Dopo Pechino

Taiwan, chip e terre rare: il vertice Xi-Trump non ha cambiato gli equilibri

Mercati delusi dopo la chiusura del summit: Boeing porta a casa risultati modesti, Tesla nessuno. E anche Nvidia e AMD restano a guardare

di Biagio Simonetta

 REUTERS

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Per due giorni, a Pechino, la scena è sembrata quella che Donald Trump voleva costruire. L’Air Force One atterrato in Cina con a bordo i grandi ceo americani, pronti a sedere ai tavoli del potere cinese. Jensen Huang di Nvidia, i vertici di Boeing, Tim Cook di Apple, Elon Musk e altri nomi noti della Silicon Valley. I colossi della finanza e della tecnologia statunitense, insomma, al fianco della Casa Bianca. L’idea era semplice: mostrare che gli Stati Uniti restano il centro economico del mondo anche dentro la relazione più difficile del pianeta.

Ma quando la diplomazia ha sostituito le immagini di rito, è rimasta soprattutto una sensazione di freddezza. La postura cinese è apparsa immediatamente chiara. Chiara nel mostrarsi disponibile sul piano simbolico e protocollare, ma anche molto rigida sui dossier strategici. Come Taiwan, definita senza mezze misure il punto più delicato delle relazioni fra Washington e Pechino. E il fatto che Xi Jinping abbia evocato apertamente la “trappola di Tucidide” durante il vertice, è apparso come un segnale politico molto pesante. Un concetto che la leadership cinese usa raramente in modo così diretto nei faccia a faccia ad alto livello.

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Secondo diversi analisti, Trump lascia Pechino con molti sorrisi diplomatici e poche vittorie concrete. E non è un caso che a summit concluso, i mercati abbiano reagito virando in negativo.

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Chip & Tech

Uno dei segnali più evidenti riguarda Nvidia. Jensen Huang era parte della delegazione americana, anche perché Washington sperava di sbloccare almeno parte delle tensioni legate all’export di semiconduttori avanzati verso la Cina, cercando spiragli sulle terre rare. Ma nelle ultime ore il rappresentante commerciale statunitense Jamieson Greer ha ammesso che i controlli all’export sui chip «non sono stati un tema centrale» dei colloqui. Tradotto: nessuna vera apertura.

Per Nvidia e AMD il nodo resta enorme. La Cina continua a essere un mercato cruciale per l’intelligenza artificiale e per i data center, ma le restrizioni americane restano in piedi e Pechino accelera parallelamente sullo sviluppo di filiere domestiche sempre più competitive, tanto che la leadership tecnologica statunitense potrebbe essere messa in discussione nel giro di pochi anni.

I mercati, in qualche modo (e anche alla luce della delegazione americana a bordo dell’aereo presidenziale) si aspettavano almeno un segnale politico di distensione sul fronte AI. Ma quel segnale non è arrivato, anche a dimostrazione del fatto che l’autonomia cinese sul fronte tecnologico regali oggi nuovi margini di manovra a Pechino.

Il dossier Tesla

Ma il segnale non è arrivato neanche per Tesla. La presenza di Musk, che sui social è diventa molto virale per i soliti atteggiamenti sopra le righe di Mr Elon (su tutti, la postura assunta durante un selfie con Lei Jun, ceo di Xiaomi), non è servita a sbloccare uno dei dossier più importanti per Tesla: il via libera cinese per il Full Self-Driving. Durante il summit non sono arrivati annunci ufficiali né aperture pubbliche da parte di Pechino. Forse non va dimenticato che in Cina, Musk continua ad avere un’immagine ambigua. Da una parte viene visto come il simbolo dell’innovazione occidentale e dell’elettrico moderno. Mentre dall’altra Pechino guarda con crescente sospetto il suo legame con Washington e soprattutto con Starlink e SpaceX, considerati temi sensibili per la sicurezza nazionale cinese.

Pochi risultati per Boeing

Altro capitolo aperto era quello di Boeing, ma anche in questo caso i risultati portati a casa dagli USA non sembrano soddisfacenti. Per giorni l’amministrazione Trump aveva lasciato filtrare l’ipotesi di un maxi ordine cinese, con numeri che circolavano da settimane attorno ai 500 velivoli. Alla fine Trump ha parlato di circa 200 jet, ma senza dettagli concreti su modelli, tempi o struttura dell’accordo. E soprattutto senza una firma ufficiale. E infatti il titolo dell’azienda di Arlington (Virginia) è scivolato nell’alter market.

Lo scoglio Taiwan

Insomma, il principale risultato del vertice di Pechino pare sia il mantenimento della fragile tregua commerciale raggiunta nell’ultimo incontro fra i due leader a ottobre scorso, quando Trump aveva sospeso i dazi più pesanti sulle merci cinesi e Xi Jinping aveva evitato di irrigidire ulteriormente il fronte delle terre rare. Per il resto, sorrisi a parte, molte questioni sono rimaste sostanzialmente irrisolte. E non è bastato, a Trump, portare in Cina i ceo più potenti del mondo per piegare Pechino sui dossier strategici. Xi Jinping ha scelto la linea della cautela e della rigidità. Soprattutto sulla questione Taiwan, dove l’avvertimento cinese è sembrato per la prima volta veramente severo. L’isola rimane il punto più critico delle relazioni fra le due potenze. La pistola di Sarajevo del XXI secolo, come è già stata definita. E la mancata risposta di Trump a una domanda di Reuters proprio su Taiwan è sembrata raccontare il vero clima del summit, più di molte dichiarazioni ufficiali.

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