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Tecnologia, potere ed economia politica

 Adobestock

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Il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale ha riportato al centro del dibattito una questione antica: il progresso tecnologico produce necessariamente un progresso economico e sociale diffuso? La risposta non può essere cercata soltanto nella capacità delle nuove tecnologie di aumentare la produttività. Tra innovazione e benessere c’è infatti la distribuzione: chi beneficia dei guadagni del progresso, chi ne sopporta i costi, quali attività vengono automatizzate. E dietro la distribuzione c’è il potere, inteso come capacità di individui e gruppi sociali di orientare decisioni economiche e tecnologiche.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Questo contributo riprende e sviluppa alcune considerazioni contenute in una mia recente Nota, “Oltre le istituzioni: il potere nell’analisi economica”, pubblicata nel numero 95, estate/autunno 2025, di Proposte e Ricerche (Russo, 2025). Il punto che ci premeva sottolineare in quella sede è che le istituzioni, pur svolgendo un ruolo fondamentale nelle traiettorie di sviluppo, non esauriscono l’analisi. Esse non sono semplicemente “regole del gioco”, ma rappresentano anche la cristallizzazione, mutevole nel tempo, di rapporti di potere. Anche istituzioni formalmente inclusive possono quindi convivere con meccanismi estrattivi.

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Il cambiamento tecnologico rende questa prospettiva particolarmente rilevante. In Power and Progress, Acemoglu e Johnson (2023) sostengono che la tecnologia non segue una traiettoria unica e predeterminata. Il progresso può sostituire lavoro oppure accrescerne la produttività; concentrare il controllo dei processi produttivi oppure diffondere nuove capacità; automatizzare compiti esistenti oppure crearne di nuovi. La direzione prevalente dipende dagli incentivi economici, dalle istituzioni e dalla capacità dei diversi gruppi sociali di orientare le scelte. Gli effetti distributivi del cambiamento tecnologico, quindi, non hanno nulla di “naturale”.

Produzione e distribuzione non rappresentano due momenti indipendenti. Il modo in cui si produce, le tecnologie adottate, le competenze valorizzate o rese obsolete contribuiscono già a determinare come reddito e potere saranno distribuiti. La distribuzione non interviene soltanto ex post, quando un surplus già prodotto deve essere ripartito, ma è in parte incorporata nel processo attraverso il quale quel surplus viene generato. È un punto che ci riporta alla tradizione dell’economia politica classica, nella quale produzione e distribuzione erano analizzate congiuntamente e i rapporti tra classi sociali costituivano parte essenziale dell’analisi.

Il nesso tra distribuzione e potere opera peraltro nelle due direzioni. Se i rapporti di potere contribuiscono a determinare la distribuzione del reddito e della ricchezza, una distribuzione fortemente diseguale tende a sua volta a modificarli. Stiglitz (2012) ha insistito su questo circuito cumulativo: la crescente concentrazione di reddito e ricchezza attribuisce ad alcuni gruppi una maggiore capacità di influenzare il processo politico, la regolamentazione e le “regole del gioco”, che possono così contribuire a preservare o ampliare le disuguaglianze dalle quali quel potere deriva. La società finisce quindi col pagare il “prezzo della disuguaglianza” anche in termini di minore mobilità sociale, instabilità e indebolimento della qualità della democrazia.

È in questo quadro che va collocato il dibattito sull’intelligenza artificiale. Una parte consistente della discussione corrente riguarda quanto l’IA farà aumentare la produttività. Ma anche supponendo un impatto assai maggiore delle valutazioni più prudenti, rimarrebbe aperta la questione essenziale: quale tipo di progresso tecnologico verrà perseguito e come saranno distribuiti i suoi benefici? Una tecnologia utilizzata prevalentemente per sostituire compiti svolti dal lavoro produce effetti diversi da una tecnologia che amplia le capacità dei lavoratori e crea nuove mansioni. Un aumento più rapido della produttività non implica automaticamente un aumento altrettanto diffuso dei redditi.

La recente polemica sollevata dall’Economist intorno ad alcuni aspetti della ricerca di Daron Acemoglu è interessante soprattutto da questo punto di vista. Si può discutere se Acemoglu sottovaluti gli effetti futuri dell’intelligenza artificiale o se la lettura della storia tecnologica proposta in Power and Progress risulti eccessivamente pessimistica. Ma mostrare che il progresso tecnico ha enormemente aumentato il benessere materiale nel lungo periodo non risolve il problema della sua distribuzione, né chiarisce attraverso quali meccanismi i guadagni del progresso si trasformino in prosperità diffusa.

Il punto, quindi, non consiste nel contrapporre efficienza e distribuzione, né nello scegliere tra una visione ottimistica e una pessimistica del progresso tecnologico. Occorre piuttosto chiedersi chi controlli il capitale, i dati e le infrastrutture necessarie allo sviluppo delle nuove tecnologie; quale capacità abbiano lavoratori e istituzioni pubbliche di influenzarne l’impiego; e in quale misura il potere economico concentrato possa trasformarsi in potere politico, contribuendo a definire le regole che disciplineranno quelle tecnologie.

Per questo il rapporto tra tecnologia e distribuzione non può essere separato dalla questione istituzionale, ma neppure ridotto ad essa. Andare oltre le istituzioni significa ricostruire i rapporti di potere che contribuiscono a produrle, modificarle e, talvolta, catturarle. Ed è qui che la riflessione sul progresso tecnologico riporta l’economia verso l’economia politica: produzione, distribuzione e potere non costituiscono sfere autonome, ma dimensioni intrecciate di uno stesso processo storico e sociale.

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