Stretto di Hormuz: gli approvvigionamenti di jet fuel alternativi non bastano
Per gli analisti, i flussi dagli Usa e Nord Africa hanno scongiurato i rischi nel breve periodo. Regno Unito apre alla Russia e la Germania a Israele
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di Mara Monti
Le compagnie aeree festeggiano in Borsa i segnali più concreti di un possibile accordo tra Stati Uniti e Iran. I mercati scommettono su un allentamento delle tensioni in Medio Oriente e, soprattutto, sulla riapertura dello Stretto di Hormuz.
Nessuno, però, si fa illusioni. Anche se Hormuz, da cui prima della crisi transitava circa il 30% del carburante per aviazione destinato all’Europa, dovesse riaprire domani, servirebbero comunque mesi per tornare alla normalità.
Le forniture alternative di jet fuel hanno compensato solo in parte
Per il momento, il rischio di razionamento del carburante in Europa, già emerso in alcuni Paesi asiatici, sembra scongiurato. «L’offerta si è mantenuta stabile grazie al jet fuel proveniente dagli Stati Uniti e dalla Nigeria, tramite la raffineria Dangote», spiegano gli analisti di Kpler, società specializzata nell’analisi del settore petrolifero. Nonostante il miglioramento dello scenario, i rischi restano elevati. Le forniture alternative hanno compensato solo il fabbisogno di aprile e maggio e potrebbero non bastare nel lungo periodo. In quel caso, molti Paesi sarebbero costretti ad attingere ulteriormente alle scorte strategiche, già vicine ai minimi degli ultimi cinque anni.
Le raffinerie lavorano a pieno regime
L’aumento dei prezzi ha spinto molte raffinerie a reindirizzare verso l’Europa carichi inizialmente destinati ad altri mercati, compensando più rapidamente del previsto la perdita delle forniture dal Golfo.

