Il 2 giugno al cinema

«Stringiamo le schede come biglietti d’amore»: il domani di 80 anni fa

Il bellissimo film di Paola Cortellesi, «C’è ancora domani» si chiude con la toccante prima volta delle donne alle urne

di Cristina Battocletti

Paola Cortellesi (De’) vota nel film «C’è ancora domani» da lei diretto e interpretato

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«Stringiamo le schede come biglietti d’amore», così finisce il film C’è ancora domani di Paola Cortellesi, riprendendo una citazione tratta dagli scritti della giornalista Anna Garofalo, che così stigmatizzò la “prima volta” delle italiane alle urne, la conquista del suffragio universale. Il film di Paola Cortellesi gioca fino alla fine della sceneggiatura sull’ambiguità che la frase di Garofalo suggerisce. Delia, detta De’, interpretata dalla stessa Cortellesi, sembra voler sfuggire al marito violento scappando con un altro uomo. E, invece, il riscatto per Delia passa attraverso l’indipendenza, la cui massima espressione è poter decidere le sorti del Paese, incidere sulla vita di ogni giorno attraverso il voto.

La forza di pubblico e di critica del film

È stato un film che ha risvegliato un pubblico femminile molto ampio, e non solo femminile naturalmente. Ha totalizzato oltre 5,5 milioni di spettatori (circa 5.520.000 biglietti venduti in Italia), incassando più di 36,6 milioni di euro al botteghino nazionale e superando i 50 milioni di dollari a livello globale. È stato amato dalla critica, vincendo ben 6 David di Donatello, 20 Nastri d’Argento e un Globo d’Oro, oltre a prestigiosi riconoscimenti internazionali come il premio come Miglior Film ai Golden Rooster Awards in Cina. Si tratta di uno dei pochi film italiani che hanno penetrato il mercato cinematografico cinese.

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La trama e il bianco e nero

Paola Cortellesi gira e interpreta un film sorprendente per trama e regia, raccontando di una madre di famiglia romana, che nel Dopoguerra intesse la resistenza sotterranea delle donne nel primo suffragio universale. Che per Cortellesi l’esordio alla regia non sia stato solo un capriccio lo si capisce già dalla scelta del bianco e nero: roba da far mettere le mani nei capelli ai produttori. Negli ultimi anni in pochi son riusciti a farla franca: Michel Hazanavicius con The artist nel 2011, Paweł Pawlikowski con Ida nel 2013 e nello stesso anno Alexander Payne con Nebraska.

Urgenza, ritmo e sostanza

Ci vuole urgenza, ritmo e sostanza per sopravvivere “sbiaditi” nel mondo del grande schermo dagli effetti speciali stroboscopici. E C’è ancora domani ha tutte queste doti, oltre all’ eccellente fotografia di Davide Leoni che illumina la vita di Delia. De’ ogni giorno rigoverna il suo seminterrato del Testaccio a Roma, poi aggiusta ombrelli, fa le punture nelle case degli altri, lava i panni dei signori. Siamo nella metà degli anni 40 e non c’è niente di tragico in questa corsa alla sopravvivenza, né nel cane che urina sui suoi vasi al ritmo della canzoncina di Fiorella Bini Aprite le finestre, né nel ceffone mattutino che il marito Ivano, detto Iva’ (Valerio Mastandrea) le impartisce come “cura” giornaliera. Come molte donne maltrattate De’ sogna un amore meno brutale di quello che cova dentro casa, dove gli schiaffi e le botte volano tanto per sfogarsi. E vagheggia una passione giovanile, Nino (Vinicio Marchioni), che poteva essere quello giusto e non è stato.

La sceneggiatura

Proprio qui sta la chiave di volta del film con la sceneggiatura scritta dalla stessa Cortellesi, Furio Andreotti e Giulia Calenda, riservando snodi sempre sorprendenti di trama, con i piedi ben piantati a terra delle donne che incassano intessendo una forma di resistenza sororale sotterranea, molto più astuta di quello che gli altri si aspettano, in attesa di una parità di genere che muove i primi passi con il referendum del 2 giugno 1946. È una sublime intelligenza pratica quella che guida De’ a stravolgere il destino della figlia Marcella (Romana Maggiora Vergano), deviandola rocambolescamente da un futuro di casalinga scritto nella consuetudine.

Gli attori

Ed è intelligenza quella che ha guidato Paola Cortellesi a circondarsi di bravissimi attori, in primis, Emanuela Fanelli, nel ruolo di Marisa – donna libera e felicemente sposata contrariamente a De’ –, senza temere la concorrenza di un’omologa sul terreno della comicità, ma anzi rafforzando l’interpretazione di entrambe. Con loro c’è Valerio Mastandrea, marito rozzo e guascone, dal linguaggio fescennino cinico e fatale a tratti grottesco; Giorgio Colangeli, impeccabile suocero Sor Ottorino, allettatosi solo per sfinire ulteriormente De’, che di fatto gli fa da badante.

Tra Commedia all’italiana e Commedia dell’arte

C’è intelligenza anche a far propria la lezione della Commedia all’italiana, senza imitarla sterilmente, ma impastandola con le mossette della bocca e movimenti quasi impercettibili di spalle e braccia che rendono Cortellesi una maschera originalissima nel senso nobile della Commedia dell’Arte. Quando, nel culmine dell’angheria di Iva’ si arriva a sfiorare la retorica, ecco che Cortellesi si inventa la trovata delle ballate musicali. La richiesta di perdono di Iva’ a De’ si consuma sul tappeto di Nessuno, cantato da Musica Nuda, mentre Iva’ riscopre un poco di galanteria con mosse burattinesche. All’inizio, a chi scrive il passaggio brutale dallo swing del Dopoguerra alle canzoni di Dalla, Silvestri, Concato è apparso un poco brutale. Ma alla fine è stato chiaro che le canzoni sono una lunga corda con cui la regista unisce le donne dell’altro secolo a quelle di oggi per ringraziarle di aver preparato il terreno in tempi in cui non si poteva fare niente di diverso che essere tenaci. Brava Cortellesi, che dietro la macchina da presa continua nel solco di un civismo che contraddistingue tutta la sua carriera di comica, autrice, cantante, attrice, imitatrice con la meticolosità che ha accompagnato ogni suo sketch, canzone, o ciak.

Il passaparola

Brava perché il film ha fatto incetta di riconoscimenti, ma soprattutto perché ha riempito le sale con il passaparola, a dimostrare che il cinema è vivo se i film sono buoni, senza necessariamente aspettare uno sbarco dall’America. Brava anche a rappresentare una storia di femminismo senza assolutismi, raccontando una donna che si mette il rossetto non per amoreggiare, ma per baciare la Repubblica che verrà.

Gli altri film sul diritto delle donne al voto

Con tutt’altra grana ci sono altri film che raccontano di come le donne hanno affrontato o combattuto per il diritto al voto. C’è Sufraggette di Sarah Gravron del 2015 che racconta il movimento femminista britannico agli inizi del XX secolo, seguendo la storia della disobbedienza civile di alcune attiviste. In verità, anche Winifred Banks, la mamma di Jane e Michael in Mary Poppins era una suffraggetta, ma più che altro caricaturale. C’è poi Contro l’ordine divino di Petra Volpe (2017), ambientata in Svizzera nel 1971, dove le donne lottano per ottenere il diritto di voto a livello cantonale.

Il percorso delle donne nel cinema

Esiste un nuovo modo di fare cinema, di cui sono state pioniere Jane Campion, Kathryne Bigelow e prima ancora prima, Agnès Varda, Liliana Cavani, Lina Wertmuller, per salire fino a Elvira Notari, precursora del Neorealismo. Si tratta dello sguardo delle donne sul mondo attraverso il grande schermo, che ha portato un’angolatura differente nel cinema, a lungo confezionato da soli uomini, soprattutto in Europa. Le donne hanno fatto una gran fatica a mettersi dietro la macchina da presa, per restare al massimo superbamente “dietro le quinte” da autrici di sceneggiature, come Suso Cecchi d’Amico. Ma ora il vento per fortuna è cambiato. Il cinema di Greta Gerwig da Lady bird a Piccole donne a Barbie ha rotto gli stereotipi, La figlia oscura di Maggie Gyllenhaal, Sister di Ursula Meier hanno parlato della “mala” maternità e Senza prove di Béatrice Pollet di maternità negata. Il corpo delle donne e l’invecchiamento proibito è stato teorizzato e terrorizzato da The substance di Coralie Fargeat. Chantal Ackermann negli anni Settanta ci ha insegnato la radicalità. In Italia abbiamo nuovi nomi di cui andiamo orgogliosi, Alice Rohrwacher, Maura Delpero, Susanna Nicchiarelli, Valeria Golino, Emma Dante.

I numeri sconfessano la parità nel cinema

La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ha firmato nel 2018 la Carta 50/50x2020, promossa dal movimento Women in Film, Television & Media Italia, per impegnarsi concretamente nella parità di genere. Nel 2020 al festival si sarebbe dovuta raggiungere la parità di presenze tra registe e registi ma siamo ancora lontani.

Secondo una ricerca dell’European Audiovisual Observatory la quota delle donne professioniste nella produzione di film europei tra il 2019 e il 2023 è ancora lontana dalla parità: le produttrici sono il 31%, come le montatrici; le sceneggiatrici il 29%, le registe il 25%, le direttrici di fotografia il 12%, le compositrici il 10%.

Alla fine di C’è ancora domani il presidente di seggio (maschio) invita le donne a togliere il rossetto per non invalidare la scheda leccando la colla che deve chiuderla. Oggi quella colla non c’è più e il rossetto possiamo comodamente tenerlo. Manca solo la parità nei numeri: ma c’è ancora domani.

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