Sbagliando si impara

Strategie di vendita: come trasformare un “no” in un “non ancora” migliorando il dialogo con il cliente

Nel mondo delle vendite, le obiezioni non sono necessariamente rifiuti ma possono essere indicazioni di incertezza o necessità di chiarimenti da parte del cliente

di Massimo Calì*

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4' di lettura

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Nel mio lavoro con le aziende, a cavallo tra gestione della complessità e comunicazione, una parte rilevante è da sempre quella con le reti di vendita. Le tematiche sono ampie a piacere, ed è quello che ancora dopo tanti anni rende intrigante occuparmene (B2B o B2C, vendite più veloci o più complesse, più “transazionali” di prodotto o più “consulenziali” di servizi da ritagliare sulle esigenze).

In questa ricchezza, anche la produzione editoriale è sterminata. Uno degli ultimi testi in cui mi sono imbattuto tratta di obiezioni, argomento ineluttabile da qualunque punto di vista lo si guardi.

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È un testo del 2019 che mi era sfuggito a suo tempo e che ho approcciato nella sua edizione più recente: Gestire le Obiezioni, di Jeb Blount. Il sottotitolo italiano “guida definitiva per venditori a prova di rifiuto” mi sembra più giocato a catturare l’attenzione e farlo aprire e sfogliare in libreria. Invece l’originale “Objections: the Ultimate Guide for Mastering the Art and Science of Getting Past No” è più programmatico, e punta subito l’attenzione su una delle due cose che più mi hanno colpito del testo. E cioè il pensiero che l’obiezione non è rifiuto, anche se suona talvolta come tale. Persino le più vaghe e generiche (non ho tempo adesso, non è il momento, non rientra nel budget) hanno una forma grammaticale che non sempre coincide con la funzione decisionale. Potrebbero semplicemente significare che il cliente non ha ancora abbastanza sicurezza per andare avanti. Confondere le due cose porta il venditore a far prevalere aspetti emotivi (comprensibili e magari inconsapevoli, soprattutto perché l’obiezione di per sé è spesso brusca o scomoda) e a reagire difensivamente, chiudendo lo spazio di dialogo proprio nel momento in cui si sta aprendo.

Questo il succo della differenza tra i due sottotitoli (italiano e originale): il rifiuto, nella sua accezione piena, chiude. L’obiezione, invece, tiene aperta la decisione: il cliente che obietta comunicativamente sta usando il “no” ma sta intendendo “non ancora”. Sta segnalando che qualcosa, nella proposta o nel percorso, non è ancora sufficientemente chiaro, sicuro o prioritario. Una obiezione quindi, se è cosa diversa da un rifiuto, allora è in realtà una manifestazione di interesse a proseguire.

Il libro tratta in modo ampio classificazioni, tipologie e schemi di gestione delle obiezioni. Ma non con l’obiettivo di offrire risposte spettacolari o battute risolutive; al contrario, per togliere drammaticità al momento dell’obiezione. Se le obiezioni sono ricorrenti e prevedibili, allora non sono un’eccezione, ma una componente strutturale della vendita.

E qui arriva (sempre per quello che più ha colpito me) il secondo nodo rilevante, che mi trova molto d’accordo: lo stesso Blount parte da “invece di trattare l’obiezione come una piccola tessera di un mosaico molto più grande, l’ho messa per la prima volta al centro dello spettacolo”. Concretamente, significa insistere sulla consapevolezza che se nei processi di vendita in genere le obiezioni sono “relegate” ad una fase – quando va bene – qui il presupposto addirittura è che “gestire” le obiezioni (sottolineo che anche il verbo “gestire” nel titolo originale non c’è) non è un campionato di prontezza verbale, ma un invito a rallentare e capire meglio: la maggior parte delle obiezioni nasce perché il venditore non ha fatto abbastanza bene il lavoro prima.

Le obiezioni non arrivano all’improvviso: emergono quando la sequenza del processo ha lasciato aperti degli spazi, l’analisi della situazione del cliente è stata superficiale, quando il valore non è stato esplicitamente condiviso, o quando il cambiamento proposto non è stato collegato alle priorità reali e ai bisogni percepiti del cliente.

Da qui sia una serie di metodi per scovare queste aree e una serie di contromisure di processo (e non solo di performance istantanea) a partire dal classificare le obiezioni e trattarle e parlarne in modo che non siano delegate all’improvvisazione del singolo venditore, ma che diventino parte del linguaggio organizzativo: argomentazioni condivise, conoscenza dei processi di funzionamento e decisionali del Cliente, con la consapevolezza che non si sta cercando la soluzione ad effetto, ma un’estensione del processo di conoscenza del cliente.

Le obiezioni segnalano ciò che il cliente non ha ancora compreso, accettato o interiorizzato, persino della sua situazione o di un “bisogno” che non sente come tale. Interiorizzarle e metabolizzarle significa aumentare la capacità di riconoscere in quale fase del processo si sta realmente giocando la decisione dell’organizzazione del cliente. La conseguenza di pensiero, managerialmente rilevante, è che non esistono clienti difficili, che ogni decisione (del cliente) comporta inevitabili attriti e contraddizioni tra esigenze interdipendenti e non sempre lineari, e quindi che le obiezioni non sono un errore del processo, ma il segnale che il processo è in corso.

E qui complessità e comunicazione nel libro si riuniscono, come c’era da aspettarsi, nell’offrire alternative non solo su “come gestire le obiezioni”, ma su come stare dentro il momento dell’obiezione senza attribuirgli un significato sbagliato. Non accelerare, non difendersi, non arretrare. Rimanere nel dialogo e nel processo quando il linguaggio e l’emozione suggerirebbero di uscirne.

*Consulente Senior di Newton Spa

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