Medicina personalizzata

Vitamina D: come decidere quando serve al di là del risultato di laboratorio

Quando un numero decide una terapia; la variabilità analitica dei test impone un focus sull’appropriatezza prescrittiva per ridare un ruolo centrale alla scelta del medico

 Vitamina D. (Alamy Stock Photo)

4' di lettura

English Version

4' di lettura

English Version

Una riflessione che nasce dall’appropriatezza. La Nota 96 di Aifa ha rappresentato un passaggio importante nella promozione dell’appropriatezza prescrittiva della vitamina D. L’obiettivo era, ed è tuttora, pienamente condivisibile: limitare i trattamenti non necessari nella popolazione generale e garantire un utilizzo razionale delle risorse del Servizio sanitario nazionale, concentrando la rimborsabilità sui pazienti che possono realmente beneficiare della supplementazione.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

I numeri e le decisioni cliniche

 A distanza di alcuni anni dalla sua introduzione, tuttavia, nuove evidenze scientifiche suggeriscono che uno degli elementi su cui si fonda la Nota – l’utilizzo di soglie biochimiche fisse di 25-idrossivitamina D – meriti una riflessione. Non perché venga meno il principio dell’appropriatezza, ma perché oggi conosciamo meglio i limiti del dato analitico su cui tali soglie si basano.
La domanda è semplice: quanto è realmente preciso il numero sul quale fondiamo decisioni cliniche e, in alcuni casi, anche amministrative?

Loading...

 

Il nuovo studio

Uno studio appena pubblicato sulla rivista Endocrine ha analizzato oltre 2.700 determinazioni di 25-idrossivitamina D provenienti da circa 114 laboratori della rete sanitaria lombarda, nell’ambito del programma regionale di Valutazione Esterna di Qualità. Si tratta di una fotografia concreta della pratica di laboratorio nel Servizio sanitario, capace di misurare quanto i risultati siano realmente confrontabili tra metodiche e centri diversi. I dati sono chiari. La variabilità analitica tra laboratori e tra piattaforme diagnostiche è risultata elevata, con coefficienti di variazione medi prossimi al 30%, indipendentemente dal fatto che i valori fossero inferiori o superiori ai principali cut-off utilizzati nella pratica clinica. Inoltre, alcune metodiche hanno mostrato differenze sistematiche nei valori misurati rispetto ad altre, pur analizzando gli stessi campioni. Non si tratta di un dettaglio tecnico riservato agli specialisti di laboratorio. È un elemento che può avere ricadute concrete sulle decisioni terapeutiche.

 

Laboratorio che vai

Quando cambia il laboratorio, può cambiare la decisione. Se un paziente presenta un valore vicino alla soglia prevista per la rimborsabilità, una differenza metodologica tra laboratori può determinare una classificazione diversa della stessa condizione biologica. In altre parole, un paziente potrebbe risultare eleggibile alla supplementazione secondo un laboratorio e non esserlo secondo un altro, pur non essendo cambiato nulla dal punto di vista clinico. È proprio questa la principale implicazione del nostro lavoro, condotto in collaborazione con il Team del Professor Massimo Locatelli. Quando una decisione terapeutica o amministrativa dipende dall’applicazione rigida di un valore soglia, la variabilità analitica può tradursi in una fonte di disomogeneità nell’accesso alle cure.

 

Agggiornare la Nota 96

La Nota 96 è uno strumento superato. Queste osservazioni non mettono in discussione i principi ispiratori della Nota 96. L’obiettivo di promuovere appropriatezza prescrittiva, evitare trattamenti non necessari e garantire la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale rimane pienamente valido e rappresenta un riferimento fondamentale per la pratica clinica. Le nuove evidenze suggeriscono però che le soglie biochimiche non possano essere considerate criteri assoluti e autosufficienti quando il dato di laboratorio presenta una variabilità metodologica così significativa. Più che superare la Nota 96, occorre accompagnarne l’evoluzione alla luce delle conoscenze oggi disponibili, valorizzando il giudizio clinico e tenendo conto dei limiti intrinseci delle metodiche analitiche.

 

Il valore del giudizio clinico. Il dosaggio della 25-idrossivitamina D rimane uno strumento essenziale nella valutazione del paziente, ma non può essere interpretato isolatamente. Età, salute dello scheletro, rischio di fratture, esposizione solare, condizioni di malassorbimento, terapie farmacologiche, comorbidità metaboliche, come l’obesità o il prediabete, e contesto clinico complessivo rappresentano elementi altrettanto importanti nella decisione terapeutica. È la stessa impostazione sostenuta dal recente Consensus internazionale pubblicato su Endocrine Reviews, secondo cui il valore laboratoristico costituisce uno degli elementi della valutazione clinica e non il suo unico determinante.

Loading...

 

Standardizzare

La standardizzazione come priorità. Lo studio richiama anche un’altra esigenza strategica: proseguire con decisione nel percorso di standardizzazione dei metodi di dosaggio della vitamina D. Oggi la maggior parte delle determinazioni viene effettuata mediante dosaggi immunometrici automatizzati, indispensabili per sostenere gli elevati volumi di attività dei laboratori clinici. Tuttavia, le differenze ancora presenti tra piattaforme dimostrano che il processo di armonizzazione non è concluso. Ridurre la variabilità significa aumentare l’affidabilità del dato di laboratorio, garantire maggiore equità nelle decisioni cliniche e rendere più solide anche le scelte regolatorie. È un obiettivo che richiede un impegno condiviso tra laboratori, produttori di sistemi diagnostici, società scientifiche e autorità regolatorie.

 

Prescrivere meglio

Verso una medicina più personalizzata. La medicina contemporanea sta progressivamente superando modelli decisionali fondati esclusivamente su valori soglia, privilegiando un’integrazione tra dati biologici, caratteristiche individuali e giudizio clinico. La vitamina D non dovrebbe rappresentare un’eccezione. Le evidenze oggi disponibili non suggeriscono di prescrivere più vitamina D, né di prescriverne meno. Suggeriscono piuttosto di prescriverla meglio, utilizzando il dato laboratoristico come uno strumento a supporto della decisione clinica e non come un automatismo amministrativo. La Nota 96 dovrebbe contribuire a promuovere un uso più appropriato della supplementazione. Oggi, le nuove evidenze scientifiche indicano che questo percorso può compiere un ulteriore passo avanti: affiancare ai criteri biochimici una piena consapevolezza della qualità e dei limiti del dato analitico, restituendo al giudizio clinico il ruolo centrale che gli compete. Perché, quando un numero può cambiare in funzione della metodica con cui viene misurato, è il medico – e non il laboratorio – che deve continuare a guidare la decisione terapeutica.

* Ordinario di Endocrinologia e Metabolismo, Direttore Endocrinologia Irccs Ospedale San Raffaele di Milano,
Università Vita-Salute San Raffaele di Milano

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti