Mappe emozionali

Tupaia ci mostra come conciliare la diversità

Tupaia è un intellettuale polinesiano, conosce bene la geografia. Cook lo convince a imbarcarsi sulla «Endeavour» per assisterlo nel viaggio di ritorno. Storia di sorpresa e malintesi

 (Illustrazione di Chiara Morra)

4' di lettura

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Il malinteso è un’importante e poco apprezzata categoria filosofica. Direi che il mio lavoro di filosofo è in fondo scovare e dipanare malintesi, per poi cercare narrazioni in cui tutti possano in qualche modo riconoscersi, ritrovare la loro visione senza mettere tra parentesi la visione altrui. La storia è costellata di documenti che tradiscono malintesi; quello per me più affascinante è la cosiddetta mappa di Tupaia.

Grande malinteso originale! Perché questa non è una mappa. Assomiglia molto a una mappa, sembra proprio una carta geografica, e sappiamo che rappresenta delle isole nel mare. Ma non è una mappa.

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Mettiamola così. Degli extraterrestri vengono a trovarvi, fate conoscenza, comunicate, in qualche modo fraternizzate; vi propongono di unirvi a loro nel viaggio di rientro verso il pianeta lontano da cui provengono. Siete curiosi: quale magnifica occasione per cambiare aria, per soddisfare il vostro afflato di avventura! E sarete i primi terrestri a partire per un viaggio interstellare! A bordo vi mostrano vari strumenti di navigazione che non avevate mai visto prima. Per esempio vi porgono un tubo luminescente sulla cui superficie compaiono dei puntini in movimento. Indicano uno di quei puntini e vi dicono che è la Terra. Vi chiedono se potreste indicare dove immaginate di situare gli altri pianeti del sistema solare sul tubo, per capire in che modo vi orientate. Avete delle buone conoscenze di astronomia, eravate pilota di aerei e navigatore, e vi sembra di poter rispondere alla domanda. Ma chissà perché un tubo e non una sfera o un foglio... Il documento non è il risultato di un incontro ravvicinato del terzo tipo. O forse sì, in un senso speciale. I navigatori europei vengono ancora raccontati come “scopritori” di civiltà “remote”, come i “primi” ad avventurarsi in mari “lontani” se non “esotici”. Ma in realtà approdarono, quando aiutati dalla fortuna, e con tecnologie mastodontiche e poco versatili, a terre abitate da civiltà millenarie.

Mettiamola così: siete una comunità di Tahiti, 450 anni fa. Una comunità complessa, con agricoltori, soldati, sacerdoti, commercianti, pescatori, città, una flotta agile che permette scambi con isole vicine e lontane - e quindi marinai, e quindi carpentieri. Le vostre imbarcazioni sono leggere e veloci, con un bilanciere, non hanno poppa o prua, sono simmetriche rispetto all’asse trasversale. I vostri capitani conoscono le stelle, le onde e le correnti, navigano su un mare aperto e immenso grazie a un annoso apprendistato orale trasmesso di generazione in generazione – senza scrittura, senza strumenti. Ed ecco che a un certo punto arriva in rada una strana astronave galleggiante, murate altissime, forma bizzarra – senza bilanciere, simmetrica sull’asse longitudinale, con tre alberi smisurati, vele flosce, lenta e maldestra. Ne scendono scialuppe colme di umanoidi pallidi e puzzolenti che blaterano in una lingua sconosciuta. In un resoconto autoctono, li si descrive come demoni: avrebbero gli occhi dietro la testa, visto che «remano dando la schiena alla terra verso cui si dirigono». Lo sbarco dei primi navigatori europei nelle isole del Pacifico non ha nulla da invidiare a un film di Spielberg.

Gli incontri tra civiltà si sono risolti in faticosi allineamenti, spesso violenti, spesso asimmetrici – come nel caso della colonizzazione europea che ha messo le altre al passo. Orbene, nelle pieghe di queste sincronizzazioni si annidano migliaia di malintesi piccoli e grandi: incomprensioni linguistiche e rituali, tentativi malcerti di rendersi ragione dell’Altro, traduzioni traditrici, territori opachi e ambigui nei quali non è d’uopo avventurarsi. Sono però spazi anche creativi, perché si deve inventare tutto: gesti, offerte, scambi di pratiche artigianali. Ed è in questi spazi che operano i grandi intelletti, le curiosità accese e irriducibili, raccontate in un bellissimo libro di Antonie Lilti.

Quando James Cook giunge a Tahiti nel 1769, quasi 200 anni dopo il primo sbarco europeo, lo fa per effettuare le misure del transito di Venere, e a bordo dell’Endeavour ci sono scienziati. Forse hanno uno sguardo più aperto, che incrocia quello di un alto dignitario locale, di nome Tupaia. Tupaia, originario di Ra‘iātea, è un intellettuale e uno scienziato, ha conoscenze geografiche estese, e Cook lo convince a imbarcarsi sulla Endeavour per assisterlo nel viaggio di ritorno (in cui Tupaia morirà, forse di scorbuto). Tupaia sbalordisce il grande marinaio che era Cook: può indicare senza bussola né mappa la direzione in cui si trova l’isola di partenza ormai da tempo sotto l’orizzonte. Tupaia riesce a comunicare con i Maori di Aotearoa (Nuova Zelanda) e risolve una delicata situazione diplomatica. Tupaia impara a dipingere all’acquarello. In questo viaggio i cartografi di bordo propongono quello che sembra uno studio scientifico delle abilità geografiche di Tupaia. Gli presentano una mappa centrata su Tahiti, e gli chiedono di indicare le direzioni e le distanze delle isole a lui note.

Il test è ambiguo. Si stanno valutando le conoscenze geografiche o le capacità cartografiche? (Il Piccolo Principe chiese alla personificazione di Saint-Exupéry di disegnargli un elefante: esaminava le conoscenze di zoologia o la capacità di disegnare del suo interlocutore?). I geografi di Cook tracciano un meridiano e un parallelo, situano Tahiti al centro, forse abbozzano qualche isola, e (forse) chiedono a Tupaia di «continuare». Tupaia cambia le regole del gioco, pone al centro e-avatea, il mezzogiorno, che corrisponde al nord nell’emisfero australe, e (forse) distribuisce le altre isole per permettere ai navigatori un calcolo della rotta: se vuoi andare dall’isola A all’isola B, sìtuati in A, e misura l’angolo tra il nord e l’isola B. Forse, forse. Perché ci sono molte interpretazioni del grafico di Tupaia che non fanno che sottolineare che si tratta di un documento straordinario proprio perché, se da un lato rivela l’ampiezza del malinteso, dell’ambiguità, dell’inerente difficoltà di trovare un terreno comune tra visioni tanto diverse del mondo e del mare, d’altro lato è testimone della riserva di creatività cui gli esseri umani possono attingere quando la loro buona volontà li incita a conciliare la diversità delle visioni, dei punti di vista, dei modi di vita.

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