Sbagliando si impara

Tra efficienza e sovraccarico mentale, i costi nascosti dell’intelligenza artificiale

L’uso crescente dell’IA può aumentare il carico mentale e il burnout, richiedendo nuove competenze e un bilanciamento tra tecnologia e attenzione umana nelle organizzazioni

di Eva Campi*

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TANSTAAFL - There Ain’t No Such Thing As A Free Lunch! Così Milton Friedman rese popolare un aforisma prevalentemente economico che sottolinea, oggi come allora, che ogni risorsa ha un costo. A me piace ricordare come anche Carl Rogers, uno dei padri della psicologia umanista e fondatore della terapia centrata sul cliente (e di conseguenza della “customer centricity”), abbia ripreso questo principio nel contesto della crescita e dello sviluppo personale.

Da sempre l’uomo ha cercato di ottimizzare fatiche e sforzi per evolvere e progredire. A volte cercando delle scorciatoie, diciamolo. La condanna divina dopo la cacciata dal Paradiso Terrestre “mangerai il frutto della terra con affanno tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e rovi, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane con il sudore del tuo volto” (Genesi 3, 14-24), forse è lo slancio di riscatto all’autonomia e la tensione verso il ritorno ad uno stato di beatitudine, che più hanno condizionato ed emancipato l’umanità. La ricerca di ottimizzare le energie, le risorse e il tempo è alla base di ogni conquista tecnica e tecnologica. Il progresso, però, ha spesso mascherato i famosi costi di cui sopra; essi sono diventati poco visibili nel tempo anche a causa di effetti cumulo emergenti solo nella lunga distanza, oppure perché monetizzarli e renderli tangibili risultava difficile per mancanza di KPI. L’intelligenza artificiale, oggi, si propone come ottimizzatore di tempo, fatiche e sforzi per molte professioni. La domanda che possiamo porci è duplice: da un lato se per lei, l’IA, la fatica e il costo non esistono e dall’altro se veramente ci solleverà da sprechi/costi di energia mentale e fisica.

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La risposta alla prima domanda, volutamente provocatoria, la possiamo sintetizzare ricordandoci che dietro ad ogni risposta lavorano data center energivori, hardware complessi e infrastrutture globali. E qui mi fermo, perché non è un ambito in cui sono esperta. Mentre, per quanto riguarda la seconda, posso condividere alcune riflessioni maturate sul campo negli ultimi 18 mesi e gli esiti di alcune ricerche recenti. Lo chiamano “IA brain fry” - letteralmente “cervello fritto dall’IA” - e lo definiscono come un affaticamento mentale derivante dall’uso eccessivo o dalla supervisione di strumenti di IA al di là delle proprie capacità cognitive.

I partecipanti ad una ricerca di Harvard (condotta dopo una serie di rilevazioni di indagini di benessere organizzativo che riportavano un aumento di sovraccarico cognitivo e burnout) lo hanno descritto come una sensazione di “ronzio” o di annebbiamento mentale con difficoltà di concentrazione, rallentamento nel processo decisionale e mal di testa. Lo studio è stato condotto su 1.488 lavoratori a tempo pieno con sede negli Stati Uniti (49% uomini e 51% donne tra collaboratori indipendenti e dirigenti) presso grandi aziende di diversi settori. Dalla ricerca risulta evidente che, sebbene l’intelligenza artificiale prometta di rendere il lavoro più efficiente, in molti casi sta producendo l’effetto opposto: invece di semplificare le attività, aumenta il carico cognitivo dei lavoratori. Questo accade particolarmente quando le persone devono monitorare diversi sistemi di IA contemporaneamente o quando l’IA aumenta il volume di lavoro invece di sostituire attività ripetitive. La produttività cresce quando si usano uno o due strumenti di IA, ma diminuisce sensibilmente se questo numero sale a causa del “tentativo” di multitasking e dell’overload informativo.

Questo affaticamento costa anche all’azienda, concretamente: più errori, maggiore “fatica decisionale”, quindi tempo e comunicazioni infinite e una più alta propensione a cambiare lavoro (dato correlato, non causale). Al contrario, quando l’IA viene usata per eliminare compiti ripetitivi, il burnout appare diminuire. Alla luce di questa e di innumerevoli ricerche in corso, risulta evidente quanto sia necessario sviluppare nuove competenze per gestire efficacemente il lavoro con l’IA, come definire meglio i problemi, elaborare nuovi piani di analisi e stabilire priorità strategiche. Senza queste capacità, le persone potrebbero rischiare di impiegare più tempo a gestire gli strumenti di IA che a risolvere i problemi reali. Inoltre, un monito per le organizzazioni è quello di trattare l’attenzione umana come una risorsa limitata. Competenze cruciali come giudizio, decisione e strategia richiedono concentrazione, che per l’essere umano non è lineare o binario, on-off.

Il fenomeno dell’“IA brain fry” mostra quanto rapidamente l’IA possa influenzare il modo in cui pensiamo: la sfida ora è usare questa potenza tecnologica senza compromettere le capacità cognitive e fisiche delle persone. Più voci, del mondo accademico e non, stanno cercando di portare alla luce i rischi potenziali e le opportunità rappresentati dall’utilizzo dell’IA. Se da un lato umanizzare l’intelligenza artificiale può portare a disumanizzare l’essere umano, dall’altro, l’integrazione intelligente tra human e artificial è un mondo tutto da costruire. Per quanto riguarda i rischi, mi sento solo di riportare che mai a nessuno verrebbe in mente di ringraziare la lavatrice per la centrifuga eccellente, mentre vedo qua e là ringraziamenti e smile agli agent che contraccambiano, ovviamente, in modo ineccepibile. Dovremmo ricordarci che l’IA è più una lavatrice che un essere umano.

Mi permetto di chiudere con una chiosa autobiografica. Provengo da una città portuale, dove per decenni la fatica è stata l’immagine stessa del lavoro degli scaricatori di porto. Già da tempo quella scena è cambiata e, ad oggi, gli operatori guidano muletti ipertecnologici e lavorano dentro sistemi logistici sempre più digitalizzati. Ad esempio, nel polo Sea Metal di Trieste, una media impresa radicata nel territorio, l’introduzione di software avanzati per la gestione dei flussi contribuisce a coordinare le operazioni e a distribuire in modo più equilibrato attività e responsabilità tra gli addetti. È un esempio di come anche realtà di dimensioni intermedie possano fare scelte consapevoli di integrazione tra intelligenza umana e sistemi artificiali, mantenendo al centro il valore delle persone, investendo anche nelle nuove generazioni e ripensando l’organizzazione del lavoro. In altre parole, anche nell’economia dell’intelligenza artificiale vale una regola semplice: i guadagni di efficienza non sono mai gratuiti, ma il risultato di un nuovo equilibrio tra tecnologia, competenze e responsabilità organizzativa.

*Partner di Newton Spa

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