Il punto

Usa-Iran, intesa pronta ma si tratta ancora sui dettagli

Raggiunta l’intesa di massima per mettere fine al conflitto e riaprire Hormuz. Attesa per la ratifica di Usa e Teheran ma restano ostacoli

di Marco Valsania

Iraniani a passeggio sullo Stretto di Hormuz Reuters

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Accordo di principio tra Washington e Teheran, ma ancora in attesa di una firma. Alti funzionari di Washington hanno indicato nella serata di ieri che un compromesso per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz è stato raggiunto e sarebbe ormai nelle mani del presidente Donald Trump e dei leader di Teheran, tra i quali la Guida Suprema, ayatollah Mojtaba Khamenei, per una approvazione finale. L’esame potrebbe tuttavia richiedere giorni.

L’accordo ad interim, che secondo Washington avrebbe un iniziale benestare di Khamenei, se sopravvivrà al vaglio prevederebbe anche un impegno iraniano alla rinuncia alle scorte di uranio arricchito. Stando a fonti Usa, moratorie nucleari e missilistiche sono invece rinviate a tornate negoziali successive all’iniziale intesa.

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Le parti, nel corso della giornata, hanno citato sostanziali progressi, pur tra differenze, in un clima di crescente attesa per svolte o strappi. Trump, rimasto alla Casa Bianca per seguire gli sviluppi, ha detto di aver istruito i suoi diplomatici di «non avere fretta» e che un blocco dei porti iraniani a Hormuz rimarrà «fino al raggiungimento d’un accordo». Ma ha aggiunto che i negoziati «procedono in maniera ordinata e costruttiva» e che il «rapporto con l’Iran sta diventando molto più professionale e produttivo». Il segretario di Stato Marco Rubio, in visita in India, ha indicato che gli Usa, in presenza di un accordo ad interim che «riapra subito Hormuz», sono pronti a «colloqui molto seri» sul nucleare («non si può fare qualcosa sul nucleare in 72 ore su un tovagliolo», ha precisato).

Il memorandum dovrebbe prevedere 60 giorni per negoziati su cruciali dettagli irrisolti, forse già dal 5 giugno, a cominciare dal destino dell’uranio arricchito dell’Iran che potrebbe essere in parte diluito e in parte trasferito all’estero, con la Russia che si è offerta come in passato di riceverlo. Da chiarire sono poi la durata di stop ai programmi nucleari dell’Iran (Trump aveva ipotizzato vent’anni); l’eliminazione progressiva da parte americana di sanzioni e del congelamento di 25 miliardi di fondi di Teheran; la futura gestione di Hormuz.

I mercati globali riaprono così oggi tra rilanciate prospettive di de-escalation e incertezze sul rientro di shock energetici e geopolitici. Wall Street potrà prendere tempo, chiusa per le festività del Memorial Day.

Le incognite, per gli analisti, restano in agguato. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, partner di Trump nella missione Epic Fury contro l’Iran, ha fatto sapere alla Casa Bianca che Israele si riserva «libertà d’azione contro minacce, compreso il Libano». In seguito ha affermato che lui e Trump concordano che qualunque accordo deve eliminare il nucleare iraniano.

L’agenzia semi-ufficiale iraniana Fars ha piuttosto sottolineato che l’intesa richiede agli Usa e ai loro alleati di non attaccare l’Iran, in cambio Teheran non deciderà mosse preventive. Il presidente Masoud Pezeshkian in una intervista ha asserito che l’Iran è pronto «ad assicurare al mondo di non volere armi nucleari», meno chiaro è se intenda comunque rivendicare il diritto a tecnologie atomiche. L’agenzia iraniana Tasnim accusa inoltre Washington di respingere clausole care a Teheran, quali la restituzione di beni del Paese, rischiando di far saltare l’intero accordo.

Se la firma del memorandum latita, è già scattata una battaglia d’immagine sull’eventuale compromesso. Trump vuole dichiarare vittoria, ma Teheran non è stata da meno: il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghei, ha pubblicato la foto del bassorilievo di un imperatore romano chino e sottomesso al re di un antico impero persiano: «Per i romani, Roma era il centro del mondo, gli iraniani spezzarono quell’illusione».

Trump, inoltre, è bersaglio di critiche interne dopo tre mesi di una guerra impopolare, parsa priva di strategie chiare tra minacce apocalittiche e diplomazia. Lo Stretto di Hormuz con le sue grandi petroliere e navi cargo è caduto sotto controllo iraniano paralizzato da paralleli blocchi, di Teheran e Washington, con danni per l’Iran ma anche per la regione mediorientale, gli Stati Uniti e l’economia globale colpita da rincari del greggio e di altre materie prime essenziali.

L’opposizione democratica denuncia una guerra tragica e inutile: Hormuz era aperto prima del conflitto. E l’accordo internazionale del 2015 sul nucleare con l’Iran, cancellato da Trump, aveva ottenuto la consegna di uranio senza sparare un colpo. I piani di cadute del regime iraniano sotto le bombe si sono rivelati miraggi. Critiche arrivano anche da destra: i populisti Maga considerano le avventure militari un tradimento di America First. Mentre un falco quale Mike Pompeo, ex segretario di Stato di Trump, lo accusa, con i compromessi, di «rendere nulla l’operazione Epic Fury».

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