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Una grammatica universale dell’agire nel mondo

di Franco Amicucci

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Quando in Italia si parla di lavoro, il verbo dominante è “trovare”. Trovare un posto, trovare un’azienda, trovare qualcuno che assuma. È un riflesso culturale così radicato che attraversa ogni fase della vita: dalla scuola, dove l’alternanza orienta implicitamente gli studenti a immaginarsi dipendenti, ai percorsi per disoccupati, costruiti quasi esclusivamente per accompagnare verso un impiego. Anche quando raccontiamo la fuga dei giovani talenti all’estero, la narrazione resta la stessa: vanno via per trovare lavoro.

Eppure in questo racconto manca un pezzo fondamentale. Non si parla di imprenditorialità come opzione concreta, accessibile, allenabile. Non si educa a generare lavoro, ma solo a cercarlo. Non si coltiva l’idea che il talento possa diventare impresa, che una competenza possa trasformarsi in valore condiviso, in occupazione per sé e per altri, in impatto per la comunità.

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Il paradosso è stridente: siamo un Paese che vive di piccola impresa, di artigianato, di distretto manifatturiero, più di quattro milioni di imprese attive. Eppure il Global Entrepreneurship Monitor certifica da anni che l’Italia è sotto la media europea per intenzione imprenditoriale nei giovani, non per mancanza di talento, ma per assenza di rappresentazione. Se non lo vedi come percorso normale, non lo scegli. Il sistema formativo, invece di correggere questo punto cieco, continua a produrre aspiranti dipendenti, non aspiranti costruttori di posti di lavoro.

Dietro la parola imprenditore si nasconde peraltro una pluralità di percorsi che la semplificazione appiattisce. C’è chi lo diventa per vocazione, chi per eredità familiare, la ricerca mostra che i successori migliori trascorrono almeno cinque anni fuori dall’azienda prima di rientrarci, chi per necessità, il percorso più diffuso nelle crisi e il meno attrezzato, chi per ambizione di scalare un mercato, chi per risposta adattiva al territorio. Cinque percorsi, cinque bisogni formativi distinti. Un sistema che non ne riconosce nessuno.

C’è però un equivoco più profondo da superare: le competenze imprenditoriali non servono solo a chi aprirà un’azienda. Servono a diventare cittadini autonomi, qualunque sarà il proprio ruolo. Tutti, nella vita adulta, sono chiamati a gestire risorse limitate, a decidere in condizioni di incertezza, a valorizzare le proprie competenze, a costruire relazioni di fiducia. Il pensiero imprenditoriale è una competenza di cittadinanza. In questo senso, educare all’imprenditorialità significa dotare ciascuno di una grammatica universale per agire nel mondo con consapevolezza.

L’Europa questa grammatica l’ha già costruita. Nel 2016 la Commissione Europea ha elaborato EntreComp, il Quadro Europeo delle Competenze Imprenditoriali: quindici competenze in tre aree, Idee e opportunità, Risorse, In azione, su otto livelli di progressione. Non è un manuale per aspiranti startupper: EntreComp è una delle otto competenze chiave per l’apprendimento permanente di ogni cittadino europeo, al pari della competenza digitale. Gestire l’incertezza, identificare opportunità, pianificare con risorse limitate, comunicare valore: competenze utili al dipendente pubblico che propone un’innovazione, all’insegnante che riprogetta il proprio corso, al lavoratore che si reinventa a cinquant’anni. L’Italia lo ha recepito nel 2018 con una circolare ministeriale e un Sillabo per le scuole secondarie. Poi il silenzio: i progetti si interrompono, i docenti non vengono formati, il territorio è lasciato solo.

Che funzioni, quando davvero applicato, lo dimostra Junior Achievement Italia: oltre 500.000 esperienze formative nel solo 2025, in oltre 5.000 scuole in totale dal 2002 e circa 500 l’anno. Una ricerca con l’Università di Bergamo indica che i suoi studenti superano i coetanei del 14,4% nelle competenze imprenditoriali. I dati ci sono. La strada è tracciata.

Il paradosso italiano è quindi doppio: non formiamo i futuri imprenditori, e non formiamo nemmeno i futuri dipendenti a pensare imprenditorialmente. Produciamo esecutori in entrambi i casi. Non è un problema di risorse. È un problema di visione e di volontà di usare strumenti che già esistono, invece di aspettare che qualcuno li reinventi per talento, per disperazione o per casualità familiare.

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