Tupaia ci mostra come conciliare la diversità
Tupaia è un intellettuale polinesiano, conosce bene la geografia. Cook lo convince a imbarcarsi sulla «Endeavour» per assisterlo nel viaggio di ritorno. Storia di sorpresa e malintesi
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Il malinteso è un’importante e poco apprezzata categoria filosofica. Direi che il mio lavoro di filosofo è in fondo scovare e dipanare malintesi, per poi cercare narrazioni in cui tutti possano in qualche modo riconoscersi, ritrovare la loro visione senza mettere tra parentesi la visione altrui. La storia è costellata di documenti che tradiscono malintesi; quello per me più affascinante è la cosiddetta mappa di Tupaia.
Grande malinteso originale! Perché questa non è una mappa. Assomiglia molto a una mappa, sembra proprio una carta geografica, e sappiamo che rappresenta delle isole nel mare. Ma non è una mappa.
Mettiamola così. Degli extraterrestri vengono a trovarvi, fate conoscenza, comunicate, in qualche modo fraternizzate; vi propongono di unirvi a loro nel viaggio di rientro verso il pianeta lontano da cui provengono. Siete curiosi: quale magnifica occasione per cambiare aria, per soddisfare il vostro afflato di avventura! E sarete i primi terrestri a partire per un viaggio interstellare! A bordo vi mostrano vari strumenti di navigazione che non avevate mai visto prima. Per esempio vi porgono un tubo luminescente sulla cui superficie compaiono dei puntini in movimento. Indicano uno di quei puntini e vi dicono che è la Terra. Vi chiedono se potreste indicare dove immaginate di situare gli altri pianeti del sistema solare sul tubo, per capire in che modo vi orientate. Avete delle buone conoscenze di astronomia, eravate pilota di aerei e navigatore, e vi sembra di poter rispondere alla domanda. Ma chissà perché un tubo e non una sfera o un foglio... Il documento non è il risultato di un incontro ravvicinato del terzo tipo. O forse sì, in un senso speciale. I navigatori europei vengono ancora raccontati come “scopritori” di civiltà “remote”, come i “primi” ad avventurarsi in mari “lontani” se non “esotici”. Ma in realtà approdarono, quando aiutati dalla fortuna, e con tecnologie mastodontiche e poco versatili, a terre abitate da civiltà millenarie.
Mettiamola così: siete una comunità di Tahiti, 450 anni fa. Una comunità complessa, con agricoltori, soldati, sacerdoti, commercianti, pescatori, città, una flotta agile che permette scambi con isole vicine e lontane - e quindi marinai, e quindi carpentieri. Le vostre imbarcazioni sono leggere e veloci, con un bilanciere, non hanno poppa o prua, sono simmetriche rispetto all’asse trasversale. I vostri capitani conoscono le stelle, le onde e le correnti, navigano su un mare aperto e immenso grazie a un annoso apprendistato orale trasmesso di generazione in generazione – senza scrittura, senza strumenti. Ed ecco che a un certo punto arriva in rada una strana astronave galleggiante, murate altissime, forma bizzarra – senza bilanciere, simmetrica sull’asse longitudinale, con tre alberi smisurati, vele flosce, lenta e maldestra. Ne scendono scialuppe colme di umanoidi pallidi e puzzolenti che blaterano in una lingua sconosciuta. In un resoconto autoctono, li si descrive come demoni: avrebbero gli occhi dietro la testa, visto che «remano dando la schiena alla terra verso cui si dirigono». Lo sbarco dei primi navigatori europei nelle isole del Pacifico non ha nulla da invidiare a un film di Spielberg.
Gli incontri tra civiltà si sono risolti in faticosi allineamenti, spesso violenti, spesso asimmetrici – come nel caso della colonizzazione europea che ha messo le altre al passo. Orbene, nelle pieghe di queste sincronizzazioni si annidano migliaia di malintesi piccoli e grandi: incomprensioni linguistiche e rituali, tentativi malcerti di rendersi ragione dell’Altro, traduzioni traditrici, territori opachi e ambigui nei quali non è d’uopo avventurarsi. Sono però spazi anche creativi, perché si deve inventare tutto: gesti, offerte, scambi di pratiche artigianali. Ed è in questi spazi che operano i grandi intelletti, le curiosità accese e irriducibili, raccontate in un bellissimo libro di Antonie Lilti.

