Sulla strada che porta nei miei paesi piovosi
Un giorno mi sono costruito una carta geografica di una terra che non c’è. Come la contea di Faulkner è alla base dei racconti che ho scritto. Vicoli, masserie, borghi: materiale da romanzo
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Confesso che ho sempre avuto un debole per la narrativa di William Faulkner, lo «zio William» com’ero solito chiamarlo al tempo della mia giovinezza universitaria, un signore dai modi garbati che fumava la sua pipa seduto a un dondolo, sguardo nel vuoto, piedi appoggiati sul tavolo. Mi piaceva il modo sghembo in cui costruiva le storie ambientandole dentro quella mappa immaginaria che lui aveva battezzato Contea di Yoknapatawpha: un pezzo di terra non più grande di un francobollo, così lo definiva lui, che coincideva con lo Stato del Mississippi, dov’era nato.
Chiedilo al Sole
Un giorno mi sono costruito anch’io la geografia di una terra che non c’è. Ho preso un foglio, ho chiuso gli occhi e ho lasciato correre la matita: case, scalinate, terrazzini, tetti, comignoli incorniciati dalle curve morbide delle montagne che sono lì, ferme da secoli. Dentro il mio francobollo sono segnati molti paesi che poi sarebbero finiti nei miei libri, alcuni nei titoli (Celenne, Agropinto, Palmira), altri nelle pagine interne (Vitalba, Caldbanae). E ci sono anche masserie sparse (Spineta, Dragoni, Colonnella, Maldirupo, Camasta, Bruciapelo, Boccadilupo), piccole frazioni agli incroci dei sentieri e con le pluriclassi di campagna (San Martino, Camarda, Serra San Vito, Piana di Cartofiche), tre santuari (la Madonna del Laudato al centro, la Madonna del Carmine nel bosco della Civita, la Madonna di Pierno nel bosco della Bufita), un mulino ad acqua, il casello ferroviario di Boschito e due torrenti, il Levata e il Pidocchio, che confluiscono nella fiumara di Vitalba. Al punto dov’ero arrivato mancava solo il nome, ma per risolvere questo problema sarebbe stato necessario aspettare molti anni, almeno fino a quando non avessi inciampato in quel verso di Dante che nel Purgatorio scrive: “Poi piovve dentro a l’alta fantasia”. Non dice sopra ma dentro, lasciando intuire che la fantasia è una grande scatola in cui ricordi, idee, immagini, sogni si bagnano con quel che cade dalle nuvole.
Se i luoghi nella mia mappa sono figli della fantasia, è segno che sono inzuppati di pioggia. Eccoli qua, mi ripetevo, ecco i miei paesi piovosi! Ora che avevo trovato il nome, non erano più soltanto improbabili linee tracciate per scherzo, costruzioni in cerca di stabilità su cui aveva continuato a sostare l’autunno con le sue piogge, ma una specie di patria dove continuare ad abitare negli inverni milanesi, per vincere l’ossessione di dimenticare quel che era stata la mia vita dopo aver lasciato la Lucania.
Ogni sera spalancavo la mappa e più percorrevo le linee con il dito, più vedevo che i luoghi sfumavano dentro di me, perdevano l’aspetto di ricordi, diventavano sogni. Le strade si dilatavano, le stanze dov’era rimasta la mia infanzia assumevano misure sconsiderate, i volti e le voci delle persone che avevo salutato si trasformavano in qualcosa che obbediva alle leggi della fantasia più che a quelle della memoria. Sicché alla fine ogni cosa assunse la forma di una terra che non c’era più, ma di cui restava in rappresentanza una specie di geografia che le mie paure e le mie speranze avevano modificato e che io solo riuscivo a decifrare. Ai miei paesi piovosi io tornavo tutte le volte in cui mi sentivo solo e ci stavo a mio agio tra le loro mura, al riparo dalle mie incertezze, protetto come dentro l’antica culla dell’infanzia. La memoria si era capovolta in utopia e il mio francobollo di terra assumeva definitivamente la conformazione dell’intera Lucania che era – e rimane ancora oggi - una regione piccola ma distante. Può sembrare una contraddizione ma è così e il tempo che normalmente si impiega per andare da nord a sud della mappa, cioè dalla zona del Vulture a monte Pierno, sfugge a qualsiasi parametro del mondo occidentale a causa delle strade tortuose, delle ferrovie non ammodernate.
È come se il tempo avesse voglia di perdersi nelle curve delle strade e accade che perfino i navigatori satellitari smarriscono l’orientamento, si inceppano e lasciano gli automobilisti in mezzo al guado. Non di rado capita di finire in un incrocio e di trovarsi al cospetto di due cartelli stradali che indicano la stessa località, ma una nella direzione contraria all’altra: a Palmira, ad Agropinto, a Celenne, a Caldbanae, a Vitalba si arriva voltando a destra o a sinistra? Difficile stabilirlo osservando la mappa che mi ha accompagnato nelle sere milanesi, nella condizione di esule volontario che aspetta il buio per riappacificarsi con i propri fantasmi.


