Intervista

Valerio Lundini: «Il demenziale è ovunque. Lo ha capito pure Trump»

Primo tour europeo per il comico più surreale d’Italia. Tra mansplaining, strapotere dei meme e il progetto d’un film (con dentro un pezzo di Sanremo)

di Francesco Prisco

Valerio Lundini porta in tour europeo lo spettacolo «Il mansplaining spiegato a mia figlia»

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Attenzione: questo è l’articolo più surreale che leggerete oggi sul Sole 24 Ore. Giudicate voi, ce n’è davvero per tutti i gusti: il «mansplaining» e Mike Bongiorno, i Depeche Mode e la pinsa romana che in realtà non è mai esistita, gli Oasis che fanno i concerti aziendali, i meme di Trump e il demenziale che vince su tutto. Valerio Lundini, il comico più surreale d’Italia, sta per intraprendere il primo tour europeo della sua carriera: prime due date agli Arcimboldi di Milano (14 e 15 maggio), poi l’Auditorium di Roma (30, 31 maggio e 1 giugno), Madrid, Barcellona, Bruxelles, Amsterdam, Parigi e Londra, «anche se Londra non è in Europa», recita beffardo il claim. Mentre faceva la valigia per Milano, ci siamo fatti spiegare dove vuole andare a parare. La nostra chiacchierata è durata un’ora (poi, per Lundini, si è fatta ora di andare a prendere il treno e non volevamo prenderci la responsabilità di fargli saltare la prima data milanese). Quello che ci siamo detti, tra il serio e il faceto, lo trovate riportato qui sotto.

Il titolo dello spettacolo è Il mansplaining spiegato a mia figlia. Il titolo della prima domanda di questa intervista, invece, è: come spiegheresti Il mansplaining spiegato a mia figlia ai lettori del Sole 24 Ore?

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La verità è che ho fatto un po’ come si fa con i dischi, dove dai all’album un titolo che ti piace e non necessariamente ha a che fare le canzoni che ci sono dentro. Nello specifico, nello spettacolo non parlo mai di mansplaining. E, a dirla tutta, io neanche ce l’ho una figlia, ma... questo titolo mi faceva ridere. Il mansplaining spiegato a mia figlia è un’antologia di situazioni e sketch che hanno al centro il tentativo di fare un monologo mentre tutto intorno accadono cose che potrebbero sembrare casuali. Non c’è fil rouge, come direbbero a Lione. Lo spettacolo inizia come un noir, poi diventa servizio giornalistico, la parte centrale è incentrata su una storia d’amore, si percepiscono diversi personaggi senza che io faccia voci o imitazioni di personaggi. Adesso che ci penso è la prima volta che provo a spiegare Il mansplaining spiegato a mia figlia: di solito faccio giri di parole per non spiegarlo anche perché, facendolo, questo spettacolo non l’ho mai visto e, per spiegarlo bene, chiamerei piuttosto uno che l’ha visto. Dal mio punto di vista, direi che è un insieme di situazioni surreali con dentro musical, monologo al leggio... diverse cose. Secondo me è divertente. Detto così, da commerciante. Io lo andrei a vedere.

Vai in tour in Europa. Di solito l’Italia, quando produce arte e/o intrattenimento, è accusata di essere provinciale. Come è nata l’idea di sconfinare?

Premetto che anche nel resto d’Europa lo spettacolo sarà tutto in italiano: i biglietti sono stati comprati da italiani che vivono lì, con l’eccezione della data di Parigi dove, mi dicono, ci saranno alcuni francesi che però capiscono l’italiano. E meno male, perché è uno spettacolo intraducibile. L’unica lingua straniera che conosco è l’inglese, nonostante l’Erasmus in Spagna di cinque giorni (per una puntata di «Faccende complicate», ndr), ma per un fatto di tempi comici sono convinto che Il mansplaining spiegato a mia figlia in altre lingue non funzionerebbe. Sarebbe come se chiedessi a un pianista di suonare alla chitarra un pezzo che ha scritto per il piano. Poi magari tradotto funziona lo stesso, chi lo sa... Quanto all’intrattenimento italiano, il problema non è tanto il provincialismo in sé, ma il compiacersi di questo provincialismo: ci si vanta di non capire nulla.

Vengono in mente le gaffe di Adriano Celentano quando, a Francamente me ne infischio, ospitò David Bowie.

Sarà che con Celentano sono sempre stato compiacente, ma in quel caso penso che le gaffe siano più riconducibili al fatto che provava a mostrarsi intimo di Bowie ed evidentemente non lo era. Più ansia di non dimostrarsi provinciale che provincialismo. Il mio vero nemico è sempre stato un altro: Mike Bongiorno. Non mi è mai stato simpatico e, ora che non c’è più, posso dirlo. Anche se era americano, incarnava perfettamente una certa voglia degli italiani di mostrarsi superiori agli altri nella propria inferiorità.

E qui il riferimento, allora, va a quando Bongiorno ospitò i Depeche Mode a Superflash.

E li trattò come una banda di...

Hai fatto tre stagioni di Una pezza di Lundini, programma Rai che ha ottenuto ottimi riscontri, poi c’è stato Faccende complicate: un po’ documentario, un po’ esperimento sociale, un po’ fiction. Come è evoluta la tua comicità da un format all’altro?

La Pezza era piena di scrittura. C’era un po’ di improvvisazione, ma restava fondamentalmente un format scritto. Con Emanuela Fanelli ci siamo divertiti tantissimo a farla e, quando ci incontriamo, ci rinnoviamo l’auspicio di tornare un giorno a quella purezza. Faccende complicate nasceva dalla voglia di fare qualcosa di completamente diverso. Qualcosa di più difficile: era un format incentrato sulla realtà, ma io non ero realtà. La contraddizione mi divertiva molto. E mi affascinava il fatto che, in un periodo in cui tutto è clippato, lì per capire il programma dovevi vedere proprio tutta la puntata intera. Le Faccende erano più estemporanee.

Qualcuno avrebbe potuto interpretarle come un’evoluzione surreale dei format di Pif.

Ho sempre avuto una grandissima invidia per Pif che va su un posto praticamente da solo e tira fuori grande televisione. Con Faccende complicate, per fare venti minuti di puntata, a volte mi è capitato di dover lavorare settimane. C’è una difficoltà di base: sarebbe stato molto più semplice se un format del genere lo avesse portato avanti uno sconosciuto. Uno come Stefano De Martino non potrebbe mai fare Faccende complicate, perché decine di ragazze lo inseguirebbero per strada per avere un autografo. Nel mio caso non c’erano ragazze, ma ogni tanto qualche tizio con occhiali e barba incolta spuntava fuori a chiedermi il selfie.

Quale sarà, invece, il prossimo passo di Valerio Lundini?

Intanto porto in Europa questo spettacolo e vediamo che succede. Poi, con tre mani, sto lavorando a uno spettacolo nuovo, roba televisiva che non so ancora se realizzeremo in studio o sarà itinerante e una cosa per il cinema. Mi auguro che almeno una delle tre venga bene.

La comicità di Lundini se la prende con i cliché. Come reagiscono i fautori di questi cliché?

Più che prendermela con i cliché, me la prendo con chi celebra i propri cliché.

Spesso, per esempio, hai fatto ironia su Napoli e sui napoletani, come nel caso delle Avventure di Pwollenecienièlle.

A proposito dei napoletani: un cliché vuole che a teatro siano un pubblico severo e che nella vita siano permalosi. Al contrario: devo dire che quando mi sono esibito a Napoli mi sono sempre trovato benissimo. Vengo da Roma che è un’altra città soggiogata dai cliché: le stesse critiche che faccio a Napoli, le faccio anche alla mia città, morbosamente attaccata ai propri cliché. Questa storia dei romani che hanno il cuore grande è, per esempio, insopportabile. No, dico: ci saranno pure i romani bastardi o no? Certo che ci sono: come ci sono in ogni città, ma noi dobbiamo portare avanti questa storia dei romani che hanno il cuore grande, così come il fatto che ogni ristorante romano oggi deve sostenere di fare la carbonara come la faceva tua nonna. E vogliamo parlare della riscoperta della pinsa romana? Non è mai esistita la pinsa romana... La verità è che non mi divertono tanto i cliché ma chi se ne vanta. Non farei mai una battuta sui genovesi che sono tirchi. E non parlerò male dei tassisti milanesi. Anche perché sto per esibirmici a Milano.

Intanto prosegue la tua carriera di tastierista de I Vazzanikki. Quanto è importante la musica nel tipo di comicità che proponi?

Molto più di quanto uno pensi. Dalla musica tiro fuori idee per racconti, sketch, film. Mi suggerisce spesso un’atmosfera che mi piace riportare in un altro contenitore. Siccome il mio inglese non è perfetto, mi è capitato per esempio di scrivere canzoni ispirate a canzoni inglesi che avevo travisato. È successo per It wasn’t me di Chuck Berry. Ero convinto che il ritornello dicesse: «I’m so glad It wasn’t me» e così ho scritto un brano con quasi lo stesso titolo in italiano, Meno mane che non è capitato a me. In realtà, in quella canzone, Chuck Berry diceva tutta un’altra cosa. Il finale del film cui sto lavorando, poi, mi è venuto sentendo un pezzo di Sanremo di qualche anno fa: non dirò quale, per non fare spoiler. Aggiungo che c’è una canzone poco conosciuta di Sergio Caputo, Maccheroni Amari, che mi ha fatto venire in mente la scena di un film e un giorno mi piacerebbe costruire un altro film ancora, solo per inserirci quella scena.

C’è un’esplosione mainstream del demenziale in questo momento? 

Il termine demenziale, applicato alla comicità, lo usiamo solo qui in Italia. Definiamo demenziali Mel Brooks, Leslie Nielsen… quel mondo lì. Ripenso alla mia adolescenza, in cui le gesta del detective Frank Drebin rappresentavano una fuga da tanta brutta televisione. Siamo un Paese in cui, in Tv, quando c’è un comico c’è bisogno sempre del conduttore di turno accanto che gli dice: «Sei scemo». Anche se sei Nino Frassica. Riconosco che, considerando anche i social media, oggi c’è tantissima roba in giro e non so neanche se c’è tutta questa esigenza da ridere. Non parlo soltanto di contenuti professionali... Magari trovo divertenti dei reel di negozianti di tute che fanno sketch per promuovere quello che vendono. Poi però ci rimango male quando scopro che quella gag è copiata da un precedente reel di un altro negozio di tute, che è copiato da un TikTok che riprendeva un trend partito in Sudamerica un mese prima... Quando vedo tutto questo, penso a un grande come Daniele Luttazzi che ha pagato lo scotto di aver copiato. Oggi copiano tutti e a nessuno gliene frega niente. Il demenziale è ovunque. Lo ha capito pure Trump che «mema» come se non ci fosse un domani.

Cinque anni fa s’intravedeva qualcosa di nuovo nella comicità italiana e tu eri parte di questo qualcosa. Oggi ritieni che quella generazione di comici sia definitivamente emersa?

Prima le cose si istituzionalizzavano in maniera più definitiva, oggi no. Prima c’erano Ezio Greggio ed Enzo Iachetti, poi quelli di nicchia che dovevi conoscere nei locali underground. Oggi non ho idea di cosa sia io: se sono nicchia o mainstream. Considerano di nicchia uno Stefano Rapone che ha fatto gli Arcimboldi... boh. Prima c’erano Tv e radio: Fiorello e Celentano li conoscevano tutti. Oggi prevale una divisione tra bolle. Magari abbiamo un twitcher seguito da sei milioni di follower e io e te neanche sappiamo chi sia. Non mi sembra necessariamente un male.

Quanto stanno contando le piattaforme di streaming nell’affermazione della nuova generazione di comici?

Sicuramente stanno aiutando la popolarità di chi fa il nostro mestiere. Non riscontro però grandi investimenti autoriali. Per assurdo, la tanto vituperata Rai con tutti i suoi limiti, politica e questioni varie, ogni tanto ti permette di tirare fuori cose strane. Sarà che sono stato fortunato, ho avuto il sostegno di Giovanni Benincasa che ha creduto nelle cose che proponevo… nelle piattaforme tende tutto ad assomigliare a qualcosa di straniero. In questo modo si perde quella purezza che fa la differenza. Non c’è tanto un tema di comici nuovi e vecchi: distinguerei tra umorismo pigro e non pigro. A volte il Maestro Frassica, dall’alto dei suoi 75 anni, guardando cose che girano sui social, mi dice: questa qui è proprio roba vecchia.

Tra i tuoi colleghi coetanei chi ti fa più ridere?

Anche se non sempre ci capiamo, direi innanzitutto Alessandro Gori, l0 Sgargabonzi, una delle voci più originali che abbiamo. Un po’ tosto, ma molto bravo. Poi Zerocalcare: non è un comico, ma è un altro che ha sempre qualcosa da raccontare e questo fa la differenza. Dico anche Emanuela Fanelli. Semplicemente bravissima.

La parodia della reunion degli Oasis fatta da te ed Edoardo Ferrario a In & Out era molto centrata. Quanto consapevolmente stavate prendendo in giro il mondo dell’entertainment italiano?

Confido che gli Oasis sono gli unici personaggi nei confronti dei quali conservo una qualche forma di sana mitomania. Del tipo: se Liam è a Roma, sono capace di andare sotto l’hotel per vedermelo sbucare. Quello di In & Out non era tanto uno sketch per chi ama gli Oasis, ma per chi lavora nell’entertainment italiano. Anni fa scrissi un libretto di racconti e ce n’era uno sugli U2 che fanno il soundcheck a Città del Messico. Le dinamiche tra Bono e The Edge, nel mio testo, erano quelle che vivevo io nei pub di Civitavecchia: le difficoltà nel farsi pagare, gli amici da far entrare gratis, la tizia a cui hai dato il numero che hai paura si presenti perché, allo stesso concerto, tra il pubblico ci sarà magari un’altra tizia con cui stai uscendo... Io non sapevo niente degli U2, non sono un filologo... Stessa cosa abbiamo fatto Edoardo e io con la «zoommata» degli Oasis. Tutto è partito da messaggi Whatsapp che ci siamo mandati, appena hanno annunciato la reunion, nei quali io ero Neil e lui Liam.

Memorabile la gag degli Oasis che fanno gli «aziendaloni», i concerti ai meeting aziendali...

E certo: oggi li fanno tutti. Anche perché, là fuori, non ci sono più i fan militanti che ti fanno pagare scelte di questo tipo e t’accusano di essere un venduto, come succedeva fino alla fine degli anni Novanta. Paul McCartney, un altro mio mito assoluto, ha fatto per esempio l’aziendalone di Apple... Fai quattro canzoni, magari le più conosciute, ti pagano bene, che vuoi di più? A proposito: considerando che siamo sul Sole 24 Ore e ci legge un pubblico di un certo tipo, approfitto per dire che con I Vazzanikki siamo disponibili a fare eventi di questo tipo. Poi, sui soldi, ci mettiamo d’accordo, grazie.

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