La strategia

Sudan, l’offensiva valutaria delle Rsf per spaccare (ancora) il Paese

I paramilitari diffondono nuove banconote per acuire il dualismo fra il governo di Khartoum e la propria amministrazione. Non sono chiari gli esiti

Una donna nel campo per sfollati a Tawila, nel Darfur del Nord (REUTERS)

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NAIROBI - L’obiettivo è acuire la frattura fra i due Sudan, quello sotto il controllo dei regolari e il para-Stato inaugurato dei paramilitari delle Rapid support forces. L’effetto rischia di essere più simbolico che sostanziale, anche se aggiunge un elemento di caos allo scenario sempre più precario del Paese. A quanto riportano l’agenzia Reuters e i media locali, le Rsf hanno iniziato a far circolare da alcune settimane sterline sudanesi fresche di stampa ed estranee al controllo della Banca centrale di Khartoum.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La manovra ha formalizzato un nuovo fronte di divisione del Paese, il terzo più esteso dell’Africa, oggi spaccato a metà fra un Sud-ovest sotto il controllo dei paramilitari e un centro-nord-est, incluse la capitale Khartoum e la sua Central Bank of Sudan, governato dall’esecutivo dei militari: l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, anche se l’amministrazione delle Rsf mantiene la sua rete di rapporti internazionali e sta cercando di consolidare la sua veste di amministrazione alternativa a quella capeggiata dall’esercito.

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La spaccatura politica e valutaria del Sudan

Il Sudan è ostaggio dall’aprile del 2023 della guerra scoppiata fra l’esercito regolare e i paramilitari delle Rsf, capeggiati rispettivamente dal generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan e il suo omologo Mohammed Dagalo detto «Hemetti». Il conflitto è sfociato in quella che le Nazioni unite classificano come una delle peggiori crisi umanitarie su scala globale, con un bilancio attuale oltre i 12 milioni di sfollati interni o esterni al Paese e un totale di vittima che oscilla a seconda delle stime: un dato di origine statunitense del 2024 parlava di 150mila decessi, mentre numeri diffusi due anni più tardi alzavano l’asticella vicino ai 400mila. Le ostilità fra le due fazioni si sono innescate a Khartoum e dilagate nel resto del Paese, sfociando nella dichiarazione di una amministrazione indipendente sotto il controllo delle Rsf: il cosiddetto governo Tasi, noto ufficialmente come Sudan Founding Alliance e dichiarato unilateralmente a inizio 2025 come stato indipendente e ostile al vecchio establishment di Khartoum.

La contesa valutaria si riverbera dall’inizio della guerra sudanese, aumentando la pressione su un’economia già piagata dal conflitto e una divisa colata a picco nel suo valore rispetto al dollaro. Lo stesso esercito regolare ha “scomunicato” nel 2024 la vecchia sterlina sudanese, dando il via all’emissione di banconote nell’ordine dei 500 e 1000 pound. Le Rsf ne hanno contestato la validità, favorendo una penuria di contanti confermata a Reuters da diversi testimoni nelle porzioni di territorio sotto il controllo dei miliziani. Ora il debutto della sterlina del cosiddetto Darfunistan, come le Rsf chiamano la propria amministrazione, rappresenta un tentativo di risposta e auto-legittimazione anche sul versante valutario. L’introduzione di una divisa de facto alternativa «rischia di aggravare la frammentazione del Sudan, ma ci sono dei limiti pratici evidenti» dice l’analista geopolitico Luciano Pollichieni.

In primo luogo, dice Pollichieni, non è né immediato né particolarmente probabile che la comunità locale e «tantomeno i soggetti sterni alle aree controllate dalle RSF siano disponibile a usarla per gli scambi su un qualsiasi tipo di beni». In seconda battuta, i flussi della valuta emessa fisicamente o digitalmente dalle Rsf potrebbero offrire uno strumento di tracciamento in più sugli investimenti che si riversano a favore delle attività delle Rsf. Il tutto, fa notare Pollichieni, «mentre il governo di Khartoum sta moltiplicando le iniziative di pressione diplomatica sul gruppo di fronte a diversi tribunali internazionali tra cui Corte di Giustizia Onu e Corte Penale Internazionale».

Il tracollo dell’economia e della sterlina sudanese

L’economia sudanese sta subendo gli strascichi della «guerra dei generali», sprofondando in una crisi che ha fatto indietreggiare di decenni le sue aspirazioni di crescita. Un rapporto diramato nella prima metà del 2026 da Nazioni Unite e Insitute for security studies, un centro studi, ha quantificato perdite nell’ordine dei 6,4 miliardi di dollari e sette milioni di nuovi «poveri estremi» nel solo 2023, in parallelo a redditi piombati sui livelli peggiori dal 1992 e tassi di miseria ai picchi peggiori dagli anni ’80 del secolo scorso.

Se la guerra dovesse proseguire fino al 2030, prospetta il rapporto, il Pil sudanese potrebbe ritrovarsi di 34,5 miliardi di dollari al di sotto delle attese, spingendo l’equivalente del 60% della popolazione (52 milioni) sotto l’asticella della povertà radicale. La sterlina sudanese ha seguito la china, costringendo la banca centrale di Khartoum a vari interventi di emergenza per tenerne a galla il valore. Nella prima metà di luglio la divisa ha toccato i minimi di 5.400 sterline per dollaro sul mercato parallelo, in simultanea a un balzo dell’oro su nuovi record. La ricerca di un rifugio, tecnico e letterale, dalla discesa di una valuta che rischia - anche - di spaccarsi a metà.

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  • Alberto Magnani

    Alberto MagnaniCorrispondente

    Luogo: Nairobi

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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