La sentenza

Tumore causato da amianto sulle navi, militare riconosciuto «vittima del dovere»

Secondo il Tribunale di Tempio Pausania il ministero della Difesa dovrà pagare 200mila euro all’uomo come risarcimento danni

di Letizia Giostra

Il tribunale di Tempio Pausania. (Ansa)

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Una «vittima del dovere»: è con queste parole che il Tribunale di Tempio Pausania ha riconosciuto come causa del decesso di un militare della Marina Militare l’esposizione all’amianto durante gli anni in cui ha prestato servizio. Ma l’uomo non ha potuto essere informato dell’esito della sentenza, in quanto deceduto tempo prima. Non potrà quindi incassare le 200.000 euro che il ministero della Difesa è stato condannato a pagare come risarcimento danni, soldi che saranno comunque percepiti dai familiari della vittima. Per il Tribunale sardo, l’esposizione prolungata e continua alle fibre cancerogene ha avuto un ruolo determinante nell’insorgenza del tumore che ha portato alla morte dell’uomo.

La storia

Una vicenda processuale che ha come protagonista un uomo le cui iniziali sono state indicate con N.I. per tutelare la sua privacy. Dietro queste due lettere c’è la storia di un militare, originario de La Maddalena, dove ha prestato servizio per vent’anni lavorando a stretto contatto con l’amianto, fibra altamente cancerogena e quindi rischiosa per la salute. L’ex militare ha lavorato senza alcun tipo di protezione, respirando inevitabilmente la sostanza tossica che, per il Tribunale sardo, ha causato il suo decesso.

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I testimoni: «Spruzzavamo l’amianto»

«Era consuetudine spruzzare amianto su estese superfici a scopo ignifugo, coibente e anticondensa», è quanto emerso dal racconto di uno dei testimoni ascoltati durante il processo. Una pratica diffusa - secondo la testimonianza raccolta - sulle navi militari utilizzate all’epoca.

La mansione dell’uomo deceduto era quella di nocchiere e meccanico specializzato. La fibra killer, secondo le testimonianze raccolte, è stata presente in diversi punti in cui il militare è stato inevitabilmente a contatto: tubazioni, sale macchine, paratie, pannelli e altri ambienti dell’Arsenale della Maddalena.

Numerosi interventi - in base alle parole di un altro testimone - sono stati effettuati «nelle cucine alimentate a vapore, con tubi esterni completamente coibentati in amianto».

La diagnosi e il conseguente decesso

La diagnosi della malattia è stata un adenocarcinoma polmonare con successive metastasi cerebrali. Il militare non ha avuto scampo ed è morto all’età di 69 anni. Ma all’inizio la sua scomparsa non è stata attribuita al contatto con l’amianto. È stata questa la ragione per cui i suoi cari hanno dato il via ad una battaglia legale per il riconoscimento della sostanza come causa del decesso.

Ministero della Difesa condannato al risarcimento

Un risarcimento danni di 200.000 euro: è quanto deve il ministero della Difesa al militare scomparso, a cui si aggiungono gli assegni vitalizi previsti dalla legge. Disposto anche l’inserimento del nominativo dell’uomo nella graduatoria nazionale delle vittime del dovere. Non si tratta di un caso isolato, in quanto anche in passato ci sono state altre condanne per i decessi legati all’esposizione di sostanze cancerogene come l’amianto.

L’avvocato: «Restituita dignità e giustizia»

Secondo Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale dei familiari, «la sentenza restituisce dignità e giustizia a una famiglia che per anni ha dovuto affrontare dolore e silenzio». L’avvocato conclude affermando che «per troppo tempo migliaia di militari hanno lavorato a contatto con l’amianto senza adeguata protezione. Questa decisione conferma ancora una volta una verità storica e sanitaria ormai incontestabile».

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