Cannes

“The Meltdown”, dal Cile un thriller politico sulla memoria storica

Nella sezione Un certain regard è stato presentato il nuovo lungometraggio di Manuela Martelli, già regista del riuscito “1976”

di Andrea Chimento

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Manuela Martelli inizia davvero a essere un nome da tenere in grossa considerazione: dopo la riuscitissima opera prima “1976”, la regista cilena ha firmato un secondo lungometraggio altrettanto interessante, dal titolo “The Meltdown”, inserito nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes di quest’anno.

Ambientato nel Cile del 1992, in un momento storico in cui la dittatura è formalmente terminata e il paese sta effettuando una complessa transizione democratica, “The Meltdown” racconta di Inés, una bambina di nove anni che è stata lasciata temporaneamente dai genitori alle cure dei nonni, proprietari di un hotel isolato in montagna in mezzo alle piste da sci.

Tra i turisti con cui si trova a che fare c’è Hanna, una sciatrice tedesca di 14 anni che, durante una notte, scompare misteriosamente.

Nonostante il momento temporale che viene raccontato, si sente tutto il peso della memoria storica della dittatura in questa pellicola che ragiona in maniera curiosa e anticonvenzionale attorno a tematiche che richiamano la tragedia dei Desaparecidos.

Allo stesso tempo, però, non è probabilmente un caso che Martelli abbia scelto come altro personaggio principale una ragazzina tedesca, nata nel contesto di quelle due Germanie che hanno smesso di esistere proprio da pochi anni.

 

Una sceneggiatura coinvolgente

 

La ricerca della giovane scomparsa è però solo in apparenza il cuore narrativo di questo thriller che, più che all’indagine, è interessato agli effetti che quella sparizione inizierà presto a sortire, tanto in Inés quanto negli altri personaggi in scena.

L’infanzia viene raccontata da Manuela Martelli in maniera non convenzionale, portandoci a prendere lo sguardo della piccola protagonista ma anche, contemporaneamente, a condividere i suoi stessi limiti, causati da una prospettiva comunque ancora acerba e incapace di cogliere del tutto ciò che le sta succedendo attorno.

Seppur la prima parte sia più incisiva della seconda, il film ha una sceneggiatura che si mantiene coinvolgente fino alla fine, grazie anche al buon ritmo di un montaggio in grado di tenere costantemente alta l’attenzione.

Qualche passaggio è un pizzico didascalico, ma il simbolismo proposto – a partire dall’ambientazione innevata – stimola più di una riflessione e conferma lo stile della regista come uno dei più originali del cinema sudamericano contemporaneo.

 

Congo Boy

 

Sempre all’interno di Un certain regard ha trovato spazio un’altra pellicola di cui è importante parlare: “Congo Boy”, firmata dal regista congolese classe 1997 Rafiki Fariala.

Ambientato a Bangui, Repubblica Centrafricana, il film ha per protagonista Robert, un ragazzo di diciassette anni che sogna una carriera musicale. La guerra civile, però, sta lacerando il paese e lui si trova a doversi occupare dei fratelli più piccoli quando i suoi genitori finiscono in prigione.

Opera seconda di Fariala (la prima, “We, Students!” era stata alla Berlinale nel 2022), “Congo Boy” è un prodotto sincero e capace di mostrare tutto il potere salvifico della musica e dell’arte in generale.

Non ci sono forse grandi sequenze da mandare a memoria, ma il disegno generale regge per l’intera durata e i messaggi significativi sono numerosi: dal coraggio individuale di non arrendersi mai, nonostante le gravi difficoltà, all’indagine sociopolitica della condizione di un intero paese, Fariala sa bene dove vuole arrivare e il suo lavoro è tra i più interessanti visti in questa prima settimana del Festival di Cannes.

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