Siderurgia

«Troppa confusione sull’ex Ilva, così non investirà nessuno»

Intervista al presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma

 (Photo by Donato Fasano/Getty Images)

3' di lettura

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«Taranto sta dando di se un’immagine anti-industria. Stiamo avendo segnali al riguardo. Più di qualche imprenditore, sia italiano che straniero, che doveva venire qui ad investire extra Ilva, ad esempio nel settore delle rinnovabili, ci ha detto: abbiamo paura di venire a Taranto perché vediamo dalla realtà sociale un atteggiamento anti-industriale».

Salvatore Toma, presidente di Confindustria Taranto, segue gli sviluppi del caso ex Ilva per l’impatto economico che ha sulla città, sui posti di lavoro e sulla tenuta dell’indotto, ma è preoccupato anche per gli effetti paralleli si potrebbero determinare.

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SAlvatore toma Presidente Confindustria taranto

Le associazioni delle imprese, Confindustria Taranto, Confapi Taranto e Aigi, hanno chiesto d’incontrare il sindaco Piero Bitetti. Perché?

Al sindaco vogliamo chiedere che cosa sta succedendo. E spiegargli che stiamo ricevendo segnali non positivi, che siamo molto preoccupati e che la diversificazione dell’economia potrebbe saltare. Gli diremo che necessariamente noi dobbiamo realizzare a Taranto i forni elettrici e gli impianti del Dri, del preridotto. Non possiamo fare i forni elettrici in un posto e da un’altra parte gli impianti che li alimentano. Prospetteremo al sindaco che è dannoso fare muro contro muro. Serve confrontarsi per cercare la soluzione migliore.

Ma il sindaco non dice di non volere l’accordo. Non vuole l’accordo propostogli dal Mimit e annuncia che presenterà una nuova bozza.

Ma se è il piano C, cioè tre forni elettrici e un solo Dri, non regge. Se c’é un’altra proposta ancora, non la conosciamo. Ecco perché vogliamo incontrare il sindaco o con il Consiglio comunale o con i capigruppo prima del 12, quando saremo in call con il ministro Urso.

Può deflagrare la vicenda ex Ilva?

Il rischio c’è. Bisogna sempre ricordare che c’è anche una questione sociale che nell’area di Taranto investe oltre diecimila lavoratori e le loro famiglie. Tutti dicono che non si vuol far chiudere l’ex Ilva, ma con quest’atteggiamento potremmo farla chiudere egualmente.

L’ostacolo sulla strada della decarbonizzazione si chiama nave rigassificatrice. Che serve per avere le grandi quantità di gas necessarie ai nuovi impianti, ma la città e le sue istituzioni non vogliono la nave.

Noi il tema gas non l’abbiamo neanche toccato. Ora, se si trova una soluzione sostenibile e ci sono altre possibilità quando ci sarà bisogno del gas, perché il gas servirà, allora applicheremo queste, altrimenti, se non ci sono le alternative, perché dire no all’arrivo anche temporaneo di una nave di rigassificazione? Perché non posizionarla in un’area che non comprometta il ruolo del porto? Le soluzioni non devono essere sostenibili solo dal punto di vista ambientale, ma anche da quello economico se non vogliamo perdere opportunità, allontanare gli investitori e confermare l’immagine di una Taranto contraria all’industria.

Sulla collocazione della nave sono state indicate più ipotesi. Che ne pensa?

Intanto lo step di partenza può essere alimentato con il gas che già arriva in fabbrica. Lo dice anche il comitato tecnico del Mimit, quando dichiara che il sito di AdI è allacciato alla rete nazionale del gas con una capacità complessiva di circa 2 miliardi di metri cubi all’anno, sufficienti a coprire il ciclo produttivo esistente e parte della fase 1 di entrambe le opzioni. La fase 1 è nel 2029 e prevede per lo scenario A, 2 altiforni, un forno elettrico e 2 impianti tra Dri e cattura-stoccaggio della CO2, mentre per lo scenario B, 2 altiforni e un forno elettrico. Quindi vediamo e gestiamo il problema del gas con gradualità.

La decarbonizzazione è chiesta da anni per abbattere le emissioni inquinanti. Ora che si vuole metterla in cantiere, si ostacolano le condizioni per realizzarla. Ma non è che il vero obiettivo è far chiudere l’acciaieria?

Guardiamo la realtà e se ci sono pregiudizi, è giusto che siano eliminati.

Sul piano per decarbonizzare si osserva che non è noto come sarà finanziato e se ci saranno gli investitori.

Dallo Stato dobbiamo avere garanzie sulle risorse. Lo ribadiremo a Urso il 12. A disposizione c’è un miliardo dell’Fsc per un Dri, ma siccome qui servirà più di un miliardo, lo Stato vi provvederà? Di questo dobbiamo assicurarci. Altra cosa è che siano coinvolte le imprese del territorio. Chiediamo un accordo di sito per coinvolgere l’indotto di Taranto e che si riconosca un elemento premiale a chi si impegna ad utilizzare queste imprese. Inoltre, chiediamo di prevedere nel bando un punteggio premiale per progetti di rigenerazione ambientale che interessino le aree adiacenti allo stabilimento in modo che l’impatto, anche visivo, sia mitigato.

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Sul nuovo bando arriveranno investitori nuovi?

Crediamo di sì. Se si vede che c’è pace sociale e dialogo tra Governo e territorio, gli investitori arriveranno. Se continuiamo con il braccio di ferro, gli eventuali investitori li allontaniamo sempre di più, anche quelli che si sono già presentati. Chi si era candidato, adesso é meno fiducioso del territorio.

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