenimento in bagno, l’intervento dell’infermiera. «Tutto il personale che mi ha assistito è stato gentilissimo». A sorpresa il 18 gennaio il dottore entra in stanza con gli esami in mano e dice: «Ma se domani la mandassimo a casa?». «Ma veramente? ho risposto. Sapevo che in media si resta ricoverati un mese dopo l’intervento e quindi non potevo nemmeno immaginare di poter uscire prima. Anche la vicina di stanza ha fatto tanto d’occhi: era lì da un mese e mezzo…».

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La rinascita non è facile e i primi cento giorni sono di grande attenzione per il rischio di rigetto dopo un trapianto di questo genere. Il segnale di pericolo scatta in caso di dissenteria: è l’anticamera dell’esito peggiore che si possa temere. Roberta resiste, segue con scrupolo tutte le indicazioni: mascherina anche a casa per evitare ogni contagio, distanza anche dai familiari, assolutamente niente cibo crudo, attenzione ai luoghi chiusi. E poi si cambia il gruppo sanguigno: Roberta è passata dallo O positivo al B positivo.

«Non ho mai avuto né nausea né vomito da chemio» racconta. «A un certo punto ho iniziato a perdere capelli, ho chiesto io di rasarli. Sono passata alla parrucca, in casa il turbante. Ma questo mi importava relativamente: pesavo meno di 50 chili, non avevo muscoli nelle gambe. Nel frattempo, tutt’intorno, la vita andava avanti. I miei figli non hanno parlato della mia malattia con nessuno: è una cosa privata mi ha spiegato una volta mio figlio. Mia figlia invece un paio di volte ha pianto».

«Ora faccio una vita normale, potrei ma non mangio più cibo crudo. Frutta e verdure le lavo con cura con il bicarbonato, evito carne al sangue. Per fortuna la pizza potevo mangiarla anche subito, vista la temperatura con cui viene cotta. Oggi sto bene, anzi, forse meglio di prima. E mi preparo a festeggiare i quattro anni dal trapianto. Quattro anni – e i sei mesi precedenti - in cui non ho mai mollato. E come ho detto agli amici di Admo, se sono qui, lo devo a quel gesto: la donazione di midollo osseo».

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  • Marco lo Conte

    Marco lo ConteResponsabile per lo sviluppo delle attività video multimediali de Il Sole 24 Ore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Inglese, francese, spagnolo

    Argomenti: social media, digital journalism, risparmio, previdenza, finanza comportamentale, educazione finanziaria

    Premi: Premio Federchimica "Per un futuro intelligente", 2001; Premio PrevAer 2019 per l’impegno a favore della cultura Previdenziale & Finanziaria

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