La proposta

Una «dirigenza speciale» per i medici: le ragioni a favore e gli ostacoli in campo

Le grandi difficoltà di reclutamento e l’emergenza aggressioni in corsia giustificherebbero una corsia a parte ma serve la volontà di va modificare l’ordinamento giuridico

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Da ormai molti anni i dirigenti medici e sanitari sono la personificazione della crisi della sanità pubblica. I problemi del Ssn sono molti e quasi tutti di difficile soluzione; ma le criticità che attraversa il personale sanitario - per primi medici e infermieri - sono crescenti e sembrano addirittura peggiorare. Le questioni non riguardano solo aspetti retributivi o contrattuali ma coinvolgono l’essenza stessa della professione e il ruolo che essa deve svolgere nella società; ciò, come detto, vale in particolare per i medici e gli infermieri. La pandemia sembrava aver cambiato il paradigma del riconoscimento della fondamentale importanza sociale di queste due professioni, ma sono bastati pochi anni per tornare a una situazione che paradossalmente è ben peggiore di quella precedente al 2020.

Una dirigenza speciale

Non è un caso quindi che tra le tesi presentate dal sindacato Anaao Assomed nel corso dell’ultimo congresso, una delle più importanti - sicuramente la più strategica - è quella del riconoscimento della specificità della dirigenza medica e sanitaria, ovvero di una “dirigenza speciale”. Finché questo non si concretizzerà - sostiene il sindacato - sarà difficile restituire centralità alla cura. La professione medica ha caratteristiche completamente diverse da quelle di qualsiasi altro dirigente pubblico. Se il medico non ha gli strumenti per organizzare e gestire il percorso di cura, non può svolgere pienamente il proprio lavoro. È anche per questo motivo che tanti professionisti scelgono di lasciare il Servizio sanitario nazionale.

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In realtà la proposta non è del tutto nuova, perché sono anni che il maggior sindacato medico propone un diverso scenario istituzionale per la categoria. Chi scrive già nel lontano 2018 – sulla rivista “Il Sole-24Ore Sanità” era ancora cartacea - aveva segnalato le grandi differenze con il resto della dirigenza pubblica derivanti da spiccate e incontestabili specificità. Non si tratta di una mera comparazione di funzioni e prerogative ma di una oggettiva rilevazione di aspetti peculiari senza alcun fine emulativo o concorrenziale.

Una mission costituzionale

Proviamo allora a rivedere queste caratteristiche. Premesso che avere come mission la tutela di un diritto che la Costituzione definisce “fondamentale dell’individuo” sarebbe già sufficiente a rappresentare la assoluta particolarità della professione, forse la più clamorosa delle specificità è quella del diritto alla libera professione che può essere intramuraria o extramuraria. E’ di tutta evidenza che tale diritto soggettivo caratterizza in modo del tutto eccezionale la categoria dei medici e degli altri dirigenti sanitari e li pone in una situazione di delicata compatibilità con l’art. 98 della Costituzione e con l’art. 60 del DPR 3/1957 che, come è noto, impongono alla generalità dei pubblici dipendenti l’esclusività assoluta del rapporto di lavoro.

Dal punto di vista normativo, le deroghe alla disciplina generale e comune della dirigenza pubblica che si sono nel tempo realizzate nei confronti della dirigenza sanitaria sono parecchie: un orario di lavoro predefinito, la sopravvivenza del lavoro straordinario, la possibilità del part time (anche se si chiama “impegno ridotto”), la previsione di una valutazione professionale accanto a quella gestionale, la deroga all’obbligo di pubblicazione sul sito web delle retribuzioni, la disciplina di orari, riposi e turni riportata nel 2018 al rispetto dei vincoli del decreto 66/2003 e, da pochi mesi, il perimetro della responsabilità amministrativa con il disallineamento tra la legge Gelli-Bianco e la legge Foti. Se la indubbia specificità dei medici fino a qualche anno fa costituiva una tematica di discussione, ormai ha assunto le sembianze di una vera emergenza soprattutto, a mio parere, a causa di due elementi fattuali convergenti, sconosciuti fino a poco tempo fa: le insanabili difficoltà di reclutamento per troppe discipline, aggravata dalla contestuale e generale fuga verso altri ambiti lavorativi e il crescente, vergognoso fenomeno delle aggressioni.

Lo stato dell’arte

Ma in concreto che vuol dire e cosa potrebbe comportare la individuazione come “categoria speciale”? Nel nostro ordinamento giuridico sono attualmente previste due tipologie di dirigenza. La prima è quella contrattualizzata suddivisa in quattro aree negoziali, con la dirigenza Pta del Ssn come sezione delle Funzioni locali. Si tratta di poco meno di 200.000 dirigenti di cui ben 137.000 sono dirigenti sanitari. I loro contratti collettivi sono negoziati con l’Aran sulla base di Atti di indirizzo adottati dai rispettivi Comitati di settore. L’altra tipologia è quella del personale non contrattualizzato che è tutt’ora in regime di diritto pubblico. Non si tratta di soli dirigenti, anzi la maggioranza non lo è: parliamo dei magistrati ordinari, amministrativi e contabili, degli avvocati e procuratori dello Stato, del personale militare e delle Forze di polizia di Stato, del personale della carriera diplomatica e della carriera prefettizia, per i quali il trattamento normativo ed economico è definito direttamente dalla legge, anche se preceduto quasi sempre da accordi sindacali.

Anche a livello normativo sono differenziati, perché per i primi il riferimento legislativo è l’art. 1, comma 2, del d.lgs. 165/2001, mentre per i secondi è l’art. 3, comma 1, dello stesso decreto. Alla luce di tale schematica dicotomia, non è facile costruire una terza tipologia per la quale si ipotizza anche i passaggio della contrattazione collettiva al ministero della Salute. Serve una grande creatività giuridica unita ad approfondimenti e simulazioni; e, naturalmente, la volontà politica necessaria.

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