Tumore al seno, perché serve uno sprint sui test genomici
Nelle donne in stadio precoce riducono del 48% il ricorso alla chemioterapia ma siamo ancora lontani dal target minimo di 13mila l’anno
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Ogni anno i test genomici per il trattamento del tumore del seno in stadio precoce andrebbero prescritti ad almeno 13mila donne in Italia e quindi il loro utilizzo va decisamente ampliato nonché reso disponibile in modo omogeneo in tutto il Paese. E’ la doppia richiesta elaborata nel documento finale redatto dall’Osservatorio nazionale sui test genomici, che certifica per il 2025, a livello nazionale, solo 9.800 test (nel 2024 erano invece stati 8.700).
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Il bilancio
Dal 2020 a oggi in Italia sono stati prescritti oltre 30mila test genomici per il trattamento del tumore del seno in stadio precoce. Sono esami ormai fondamentali nella pratica clinica quotidiana e possono indicare il rischio di ricomparsa della neoplasia. Al tempo stesso - spiegano gli esperti - hanno un ruolo predittivo nell’individuare quali pazienti traggono beneficio della chemioterapia, dopo l’intervento chirurgico.
L’Osservatorio nazionale, nato a fine 2024, si pone l’obiettivo di sensibilizzare a 360 gradi sull’importanza di queste analisi molecolari. Ha visto la partecipazione di oncologi, senologi, anatomo-patologi che hanno svolto un’analisi dell’attuale situazione. Dal confronto tra gli specialisti sono emerse nuove proposte a tutela delle pazienti e della sostenibilità del Sistema sanitario nazionale.
Cure personalizzate
«È stato dimostrato come siano esami in grado di ottimizzare il ricorso alla chemioterapia – sottolinea Carmen Criscitiello, Consigliere nazionale dell’Associazione italiana di Oncologia medica (Aiom). Nel trattamento del carcinoma mammario precoce HR+/HER2- possono diminuire del 48% l’utilizzo della chemioterapia nelle nostre pazienti. Questi test rivestono un ruolo estremamente importante nella personalizzazione delle terapie e nella de-intensificazione dei trattamenti. La chemioterapia deve essere somministrata laddove necessario e utile, in funzione della stima del rischio di recidiva di malattia e del beneficio atteso. Un’adeguata selezione delle pazienti può consentire di evitare un trattamento chemioterapico alle donne che non ne hanno necessità, con un risparmio in termini di effetti collaterali, ma anche di costi per l’intera collettività».
Regioni a più velocità
«Negli ultimi anni l’adozione ai test è progressivamente aumentata in Italia e mostra un trend in crescita anche se con andamenti non ancora uniformi – prosegue Alessandra Fabi, Consigliere nazionale Aiom -. Riteniamo che queste differenze siano dovute soprattutto a una mancata o incompleta discussione multidisciplinare dei singoli casi di cancro. Non sempre vi è poi una formazione specifica dei professionisti sanitari e a volte si ricorre a test alternativi che però producono evidenze scientifiche differenti. L’insufficiente utilizzo è perciò dovuto anche a fattori “culturali” e non solo a motivi economici-organizzativi. Come Osservatorio intendiamo proseguire anche nel 2027 nelle nostre attività prestando particolare attenzione a quelle Regioni dove è più necessario e urgente promuovere l’uso di questi strumenti diagnostici».







