Usa e Nigeria: abbiamo ucciso il numero due dell’Isis
Donald Trump e il presidente Bola Tinubu rivendicano l’eliminazione del leader ISWAP Abu-Mainok. Ma le violenze sono in crescita
dal nostro corrispondente Alberto Magnani
3' di lettura
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NAIROBI - Gli Stati Uniti e la Nigeria hanno rivendicato l’uccisione del leader dello Stato Islamico Abu-Bilal Al-Manuki, noto come anche Abu-Mainok, in un blitz «di precisione» sferrato vicino al bacino del Lago Ciad: il territorio di confine fra Niger, Nigeria, Camerun e Ciad che rappresenta una delle roccaforti dei gruppi armati nella regione. In un post su Truth, il suo social network, Trump identifica Abu-Mainok nel rango di «numero due dell’Isis a livello globale» e sottolinea che la sua morte ha «enormemente diminuito» le capacità operative del network jihadista su scala africana e globale.
Il presidente nigeriano Bola Tinubu ha confermato l’operazione, elogiandola come un «esempio di collaborazione efficace» fra Washington e Abuja sull’emergenza sicuritaria che pervade il Paese più popoloso dell’Africa. I due governi hanno rinsaldato la propria collaborazione a dicembre, dopo un’ondata di raid dell’aviazione Usa contro «obiettivi terroristici» nella Nigeria settentrionale.
Gli Stati Uniti hanno schierato da inizio anno un contingente totale di 300 militari della propria divisione U.S. Africa Command (AFRICOM) per la «formazione» delle forze di sicurezza locale, nel tentativo di arginare un’espansione terroristica sempre più capillare nel Paese. Secondo dati dell Global terrorism index, un rapporto annuo dell’Institute for economics and peace, la Nigeria ha registrato il rialzo maggiore di vittime terroristiche su scala globale: +46% fra 2024 e 2025, con un balzo da 513 a 780 nell’arco di un anno.
Il successo (eventuale) dell’operazione e il baratro nigeriano
Trump ha parlato di Abu-Mainok come di un terrorista che «si nascondeva in Africa», ma il suo potere e la sua ascesa politica sono radicatissimi nel Paese di nascita: la Nigeria, una delle frontiere più allarmanti per la proliferazione di gruppi armati affiliati a network islamisti. Abu-Mainok, nato nel 1982, rientrava dal 2023 nella lista dei «terroristi designati» dal Dipartimento di Stato americano e rappresentava uno dei leader più influenti dello Stato Islamico della provincia dell’Africa occidentale: la branca dell’Isis che opera nella regione da un decennio abbondante e si contende la primazia territoriale con la nebulosa islamista di Boko Haram. Le due formazioni hanno sperimentato qualche collaborazione, incluso l’attacco congiunto inflitto il 9 aprile alla base militare nigeriana di Benisheikh. Ma rimangono in rapporti di conflittualità, appesantendo e intricando la controffensiva al cuore dell’agenda di Tinubu e della sua alleanza con Trump.
Nell’immediato, e se confermata, la neutralizzazione dl leader Isis non può che costituire «un successo politico per il presidente Tinubu» spiega Taiwo Adebayo dell’Institute for security studies. Il problema, aggiunge Adebayo, è che il «il terrorismo sta prendendo piede in Nigeria» e debordando nelle zone di «confine occidentali con il Niger e il Benin»: una delle diramazioni del cosiddetto effetto spill-over, l’effetto contagio delle violenze terroristiche manifestato anche nell’espansione dei gruppi armati del Sahel verso la costa e i porti dell’Africa occidentale.








