Formazione

Tempo e qualità della vita: che cosa insegna la filosofia ai manager

Un’analisi filosofica e pratica sull’importanza di gestire il tempo come risorsa essenziale, valorizzando la qualità delle esperienze e la passione, oltre la mera quantità di ore lavorate

di Luca Barni*

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Ci sono circostanze e tempi che facilitano la riflessione. Il sessantesimo compleanno è uno di questi: ti costringe alla riflessione su quanto vissuto, personalmente e professionalmente.

E il pensiero va anzitutto al tempo, da intendersi come scelta libera e consapevole dell’utilizzo del proprio tempo: sul tema la frase più ricorrente è la seguente: «… non ho avuto il tempo di far la tal cosa, mi sarebbe piaciuto ma non ho avuto il tempo». Affermazione che contrasta con il pensiero di Seneca per cui non abbiamo poco tempo, ne perdiamo molto.

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Pascal Chabot, filosofo belga, sul tema ha scritto un libro che nelle prime pagine va subito al sodo. Dice: «Questa scusa è a volte troppo facile. Può anche sembrare in malafede. Dopo tutto, non è il tempo che decide che non possiamo vedere un amico, è piuttosto l’amicizia che non si impone a sufficienza, la persona che non compie la scelta di coltivare come priorità una relazione. Siamo liberi e il tempo non cambia nulla».

Altra affermazione del filosofo: «Il tempo è la cosa più essenziale che ognuno abbia».

La verità è che non abbiamo la percezione di questa essenzialità. Forse perché il tempo lo dobbiamo condividere con la rete di relazioni, con il lavoro e con la società nella quale viviamo? Forse perché non lo computiamo, quali fossimo degli highlander immortali?

Soffermiamoci sulla prima causa: la condivisione del tempo. Senza citare il burnout, che è una patologia, molti manager si lamentano di quanto sia strapiena l’agenda: gli obblighi professionali e sociali la saturano, a volte anche il week-end. L’affermazione “la saturano” significa che non è tempo programmato dal manager, ergo non è tempo DEL manager. È una sensazione, non piacevole, che matura solo con il passare degli anni ma per la quale le nuove generazioni hanno una sensibilità diversa dai loro padri. Questa condizione porta ad una domanda: se la programmazione dell’agenda viene condizionata dagli altri forse ciò di cui si lamentano i manager si riferisce ad altro: la qualità del tempo?

C’è una caratteristica, non molto presente nel mondo manageriale, che però aiuta nella gestione della qualità del tempo, la pazienza. Salvatore Natoli dà una bella definizione di paziente: «… è colui che costretto dalla natura o dagli uomini … né si rassegna né si ribella, né si consuma in uno sterile risentimento ma si dà tempo … chi pazienta, nel frattanto dell’attesa, non resta inerte ma fa maturare possibilità, cerca vie alternative che l’insofferenza non potrebbe mai far emergere». Il filosofo conclude il suo pensiero con un’affermazione potente: «… perché non è da saggi chiudere la partita prima che sia finita». Comportamento non facile da tenere, soprattutto in situazioni critiche nelle quali a prevalere è l’impazienza, che ti impedisce di cogliere le possibilità insite nella contingenza. Ci vuole una buona maturità professionale per non chiudere la partita prima che sia finita.

Tempo fa conobbi un ciclista professionista che ha vinto due giri d’Italia. Delle chiacchiere fatte sulla sua vita sportiva e poi manageriale mi è rimasta impressa un’affermazione: “L’importante per me era, ed è, andare a letto piacevolmente stanco”. Sintesi plastica della conseguenza di un lavoro soddisfacente o, meglio ancora, di ciò che lo psicologo Mihàly Csìkszentmihàalyi ha definito lo stato di flow: quel flusso di coscienza così travolgente e gratificante per cui sei totalmente immerso e concentrato nell’attività. il riferimento all’ambito sportivo non implica che lo stato di flow sia esclusivo di quell’ambito: appartiene anche al mondo manageriale.

Per quanto appena detto il lavoro, in alcuni casi, non è lavoro nel senso comune del termine: non lo è quando non è il tempo che lo condiziona ma, piuttosto, la situazione contingente e soprattutto la passione della persona. Come dice Chabot «è quando si guarda l’orologio che l’incantesimo si rompe»: quello è lavoro nel senso comune.

Prima di concludere è utile tornare all’affermazione di Chabot, «il tempo è la cosa più essenziale che ognuno abbia». Questo elemento, essenziale, la stragrande maggioranza delle persone lo mette a disposizione per avere in cambio finanze, o più prosaicamente, denaro (inutile utilizzare modalità auliche per dirlo).

Il tempo per l’uomo è esistenziale, il denaro è materiale. Per la filosofia questo contratto è squilibrato e l’affermazione tipica «… ho dato quarant’anni della mia vita a questa azienda» è sintomatica dell’importanza della rinuncia al proprio tempo, esistenziale, per un bene materiale.

Un augurio semplice: accorgersene prima che sia troppo tardi.

Non necessariamente a sessant’anni.

Anche a cinquanta sarebbe già un buon anticipo.

*Direttore Bcc Centropadana

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