La metanalisi

Trauma cranico grave, ecco perché serve una medicina della cronicità

Il rischio di mortalità nei sopravvissuti resta più che triplo rispetto alla popolazione generale e l’aspettativa di vita può ridursi fino a 7-9 anni

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Quando un paziente con trauma cranico grave supera la fase acuta ed esce, magari dopo mesi, da un percorso di rianimazione e riabilitazione intensiva, la narrazione comune tende a chiudersi qui: è sopravvissuto, la battaglia è vinta. Una meta-analisi internazionale a cui abbiamo contribuito come Centro Cardinal Ferrari KOS, pubblicata recentemente su Neurological Sciences insieme a Villa Rosa dell’Azienda sanitaria universitaria integrata del Trentino, all’Ospedale San Carlo di Potenza e alla società scientifica Melchiorre Gioia di Pisa, ci consiglia di rivedere radicalmente questa lettura.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Lo studio

I dati, raccolti su oltre 60.000 pazienti seguiti fino a vent’anni dall’evento traumatico, sono inequivocabili: il rischio di mortalità nei sopravvissuti a trauma cranico grave resta più che triplo rispetto alla popolazione generale (SMR 3,19), e l’aspettativa di vita può ridursi fino a 7-9 anni. Ciò che colpisce di più, dal punto di vista clinico, non è tanto l’entità del dato quanto la sua persistenza nel tempo. Non parliamo di un eccesso di rischio confinato ai primi mesi post-evento, quando le complicanze acute sono ancora attive: parliamo di un fenomeno che si mantiene significativo anche a distanza di anni, e che colpisce con particolare intensità i pazienti più giovani, proprio quelli che avrebbero, in condizioni normali, un’aspettativa di vita più lunga da perdere.

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Una condizione cronica

Come clinico che da decenni si occupa di gravi cerebrolesioni acquisite, ritengo che questo studio offra un’indicazione precisa alla comunità medica e ai decisori sanitari: il trauma cranico grave va trattato, a tutti gli effetti, come una condizione cronica. Non un evento puntuale da risolvere, ma una traiettoria di salute da accompagnare. Le cause di questo eccesso di mortalità a lungo termine non sono soltanto neurologiche: comorbidità sistemiche, complicanze respiratorie e cardiovascolari, fragilità metabolica, rischio infettivo, conseguenze psicologiche, tutte condizioni che si sviluppano nel tempo e che richiedono una sorveglianza clinica strutturata, non affidata alla sola iniziativa del paziente o della sua famiglia.

Tutelare decenni di vita

Questo significa, in termini organizzativi, che i percorsi di follow-up per i pazienti con esiti di trauma cranico grave non possono esaurirsi con la dimissione dal setting riabilitativo intensivo. Servono protocolli di monitoraggio a medio e lungo termine, integrati tra neurologia, medicina interna, medicina riabilitativa e medicina generale, capaci di intercettare precocemente i segnali di deterioramento clinico prima che diventino eventi acuti. Serve, soprattutto, un cambio culturale: la sopravvivenza a un trauma cranico grave non coincide con la guarigione, e la qualità della vita residua, per quanto condizionata dalla disabilità, va tutelata con la stessa determinazione con cui si è tutelata la sopravvivenza nella fase acuta e con cui oggi si tutela la prevenzione del trauma cranico con l’obbligatorietà dei dispositivi di protezione individuale.

Come sistema sanitario, abbiamo investito molto, giustamente, nel migliorare gli esiti immediati del trauma cranico grave: tempi di intervento, tecniche neurochirurgiche, riabilitazione intensiva precoce. È tempo di investire con la stessa serietà nella fase successiva, quella che dura per il resto della vita del paziente. Solo così potremo trasformare un dato epidemiologico allarmante in una reale opportunità di cura, restituendo qualità di vita e prospettiva a chi, dopo un trauma cranico grave, ha ancora davanti a sé decenni da vivere.

* Direttore Clinico Centro Cardinal Ferrari KOS

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