Architettura

Tra crisi climatica e riuso, il Congresso mondiale degli architetti ripensa il futuro

A Barcellona il dialogo sulle sfide dell’architettura contemporanea: trasformazione dell’esistente, sostenibilità, abitare, materiali e ruolo del progettista. Al centro Les Tres Xemeneies, ex centrale industriale simbolo della città

Le tre ciminiere di Sant’Adrià de Besòs

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Le tre ciminiere di Sant’Adrià de Besòs non sono solo la scenografia dell’apertura del Congresso mondiale degli architetti UIA 2026. Sono la sintesi visiva dei temi che Barcellona porta sulla scena internazionale nell’anno in cui è Capitale mondiale dell’architettura. Ex centrale termica sul fronte mare metropolitano, non lontano dall’area che nel 2004 ha ospitato il Forum delle Culture, questa grande infrastruttura industriale dismessa è oggi uno spazio temporaneo per mostre, forum e sperimentazioni. Presto accoglierà Catalunya Media City, hub tecnologico, audiovisivo e digitale. È un luogo che racconta con immediatezza ciò di cui la disciplina è oggi chiamata a occuparsi: trasformare l’esistente, lavorare con le eredità materiali, dare nuovi usi a spazi sospesi, immaginare possibilità prima che diventino programma. In questo passaggio, prima della trasformazione in polo legato alla cultura digitale e audiovisiva, Les Tres Xemeneies diventano una soglia. Non solo tra passato industriale e nuova economia urbana, ma tra due modi di intendere il progetto: da un lato l’architettura come produzione di oggetti, dall’altro come capacità di aprire scenari, tenere insieme conflitti, tempi lunghi e urgenze.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

A Barcellona torna il Congresso mondiale degli architetti

È da qui che Barcellona ha avviato il XXIX Congresso mondiale degli architetti dell’Unione internazionale degli architetti, in programma dal 28 giugno al 2 luglio 2026. La città torna a ospitare l’appuntamento dopo trent’anni e lo fa nell’anno in cui è appunto Capitale mondiale dell’architettura Unesco-Uia. I numeri danno la scala dell’evento: circa 10mila professionisti, studenti e rappresentanti istituzionali attesi da oltre 130 Paesi, più di 250 relatori internazionali, oltre 40 sessioni tra plenarie, dibattiti, workshop, forum, premi e attività pubbliche. Le sedi principali sono il Ccib, Les Tres Xemeneies e il Disseny Hub Barcelona, con alcuni momenti anche alla rinnovata Sagrada Família. La mostra centrale occupa 4mila metri quadrati nella sala turbine della ex centrale e resterà aperta al pubblico fino al 19 luglio.

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Becoming: progettare dentro la transizione

Il titolo scelto, Becoming. Architectures for a planet in transition, non indica una direzione univoca. Propone piuttosto una condizione: il progetto dentro la transizione. Non un’architettura che arriva dopo il problema per risolverlo, ma una disciplina che riconosce di essere parte dei processi che hanno prodotto crisi ambientale, pressione abitativa, disuguaglianze territoriali, consumo di risorse e fragilità urbana.

Nella serata inaugurale Regina Gonthier, presidente Uia, ha ricordato che le sfide attuali non possono essere affrontate con “le formule del passato”. Marta Vall-llossera, presidente del Cscae e del Congresso, ha parlato di Barcellona come “punto di incontro globale” per condividere conoscenza e immaginare risposte comuni. Il sindaco Jaume Collboni ha definito la città un «laboratorio vivo delle città di domani. L’architettura non dà forma solo agli edifici, ma alle opportunità delle persone», mentre Iñaqui Carnicero, segretario generale dell’Agenda urbana, casa e architettura del governo spagnolo, ha indicato nella disciplina la capacità di «trasformare l’incertezza in possibilità». Più precisamente parla di «un invito a comprendere l’architettura come una promessa viva: che in un mondo cambiante possiamo ancora costruire condizioni per la cura, la giustizia, la bellezza e l’appartenenza. L’architettura non è solo ciò che lasciamo indietro, ma anche ciò che rendiamo possibile per gli altri».

Oltre l’antropocentrismo: una nuova idea di città

Il congresso parte dalla messa in discussione dell’antropocentrismo. La città non viene più letta come macchina costruita per l’essere umano e contro l’ambiente, ma come parte di sistemi ecologici in cui suolo, acqua, atmosfera, animali, piante, microrganismi, infrastrutture e materiali agiscono insieme. La conseguenza è una revisione del lessico disciplinare e alla triade vitruviana firmitas, utilitas, venustas viene affiancata una nuova agenda fondata su stabilità, ecologia e cura. Stabilità non come permanenza immobile, ma come capacità di lavorare con suoli instabili, climi mutevoli e condizioni incerte; ecologia non come verde aggiunto al progetto, ma come riconoscimento dell’edificio dentro sistemi biologici, geologici, idrologici e atmosferici; cura non come retorica, ma come manutenzione, restituzione, riparazione.

Il suolo come infrastruttura vivente

Il suolo è uno dei temi di maggior attenzione. Non superficie disponibile, ma biosistema fragile. Non supporto tecnico da impermeabilizzare, ma infrastruttura vivente da preservare, rigenerare e osservare. Da qui nasce la constatazione che il progetto contemporaneo sia sempre meno separabile dalle scienze ambientali e che l’architetto non possa limitarsi alla forma o alla prestazione energetica dell’edificio. Deve confrontarsi piuttosto con cicli idrici, microclimi, ombreggiamento, ventilazione, biodiversità, materiali, manutenzione e processi di adattamento. Perché l’edificio non è più solo ciò che protegge dal meteo: contribuisce a produrlo, modificarlo, intensificarlo o mitigarne gli effetti.

Altro nodo è il riuso. Nei talk del congresso ci si confronta su circolarità, riduzione dell’impronta carbonica ed estensione della vita degli edifici. In questo quadro, la questione abitativa non è separata da quella ambientale e le politiche di demolizione e sostituzione, i modelli finanziari, la regolazione, il valore dei suoli e il costo dell’abitare entrano nel campo dell’architettura come dispositivi che decidono se una città si trasforma o espelle. Inevitabile allora la domanda: come tenere insieme crisi abitativa e transizione ecologica senza produrre nuovi processi di esclusione.

Dal punto di vista degli architetti, il riuso può ridurre consumo di risorse e carbonio incorporato, ma deve essere sostenuto da politiche pubbliche, regole e strumenti economici per non ridursi a sola strategia di valorizzazione immobiliare. A sottolineare che la qualità architettonica non basta se non si misura con accessibilità, governance e diritto alla casa.

I materiali e il ruolo dell’architetto

Attenzione anche ai materiali, che portano con sé filiere, territori, estrazione, energia, lavoro, emissioni e scarti. Ogni scelta costruttiva incorpora geografie e responsabilità, per questo non basta chiedersi quali materiali usare: bisogna capire da dove arrivano, cosa consumano, chi li produce, quanto durano, come si smontano e cosa lasciano.

Nell’era delle multiple transizioni non sono secondari ambiti come la politica e il digitale. Il campo disciplinare si allarga: non solo edifici e spazi aperti, ma sistemi informativi, evidenze, legislazione, forme di accountability. E coì mappe, modelli, immagini satellitari, piattaforme, norme, documenti e prove diventano strumenti di progetto e di responsabilità pubblica. Allargamento che modifica di conseguenza anche il ruolo dell’architetto. La figura autoriale lascia spazio a gruppi multidisciplinari che includono scienziati, filosofi, artisti, economisti, giuristi, comunità locali, saperi tecnici e conoscenze vernacolari. La collaborazione non è più un’opzione metodologica, ma una condizione di efficacia. Tutto questo senza correre il rischio che l’architettura perda specificità o si rifugi in un linguaggio troppo astratto.

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La sfida è usare la capacità del progetto per rendere visibili relazioni, conflitti e alternative, senza separarsi dai processi che decidono tempi, costi e attuazione: solo entrando nei meccanismi della decisione pubblica e privata, architetti e architettura possono davvero incidere davvero sulle città.

Barcellona come laboratorio delle città europee

Barcellona sembra usare il Congresso per confermare il proprio ruolo internazionale, ma anche per misurarsi con le contraddizioni delle città europee: pressione turistica, accesso alla casa, trasformazione dei waterfront, riuso del patrimonio, infrastrutture metropolitane, adattamento climatico. Les Tres Xemeneies sono memoria industriale, occasione di rigenerazione e futura centralità produttiva, ma anche luogo in cui verificare se la trasformazione urbana saprà produrre valore pubblico e non solo nuova attrattività. L’architettura che emerge da “Becoming” non è meno ambiziosa di quella dei grandi piani urbani del passato, ma è meno certa dei propri strumenti; lavora con l’incompiuto, con il danno, con l’adattamento, con la manutenzione, con il tempo. Non promette soluzioni definitive, piuttosto propone di stare dentro la complessità e di trasformarla in progetto.

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