«Stringiamo le schede come biglietti d’amore»: il domani di 80 anni fa
Il bellissimo film di Paola Cortellesi, «C’è ancora domani» si chiude con la toccante prima volta delle donne alle urne
6' di lettura
I punti chiave
- La forza di pubblico e di critica del film
- La trama e il bianco e nero
- Urgenza, ritmo e sostanza
- La sceneggiatura
- Gli attori
- Tra Commedia all’italiana e Commedia dell’arte
- Il passaparola
- Gli altri film sul diritto delle donne al voto
- Il percorso delle donne nel cinema
- I numeri sconfessano la parità nel cinema
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«Stringiamo le schede come biglietti d’amore», così finisce il film C’è ancora domani di Paola Cortellesi, riprendendo una citazione tratta dagli scritti della giornalista Anna Garofalo, che così stigmatizzò la “prima volta” delle italiane alle urne, la conquista del suffragio universale. Il film di Paola Cortellesi gioca fino alla fine della sceneggiatura sull’ambiguità che la frase di Garofalo suggerisce. Delia, detta De’, interpretata dalla stessa Cortellesi, sembra voler sfuggire al marito violento scappando con un altro uomo. E, invece, il riscatto per Delia passa attraverso l’indipendenza, la cui massima espressione è poter decidere le sorti del Paese, incidere sulla vita di ogni giorno attraverso il voto.
La forza di pubblico e di critica del film
È stato un film che ha risvegliato un pubblico femminile molto ampio, e non solo femminile naturalmente. Ha totalizzato oltre 5,5 milioni di spettatori (circa 5.520.000 biglietti venduti in Italia), incassando più di 36,6 milioni di euro al botteghino nazionale e superando i 50 milioni di dollari a livello globale. È stato amato dalla critica, vincendo ben 6 David di Donatello, 20 Nastri d’Argento e un Globo d’Oro, oltre a prestigiosi riconoscimenti internazionali come il premio come Miglior Film ai Golden Rooster Awards in Cina. Si tratta di uno dei pochi film italiani che hanno penetrato il mercato cinematografico cinese.
La trama e il bianco e nero
Paola Cortellesi gira e interpreta un film sorprendente per trama e regia, raccontando di una madre di famiglia romana, che nel Dopoguerra intesse la resistenza sotterranea delle donne nel primo suffragio universale. Che per Cortellesi l’esordio alla regia non sia stato solo un capriccio lo si capisce già dalla scelta del bianco e nero: roba da far mettere le mani nei capelli ai produttori. Negli ultimi anni in pochi son riusciti a farla franca: Michel Hazanavicius con The artist nel 2011, Paweł Pawlikowski con Ida nel 2013 e nello stesso anno Alexander Payne con Nebraska.
Urgenza, ritmo e sostanza
Ci vuole urgenza, ritmo e sostanza per sopravvivere “sbiaditi” nel mondo del grande schermo dagli effetti speciali stroboscopici. E C’è ancora domani ha tutte queste doti, oltre all’ eccellente fotografia di Davide Leoni che illumina la vita di Delia. De’ ogni giorno rigoverna il suo seminterrato del Testaccio a Roma, poi aggiusta ombrelli, fa le punture nelle case degli altri, lava i panni dei signori. Siamo nella metà degli anni 40 e non c’è niente di tragico in questa corsa alla sopravvivenza, né nel cane che urina sui suoi vasi al ritmo della canzoncina di Fiorella Bini Aprite le finestre, né nel ceffone mattutino che il marito Ivano, detto Iva’ (Valerio Mastandrea) le impartisce come “cura” giornaliera. Come molte donne maltrattate De’ sogna un amore meno brutale di quello che cova dentro casa, dove gli schiaffi e le botte volano tanto per sfogarsi. E vagheggia una passione giovanile, Nino (Vinicio Marchioni), che poteva essere quello giusto e non è stato.
La sceneggiatura
Proprio qui sta la chiave di volta del film con la sceneggiatura scritta dalla stessa Cortellesi, Furio Andreotti e Giulia Calenda, riservando snodi sempre sorprendenti di trama, con i piedi ben piantati a terra delle donne che incassano intessendo una forma di resistenza sororale sotterranea, molto più astuta di quello che gli altri si aspettano, in attesa di una parità di genere che muove i primi passi con il referendum del 2 giugno 1946. È una sublime intelligenza pratica quella che guida De’ a stravolgere il destino della figlia Marcella (Romana Maggiora Vergano), deviandola rocambolescamente da un futuro di casalinga scritto nella consuetudine.








