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Una mela vale settanta litri d’acqua. E altre cose che non vediamo

Acqua, energia e cibo non sono tre settori distinti, ma un unico sistema interconnesso da cui dipende la stabilità del mondo. Il nuovo numero di World Energy.

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Per produrre una mela servono settanta litri d’acqua. Cinquanta per un’arancia, trentacinque litri per una tazza di tè. Sono cifre che nessuno ha in mente quando fa la spesa, eppure raccontano una verità che il nuovo numero di World Energy, la rivista di Eni dedicata ai grandi temi dell’energia e della geopolitica, mette al centro: quando importiamo cibo, importiamo anche l’acqua nascosta che è servita a produrlo. Gli economisti la chiamano “acqua virtuale”, ed è solo una delle tante connessioni invisibili che legano tre risorse che siamo abituati a pensare separate: l’acqua, l’energia e il cibo.

Il numero si intitola “Energy, food, water Nexus” e parte da una tesi netta, sintetizzata nell’editoriale di Rita Lofano: la sicurezza del XXI secolo non dipende più solo dalla forza militare, ma dalla capacità di garantire approvvigionamenti affidabili di queste tre risorse. Le mappe del potere, oggi, seguono il corso dei fiumi, le rotte delle petroliere, le supply chain del cibo.

Un sistema senza governo?

La tesi di Moisés Naím, Distinguished Fellow del Carnegie Endowment e membro del comitato editoriale di We, è che acqua, energia e cibo rappresentano “un unico sistema di interdipendenze che la governance moderna si ostina a non gestire come tale”. E i sistemi fortemente interconnessi, avverte, non cedono gradualmente: crollano all’improvviso. Una siccità riduce l’acqua, taglia la produzione idroelettrica, fa impennare i prezzi dell’elettricità, limita l’irrigazione, fa salire i prezzi del cibo, spinge i governi a misure d’urto. Ciò che nasce come evento climatico si trasforma in crisi politica.

I numeri che fanno da sfondo alla tesi, ricostruiti nel saggio di Bassel Daher e Rabi H. Mohtar, ricercatori della Texas A&M University, danno la scala della pressione: entro il 2050 la domanda d’acqua crescerà del 20-30%, quella di energia di circa il 50%, quella di cibo del 50-60%. Già oggi l’agricoltura assorbe quasi il 70% dei prelievi di acqua dolce, e 2,2 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile sicura.

Il laboratorio del Medio Oriente

Il cuore geografico del numero è la cosiddetta area MENA, Medio Oriente e Nord Africa, dove il nexus acqua-energia-cibo è un vincolo quotidiano alla sopravvivenza politica. Eckart Woertz, del German Institute for Global and Area Studies, ne fa il ritratto: nel Golfo i prelievi di acqua dolce eccedono le risorse rinnovabili di oltre dieci volte, e la regione concentra oltre il 40% della capacità mondiale di desalinizzazione. La risposta storica alla scarsità è stata proprio il commercio: importare cibo, e dunque anche l’acqua virtuale necessaria a produrlo, tanto che - come osservò il geografo Tony Allan, ideatore del concetto - è come se la regione si fosse procurata un secondo Nilo.

Martin Keulertz della Purdue University (Indiana) nel suo contributo racconta la lezione appresa dagli Emirati Arabi: la scarsità non coincide necessariamente con la vulnerabilità. Il Paese, con risorse idriche tra le più basse del mondo (circa un decimo di quelle europee), ha evitato le crisi alimentari paventate da molti, scambiando idrocarburi con acqua virtuale in uno degli esempi più riusciti di sostituzione delle risorse nella storia economica moderna. Un modello che ha trasformato la vulnerabilità ambientale in resilienza economica, pur restando appeso a un equilibrio fragile: rendite energetiche abbondanti, catene di approvvigionamento funzionanti, clima gestibile. Ma se uno solo di questi elementi salta, il modello diventa precario.

Il prezzo nascosto dell’acqua

C’è poi la frontiera tecnologica, affrontata da Menachem Elimelech, tra i massimi esperti mondiali di desalinizzazione. Israele ricava ormai il 70-80% della propria acqua potabile dal mare; Kuwait ed Emirati arrivano al 95%. Una tecnologia un tempo di nicchia è diventata il fondamento della sicurezza idrica nazionale. Ma ha un costo in termini energetici, e in un mondo che deve decarbonizzare la domanda non è più se si possa produrre acqua dolce dal mare, ma a quale prezzo e con quali nuove dipendenze. Lo ricorda anche Adolfo R. Escobedo analizzando i rischi nascosti: una centrale termoelettrica può consumare fino a 200 litri d’acqua per ogni kilowattora, e circa il 40 percento delle centrali termiche del mondo opera in regioni a forte stress idrico. Risolvere una dimensione del problema, spesso, sposta la pressione su un’altra.

Il numero allarga poi lo sguardo all’Asia, all’America Latina e all’Africa e ospita la voce della chef e ambasciatrice FAO Fatmata Binta, che invita a ripensare l’abbondanza: “di più non significa necessariamente meglio”.

World Energy prende sul serio la complessità - geopolitica, tecnologica, giuridica - e la spiega a chi vuole capire dove va l’energia. Questo numero ruota attorno a una domanda tanto semplice quanto scomoda: i governi riusciranno a governare queste interdipendenze prima che le fragilità del sistema si trasformino in crisi?

Per chi vuole capire dove va l’energia, il numero è disponibile su https://www.eni.com/static/it-IT/world-energy-magazine/the-nexus.html

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