Spettacoli

Vienna, diffuso palcoscenico imperiale per l’Eurovision

Dal Rathaus alla Stadthalle, dai caffè storici alle disco cruise sul Danubio, il concorso trasforma la capitale austriaca

di Cristiana Gattoni

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A Vienna l’Eurovision comincia molto prima della Wiener Stadthalle. Comincia sotto le guglie neogotiche del Rathaus, dove il municipio osserva una folla vestita di bandiere, paillettes e costumi appariscenti; attraversa la Ringstrasse, passa davanti ai caffè storici, lambisce i giardini in fiore del Volksgarten e arriva fino al Danubio. Per qualche giorno la città in cui Mozart visse e compose, dove Strauss trasformò il valzer in immaginario europeo, dove Freud fondò la psicoanalisi e dove la memoria asburgica resta incisa nelle architetture, accetta di farsi invadere da un’altra idea d’Europa: meno solenne, più colorata, pop e scanzonata. È questo, forse, l’effetto più interessante dell’Eurovision su Vienna: non soltanto l’arrivo di una mastodontica produzione televisiva, né la trasformazione temporanea di una città in fan zone. Piuttosto, un cortocircuito tra due forme di grandeur: da una parte quella architettonica, musicale e storica della capitale austriaca; dall’altra quella sentimentale e volutamente eccessiva dell’evento televisivo (non sportivo) più visto al mondo. Vienna porta in dote palazzi imperiali, teatri, caffè, giardini, sale da concerto. L’Eurovision risponde con maxischermi, karaoke, glitter, bandiere indossate come mantelli e fan che attraversano la città come una sfilata dove si può cantare, travestirsi e fare festa senza l’obbligo di prendersi troppo sul serio.

Il centro simbolico di questa sovrapposizione è Rathausplatz, la grande piazza davanti al Municipio, trasformata nell’Eurovision Village. Qui il concorso esce dalla televisione e smette di essere soltanto uno show costruito al millimetro: diventa una festa che si muove tra la piazza, le bandiere, i cori e i telefoni alzati davanti al palco. Il palco principale accoglie concerti, dj-set, proiezioni delle dirette, stand dove rimpinzarsi di Kaiserschmarrn e Wiener Schnitzel, karaoke e migliaia di persone.

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Rathausplatz (Ufficio Marketing del Comune di Vienna)

Rathaus

Sullo sfondo, la facciata del Rathaus: una scenografia in pietra grigia fatta di archi acuti e torri, imponente, severa, pensata per comunicare autorità civica. Ai suoi piedi, un carnevale europeo ordinatissimo, come solo Vienna poteva renderlo possibile. L’eccesso, ma con gli orari giusti.

A pochi passi c’è il Burgtheater, il grande teatro nazionale austriaco, che nella stagione del suo 250° anniversario osserva i festeggianti con la maestà leggermente snob dei luoghi abituati alla tragedia, alla parola alta, alla liturgia del palcoscenico. Poco più in là, il Café Landtmann, istituzione viennese dal 1873, partecipa al gioco degli Eurofan Café ospitando Regno Unito e San Marino: camerieri con il farfallino, tavolini eleganti, tradizione della Kaffeehauskultur e, nello stesso spazio, la leggerezza rumorosa del rito eurovisivo.

Café Landtmann, istituzione viennese dal 1873

È una delle immagini più riuscite di questi giorni: Vienna non rinuncia alla propria forma, ma la presta a un racconto diverso. La città del valzer e della musica colta non viene cancellata dall’Eurovision, viene attraversata. Sul Danubio, che nell’immaginario europeo resta legato al valzer di Strauss, partono crociere musicali dove si balla al ritmo di brani storici e contemporanei del concorso. Sui mezzi pubblici, uno speciale tram ospita karaoke e jam session, mentre la metropolitana U2 diventa la “Song Contest Route”, collegando alcuni dei luoghi principali della settimana eurovisiva. Anche il trasporto urbano, miracolo viennese di efficienza e compostezza, finisce dentro la festa.

La Wiener Stadthalle, progettata da Roland Rainer e inaugurata nel 1958 nel quartiere di Rudolfsheim-Fünfhaus, resta naturalmente il cuore televisivo dell’evento: il luogo dello spettacolo vero, della finale, delle delegazioni, delle telecamere, della gigantesca macchina produttiva. Ma il concorso si allarga, occupa la città, entra nei musei, nei bar, nei tram, nei mercati, nei club. Al Prater Dome, vicino alla ruota panoramica più famosa di Vienna, l’Euroclub ospita le notti più esplicitamente festose della settimana. Al Wien Museum si organizzano talk, incontri, interviste e attività legate alla comunità dei fan.

Rathaus Eurovision Village

Il risultato è una strana e riuscitissima sovrapposizione. Da una parte la Vienna monumentale, quella della Hofburg, della Neue Burg, dei musei, delle colonne, delle facciate imperiali. Dall’altra l’Europa provvisoria e mobile dell’Eurovision: identità nazionali portate fino alla caricatura e poi sciolte in una festa comune. È l’Europa come istituzione? Non proprio. È l’Europa come immaginario, come desiderio di appartenenza, come teatro popolare e televisivo. Forse proprio per questo funziona. In questa Vienna così ordinata, perfino l’irruzione del nazionalpopolare italiano trova il suo posto. Sal Da Vinci è comparso anche davanti all’Hotel Sacher distribuendo sfogliatelle, cortocircuito perfetto tra Napoli e la patria della torta più diplomatica d’Europa. La scena dice molto più di quanto sembri: l’Eurovision vive anche di questi gesti laterali, di queste apparizioni che trasformano la città ospitante in un set diffuso, dove l’artista non è più soltanto quello sul palco ma una presenza che attraversa strade e mette in moto l’entusiasmo collettivo.

Gaza e la Palestina

Eppure, anche dentro la festa, Vienna non rimuove le tensioni che accompagnano questa 70ma edizione. A Maria-Theresien-Platz, nello spazio monumentale tra i grandi musei cittadini e non lontano dal cuore della festa, si è raccolto anche il dissenso: un piccolo palco, uno striscione con la scritta “no stage for genocide”, artisti, interventi, musica, cartelli per ricordare Gaza e la Palestina. È un’altra scena dentro la scena, meno rumorosa del Village eppure impossibile da ignorare. Anche questo fa parte dell’effetto Eurovision: portare in superficie, accanto alla festa, le fratture del presente. Forse è proprio qui che il dialogo tra Vienna e l’Eurovision diventa più interessante. Una delle città più solenni d’Europa, una città che sembra contenere in sé una parte essenziale della storia culturale del continente, accetta per qualche giorno di confrontarsi con una forma di Europa completamente diversa: queer, sentimentale, a tratti kitsch, a tratti politica. Non è una sostituzione, ma una convivenza. Mozart e il karaoke, Strauss e la techno, il Burgtheater e il Village, Maria Teresa e le kefiah esibite, la Sachertorte e le sfogliatelle. Vienna, insomma, non smette di essere Vienna. Non potrebbe, e forse non vorrebbe. Ma per qualche giorno accetta di brillare in un altro modo. E l’Eurovision, che spesso viene liquidato come una gigantesca festa leggera, mostra ancora una volta la sua forza più curiosa: trasformare una città in palcoscenico e costringerla, tra musica e contraddizioni, a raccontare qualcosa in più di sé.

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