Anteprime

«The Boys of Dungeon Lane», la recensione: Paul McCartney cerca il tempo perduto

Il ventesimo album solista di Macca è un omaggio a Liverpool, a John, George, Ringo e il mondo prima dei Beatles. Cos’è il genio nella senilità

di Francesco Prisco

Paul McCartney ad Abbey Road, durante il pre-ascolto di «The Boys of Dungeon Lane»

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Se Paul McCartney avesse voluto tirarsela, avrebbe intitolato il suo 20esimo album in studio In search of lost time, proprio come l’edizione inglese del capolavoro di Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Ma, pur potendo permetterselo, non è il tipo: ha scelto The Boys of Dungeon Lane, il riferimento a una stradina mezzo sterrata di Speke, il quartiere di Liverpool che ospita l’aeroporto oggi intitolato a John Lennon e negli anni Cinquanta fu terreno delle scorribande dei quattro.

Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: il disco in uscita il 29 maggio, ascoltato e ri-ascoltato in anteprima, è un’opera della senilità, una specie di concept album che segue l’asse verticale della vita dell’autore, dove ogni canzone suona come un’istantanea della vita di Paul, ma anche di John, George e Ringo prima dei Beatles. È come se, arrivato alla soglia degli 84 anni, Macca - anima melodica e calcolatrice dei Fab Four - si commuovesse ripensando ai primi vent’anni della propria esistenza, gli unici in cui fu una persona comune, di quelle che possono circolare liberamente per strada, senza schiere di fan che ti osannano e cadillac dai vetri oscurati che ti aspettano. The Boys of Dungeon Lane prende allora la Liverpool in bianco e nero del Secondo dopoguerra e fa poesia delle piccole cose.

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Si parte dal rock dissonante di As you lie there, primo brano inciso da Paul con Andrew Watt, produttore specializzato nel lustrare il pelo ai vecchi leoni del rock: è il ritratto di un adolescente alle prese con il primo innamoramento, tra sogni e insicurezze. Un accordo di chitarra esotico, costruito un dito per volta, e l’atmosfera del disco è già chiara. Alla batteria, nella circostanza specifica, c’è Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, uno dei pochi feat. di un album che - come McCartney I, II e III - resta quasi interamente suonato da McCartney. Last Horizon è il ripescaggio di un vecchio brano del corpus di Macca che per mille motivi non era mai stato inciso e oggi suona maledettamente Brit Pop. Quant’è vero che senza Fab Four non ci sarebbe stato nessun Brit Pop.

E qui si arriva alla ballad Days we left behind, da cui è tratto il verso che dà il titolo all’album: senza dubbio il miglior brano del disco, con la voce di Paul che si spezza al ricordo dell’amicizia con John, del loro incontro a Forthlin Road, casa dei McCartney. Siamo dalle parti di Early Days, altra (notevole) ballata di rimembranze lennoniane che Paul sfornò nel 2013. Nel primo come nel secondo caso, chi è cresciuto con il loro poster in cameretta non può fare a meno di commuoversi. Dalla rock song amorosa Ripples on a pond si passa all’esperimento Mountain top, quadretto psichedelico di ragazza che a Glastonbury si sballa con un fungo allucinogeno tra feedback di chitarra elettrica e voci pitchate, prova che Zio Paul perde il pelo ma non il gusto per gli esperimenti.

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Down South è il secondo omaggio beatlesiano del disco, stavolta dedicato a Harrison: brano minimalista (voce, chitarra acustica e nient’altro) che rievoca un’avventura in autostop con George in quel di Chester Road, meta di camionisti. Verso Sud, tra sogni di rock ’n’ roll e la scoperta di Twist and Shout. We two è una graziosa canzone d’amore dal sapore inconfondibilmente Sixties registrata su un quattro piste Studer, come A day in the life, Come inside un rock tirato costruito su un riff distorto, Never know un omaggio alla scena di Laurel Canyon con tanto di flauti e chitarre incise al contrario, come ai bei tempi.

Home to Us, feat. di Ringo Starr ma anche di Chrissie Hynde e Sharleen Spiteri ai cori, è un’altra cartolina spedita dalla Liverpool anni Cinquanta, la città operaia che costruiva navi: come posto non doveva essere un granché, ma «per noi era casa». Altro momento indimenticabile del disco. Pop song acustica e delicata è Life can be hard, brano scritto durante la pandemia che ricorda le atmosfere di Flowers in the Dirt, mentre First Star of the Night è una ballata intimista su certi giorni in cui senti piovere dentro.

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Il viaggio a ritroso di The Boys of Dungeon Lane si conclude con Liverpool prima di McCartney: in Salesman Saint la dedica è ai genitori di Macca e affiora il sapore jazzy delle canzoni che la coppia amava ballare (c’è anche la tromba, strumento suonato da papà Jim). Momma Gets By è opera di fantasia: propone il ritratto di una donna che ha sposato un perdigiorno e si fa in quattro per tirare avanti la baracca.

The Boys of Dungeon Lane è imperfetto e onesto, perché la voce di Paul non può più essere quella di Golden Slumbers, gli anni passano anche per chi è stato toccato dal Signore, ma la grandezza sta proprio nel proporsi al pubblico così come si è, in tutta la propria fragilità: senza trucchi. Questo qui non sarà il disco solista più bello di McCartney (la «concorrenza», d’altra parte, è impressionante: dai tre omonimi a Band on the Run) ma è l’album definitivo. Un disco che Macca ha fatto per sé stesso, prima che per noi. E proprio di questo gli saremo per sempre grati.

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