Spazio

Pechino sfida Washington per la corsa alla Luna

Previsto per quest’anno il lancio verso il polo sud spaziale con l’obiettivo di portare gli astronauti nel 2030 sul satellite della Terra

di Leopoldo Benacchio

Il razzo Lunga Marcia 2 F usato  per raggiungere la stazione spaziale cinese

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Il 17 febbraio scorso, a Pechino, si è tenuta la grande cerimonia-spettacolo del Capodanno cinese, che ha aperto quello che, secondo quel calendario, è l’Anno del Cavallo. Durante lo spettacolo, sospeso fra tradizione e futuro, hanno colpito in modo particolare le scene nel cielo costruite con sciami di droni. Fra queste non è passata inosservata quella in cui apparivano insieme un taikonauta, cioè un astronauta cinese, e la dea della Luna Chang’e. Un messaggio chiarissimo: questo, per la Cina, vuole essere anche l’anno dello spazio.

Un’allusione così vale più di mille parole e conferma che Pechino punta davvero alla Luna, oltre a voler consolidare lo spazio come infrastruttura strategica nazionale, mettendo insieme obiettivi scientifici, industriali, militari e di prestigio geopolitico. La competizione con gli Stati Uniti è sempre più evidente. Il calendario 2026, fitto di lanci, sperimentazioni e iniziative, mostra come il Paese del Dragone miri a diventare la potenza spaziale di riferimento in Asia e una concreta alternativa all’Occidente per molti Paesi emergenti.

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Al centro del piano sta la stazione spaziale Tiangong, il “Palazzo Celeste”, ormai nel pieno della sua attività e per la quale sono previste due missioni con equipaggio e una di cargo. Sono in programma esperimenti in microgravità, medicina spaziale e sviluppo di nuovi materiali. La Cina punta, inoltre, ad allargare il consenso e l’interesse attorno a Tiangong, selezionando astronauti anche dai territori speciali di Hong Kong e Macao e includendo un astronauta pakistano.

Quest’anno il lancio verso il polo sud

Il punto più caldo del programma resta però la Luna. Nel 2026 è previsto il lancio di Chang’e-7 verso il polo sud lunare, supportato dal satellite relay Queqiao-2 per le comunicazioni dalla zona più difficile del nostro satellite. La missione è complessa e ambiziosa: prevede un orbiter lunare, un lander, un rover per l’esplorazione di superficie e anche un piccolo mezzo capace di addentrarsi nei crateri in ombra permanente, alla ricerca di ghiaccio d’acqua, il vero santo Graal in vista di una futura base lunare.

Va ricordato che la Cina è stata finora l’unica a effettuare con successo, al primo tentativo, un’operazione simile sul lato nascosto della Luna con Chang’e-6, ed è anche riuscita ad atterrare su Marte al primo tentativo. Non è poco.

Il 2026 vedrà anche il volo inaugurale del nuovo lanciatore Long March 10A, seguito dai primi test della capsula con equipaggio Mengzhou e da una missione combinata entro la fine dell’anno. Se questi obiettivi saranno centrati, il traguardo del 2030, indicato da Pechino per portare astronauti cinesi sulla Luna, resterà tecnicamente credibile.

Record di lanci

C’è poi il dato dei lanci. Per il 2026 Pechino prevede circa 140 missioni, fra quelle condotte dall’apparato spaziale statale e quelle affidate al settore privato, per quanto il termine “privato” in Cina vada preso con cautela. Si tratta di un numero molto alto, anche rispetto ai 68 lanci del 2025, pur restando inferiore ai 165 di SpaceX, che continua a dominare il mercato occidentale. Anche in Cina la crescita del numero di lanci è legata allo sviluppo di costellazioni per l’osservazione della Terra, le telecomunicazioni e l’accesso a internet dallo spazio su scala nazionale, uno strumento ritenuto cruciale per un Paese con un territorio così vasto e articolato.

Naturalmente non sono tutte rose e fiori. La Cina soffre la mancanza di alcune componenti elettroniche di punta, che in futuro potrebbero essere soggette a embargo: per esempio chip avanzati prodotti negli Stati Uniti o elettronica resistente alle radiazioni, fondamentale per le missioni spaziali. Inoltre, la scarsa trasparenza su alcune capacità dual use, come l’ispezione orbitale o i sistemi antisatellite, alimenta la diffidenza delle altre potenze, che peraltro non brillano a loro volta per trasparenza.

Nel 2026 la competizione con Washington si sposterà non solo sul polo sud lunare, ma anche sull’orbita bassa, in un contesto complessivo reso più pericoloso dalla mancanza di norme internazionali condivise e da due approcci culturali molto diversi. Da un lato ci sono gli Artemis Accords, che la Nasa interpreta in modo spesso fortemente centrato sugli interessi statunitensi; dall’altro c’è l’offerta cinese di uno spazio presentato come più accessibile anche ai Paesi non allineati.

Lo spazioplano orbitale

Continua inoltre lo sviluppo dello spazioplano orbitale riutilizzabile Shenlong, che sembra avere caratteristiche simili a quelle dello spazioplano militare statunitense X-37B. Si tratta, in sostanza, di mezzi da trasporto orbitale per satelliti, strumenti e attrezzature, con permanenze in orbita di centinaia di giorni e capacità di atterraggio autonomo. Su entrambi i sistemi, tuttavia, le informazioni restano molto limitate, perché si tratta di programmi coperti da segreto militare.

Il piano spaziale cinese per il 2026, dunque, non è soltanto un elenco di missioni, ma una vera dichiarazione di intenti strategica, destinata a pesare su uno dei fronti più importanti della competizione sistemica tra Pechino e Washington.

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