A tavola con

Storie del fixer che conosce gli uomini, la finanza e lo spirito cinese

Alberto Forchielli. Al celebre ristorante San Domenico di Imola, una chiacchierata a tutto campo tra industria italiana, privatizzazioni, investimenti e il futuro dei rapporti con la CinaStorie del fixer che conosce gli uomini, la finanza e lo spirito cinese

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«Sono stato a Singapore dal 1994 al 1998. Ero in Asia per Finmeccanica. Sorse un problema in Pakistan. Un nostro ingegnere era stato coinvolto in una brutta storia, con giri strani di soldi che riguardavano aziende pakistane e giapponesi. Non aveva pagato come nostro dirigente tangenti. Finmeccanica non aveva responsabilità dirette, ma ci toccava gestire il problema. Le autorità di Islamabad avevano spiccato un mandato di arresto e di incarcerazione per lui. Lavorai con l’ambasciata italiana e con i nostri servizi. La polizia pakistana irruppe in albergo per portarlo via. Lui scappò nascosto in un sacco della biancheria. Riuscimmo a nasconderlo in un luogo segreto di Islamabad. Già questo era un miracolo: Islamabad è una delle città più controllate del mondo. Non sapevamo, però, che cosa fare. In Afghanistan era morto un militare italiano in un attentato. Il ministro della Difesa era Beniamino Andreatta. Il presidente del Consiglio Romano Prodi. Andreatta era un economista. Ma si era innamorato del mondo militare e delle operazioni sul campo. Mi propose di deviare segretamente il volo. Dopo la tappa di Kabul, dove occorreva recuperare il corpo del militare caduto sul campo, l’aereo avrebbe fatto rotta su Islamabad e sarebbe atterrato per pochi minuti sulla pista del suo aeroporto. Quei pochi minuti furono sufficienti. Il nostro ingegnere salì sull’aereo. Lo nascondemmo all’interno di una bara. L’aereo ripartì. Lui tornò a casa. Finmeccanica non fu citata nello scandalo. Prodi non seppe nulla. L’ho confessato a Romano solo un anno fa».

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Alberto Forchielli è un fixer. Uno che aggiusta e ripara le cose. Ma, a differenza di molti altri che nella commedia umana degli affari e della politica operano con la stessa specializzazione, ha una caratteristica: non è spregiudicato, non rischia – fino a prova contraria – di finire ospite dello Stato e non sopporta le debolezze che portano tanti ad approfittarsi – anche materialmente – delle briciole cadute dalle tavole imbandite a cui siedono. Ha una componente quasi moralista che di solito non appartiene a chi ha questa funzione balzacchiana, essenziale perché il male e il bene compongano l’amalgama della realtà. A proposito di tavole, siamo seduti al San Domenico di Imola, uno dei primi ristoranti italiani a ricevere (e a confermare per anni) la stella Michelin, da tempo diventata doppia.

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Oggi alla guida della cucina c’è Max Mascia. Siamo nella saletta riservata che i proprietari concedono soltanto agli amici, con una vetrata che dà direttamente sulla cucina. “Alberto, un colpo da maestro avere questo spazio”, gli dico. Queste attenzioni nella provincia italiana sono concesse non tanto alle singole persone, quando ai membri di alcune famiglie particolarmente rispettate: “Sai che non ci avevo mai pensato? Probabilmente hai ragione. Mio padre Paolo era professore universitario di diritto civile a Bologna. Mia madre Maria Grazia era una nobildonna, figlia di Giacomo Dal Monte Casoni, cattolico popolare antifascista membro del Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia durante la Seconda guerra mondiale e, dal 1945, presidente per vent’anni della Cassa di Risparmio di Imola. Mio nonno Giacomo, oltre ad avere il suo studio da avvocato civilista, da democristiano costruì un rapporto armonioso con il Partito Comunista e da banchiere operò come un antesignano del venture capital. Senza le sue scelte espansive e ottimistiche nessuno, a Imola, avrebbe mai dato il credito alla Sacmi, alla Cefla e alla Cooperativa Ceramica, tutte diventate piccole potenze manifatturiere. Era l’Italia di Giovannino Guareschi in cui don Camillo e Peppone si davano botte da orbi, parlavano, erano più che amici».

Alberto racconta e, intanto, il cameriere versa nel calice uno champagne di Jacques Selosse. Arrivano in tavola piccole noci di capesante con riduzione di ostriche al Martini Dry, piccoli filetti di baccalà con pizzaiola di datterini, mini piadine romagnole e tortellini fritti. Lui si è formato fra l’università di Bologna e l’Harvard Business School, il circuito elitario del Mac Group fondato dagli stessi professori di Boston e gli anni in Cile e in Perù per la World Bank. Ha vissuto la prima stagione delle privatizzazioni italiane (da Segretario generale delle privatizzazioni dell’Iri di Prodi) e ha contribuito a ricostruire i Balcani dopo la guerra in Serbia, in Croazia e in Bosnia-Erzegovina con i finanziamenti della Banca Centrale degli Investimenti, dove con Massimo Ponzellini formò una coppia italiana efficace e irrituale rispetto al piovoso formalismo dell’euroburocrazia lussemburghese.

Forchielli è stato l’uomo di collegamento di un pezzo di Occidente con la Cina, senza essere assorbito da quest’ultima. Ricorda Alberto: «Il mio primo viaggio in Cina è stato nel 1994. Nel 2004 ho rilevato a Padova le biciclette Atala. Ho iniziato ad acquistare la componentistica meccanica in Cina. Ho conosciuto allora la media impresa cinese meccanica di qualità, ben connessa a Taiwan».

Nel settembre del 2005 ha fondato Mandarin Capital Partners, la prima società al mondo con (anche) capitali cinesi per investire in Cina dall’Occidente e in Occidente dalla Cina. Quattro i round: nei primi due sono stati raccolti rispettivamente 328 e 195 milioni di dollari, con un raddoppio del valore realizzato rispetto a quanto investito. Con il terzo round ne sono stati raccolti 230. Il quarto è ancora aperto. Fra dirette e indirette, sono state compiute quaranta operazioni. Il cameriere porta la mattonella di fegato d’oca al tartufo, un grande classico del San Domenico, perfetto – forse come qualunque piatto al mondo, anche il panino alla mortadella – con il Selosse. «La novità fu assoluta – ricorda – per la prima volta i cinesi investivano insieme agli occidentali, condividendo le strategie e lasciando la guida operativa a un italiano. Le banche di investimento socie erano la China Development Bank e la China Import Export Bank. Gao Jian, capo della prima, era il vicepresidente di Mandarin. I due dominus della Cina di allora erano Hu Jintao e Wen Jiabao. I cinesi credevano in Mandarin. Io feci quaranta viaggi, dalle città della costa fino alle province più interne, per visitare le filiali delle due banche azioniste e per spiegare il progetto. La sede principale era a Hong Kong. Con il senno del poi, posso dire che eravamo troppo piccoli. Fra il 2008 e il 2012 gli investimenti cinesi all’estero e quelli stranieri in Cina cambiarono scala dimensionale. Noi comunque seguivamo le piste. La Cina era piena di vivacità imprenditoriale e di desiderio di nuovo benessere. I cinesi parlavano con un certo grado di libertà. Fra loro e perfino con gli stranieri».

Viene portato il piatto più celebre del San Domenico, un raviolo gigante con nel cuore un uovo: molto buono. Lo champagne Selosse va benissimo anche con questa quintessenza della cucina padana modernizzata. Forchielli si ferma per un secondo e poi dice: «A fine anno lascio Mandarin. Al di là del mio caso personale, che poco conta, il sistema italiano ha un problema con i cinesi. L’estromissione di Sinochem dal capitale di Pirelli con l’adozione da parte del governo Meloni della golden power è un vulnus per ora non sanabile. I cinesi investono nel capitale di società mature. E l’Italia ha detto loro no. I cinesi investono nelle nuove iniziative imprenditoriali high-tech, che però da noi sono poche e fragili. A fronte di questo, come si può per esempio pensare che i cinesi intervengano nell’automotive? Peraltro, se mai rilevassero uno stabilimento o un marchio della vecchia Fiat, perché dovrebbero trasferire da noi il meglio della loro tecnologia nell’elettrico e nella digitalizzazione? Vi ricordate quando noi in Cina mandavamo la Duna e la Palio?», dice Forchielli.

I camerieri del San Domenico insistono per portarci un secondo. Stellato o non stellato, siamo sempre in un ristorante romagnolo. Forchielli si rabbuia: «In Cina e in Europa mi sentivo un re. Passavano in tanti da me. Con l’ascesa di Xi Jinping, le persone deputate a seguire il fondo sono state sostituite. La mia grande sconfitta ha riguardato Dagong, l’agenzia di rating cinese che avrebbe potuto rompere l’oligopolio di S&P, Fitch e Moody’s. Mandarin aveva il 35 per cento. Io andai al Tesoro e in Banca d’Italia. Nel 2013 Dagong ricevette l’autorizzazione a operare in Europa e aprì la sua sede a Milano. Subito dopo la dirigenza imposta da Xi iniziò a operare in maniera irrispettosa rispetto agli standard occidentali. E, due anni dopo, noi di Mandarin uscimmo da Dagong».

Il gelato al cioccolato è strepitoso. E il Selosse, anche con quello, viaggia che è un piacere. Forchielli ha la dote della brutalità di chi è un fixer naturale e un imprenditore appassionato di uomini e di fabbriche: «Il Partito di Xi Jinping ha chiuso i bar dove cinesi e stranieri parlavano senza reticenze, ha stretto la presa su ogni iniziativa prima condivisa con soci europei, ha il monopolio dell’auto elettrica e detiene il controllo delle terre rare. Il 30 per cento della produzione industriale mondiale è della Cina. Solo che la Cina opera alla metà del suo output. Significa che il 60 per cento del potenziale industriale mondiale è cinese. Dobbiamo trovare un punto di equilibrio. Ma dobbiamo capire che loro non hanno mai voluto e non vorranno mai occidentalizzarsi», conclude Alberto Forchielli, figlio della terra di don Camillo e Peppone, uomo che risolve i problemi e imprenditore di un tempo in cui perfino quel genio triste e allegro di Giovannino Guareschi avrebbe trovato difficoltà a fare parlare nei suoi racconti i comunisti (cinesi) e i non comunisti (occidentali).

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