Economia Digitale

Wikipedia, Jimmy Wales: «L’intelligenza artificiale può aiutare, ma la decisione finale deve rimanere umana»

Il cofondatore dell’enciclopedia libera racconta il difficile rapporto con l’IA: i modelli si nutrono della conoscenza prodotta dai volontari, ma continuano a commettere errori. E mentre i colossi tecnologici costruiscono nuovi business sui dati aperti, Wikipedia difende la propria natura non profit. Senza dimenticare i rischi per la privacy di chi contribuisce.

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Nel 2001 ha dato vita a una delle più grandi utopie di Internet: immaginare un mondo in cui ogni essere umano potesse accedere liberamente alla somma di tutta la conoscenza. Venticinque anni dopo, Wikipedia non è soltanto una delle enciclopedie più consultate del pianeta. È diventata una delle infrastrutture della conoscenza su cui poggia l’intera rete, compresi i colossi dell’intelligenza artificiale che utilizzano il suo archivio per addestrare i propri modelli. Forse proprio per questa Wikipedia rapparesenta la vittima sacrificale dei colossi dell’Ai più pura e più indifesa. Jimmy Wales, cofondatore dell’enciclopedia libera, lo sa bene. Ma non appare per nulla arrabbiato come dovrebbe. Anche quando gli domandi se i governi dovrebbero obbligare le aziende di IA a pagare una quota o a citare Wikipedia per l’uso dei suoi dati aperti nell’addestramento dei modelli?

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

«Wikipedia è stata creata come un dono al mondo sotto licenza libera per consentire qualsiasi riutilizzo - spiega tranquillo al Sole 24 Ore -. Sebbene sia richiesta l’attribuzione delle fonti e le aziende tecnologiche non siano sempre rigorose nel fornirla: la strada preferibile è incoraggiare un sostegno volontario a Wikipedia da parte di chi beneficia dei suoi dati. Un intervento governativo diretto risulterebbe in molti aspetti più pericoloso di una negoziazione diretta tra le parti». Wales, cha appare incredibilmente diplomatico, difende il modello che ha costruito, ma non nasconde le contraddizioni dell’intelligenza artificiale. E soprattutto non crede che il futuro della conoscenza debba essere affidato alle macchine. Su questo punto, sui rischi che l’Ai distrugga l’umanità o cancelli tutti i posti di lavoro, appare particolarmente lungimirante. Il senso è chiaro: l’Ai non è l’apocalisse, ma non possiamo fidarci ciecamente«Nessuno dei due scenari appare verosimile». Wales ridimensiona tanto l’ipotesi di un’intelligenza artificiale che prende il sopravvento sull’umanità quanto quella di una distruzione generalizzata dell’occupazione.

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«Non penso che nessuno dei due scenari sia molto plausibile. Certamente - sorride - non ho ancora incontrato un computer in grado di tener testa a un Navy SEAL, quindi non ne sono davvero sicuro. Gli esseri umani sono piuttosto abili con le armi se necessario, quindi quella è una prospettiva ancora molto lontana; se ci pensi, gran parte di questo discorso è solo fantasia da fantascienza. Non credo nemmeno all’apocalisse dei posti di lavoro: nel settore del software la gente dice che è finita, ma la domanda di programmatori è alta come non mai e penso che stia espandendo le opportunità, dal momento che ora un programmatore junior può creare cose incredibili per i clienti. Ovviamente una tecnologia così imponente avrà impatti diversi in aree diverse. Al momento non vedo un grande impatto su elettricisti e falegnami. E persino se pensi ai matematici (un settore molto piccolo di cui si fa un gran chiasso ultimamente, dove l’IA dimostra teoremi e risolve problemi aperti ndr) non vedo nessuno dire che non abbiamo più bisogno dei matematici. Vedo piuttosto i matematici dire: «Wow, questo è uno strumento fantastico che possiamo usare. C’è davvero molta esagerazione (hype) in questo momento ed è difficile per chiunque distinguere ciò che è reale da ciò che è solo rumore. Inoltre, queste aziende stanno bruciando tantissimo denaro senza avere un modello di business sostenibile per quello che stanno facendo e potrebbero dover rallentare. Non so se stiano sollevando paure eccessive con tutte queste affermazioni drammatiche, pur rispettando persone come Demis Hassabis di DeepMind, il quale non è un allarmista sull’IA ma afferma che i rischi siano seri».

Nell’attesa però di capire meglio la sostenibilità del modello di business dei Big dell’AI però per Wikipedia, tuttavia, il problema è più immediato e vitale. Dall’avento dei chatbot esiste anche all’interno dell’enciclopedia aperta un dibattito anche serrato su come e se utilizzare una tecnologia che promette di accelerare la produzione della conoscenza, ma che continua a inventare fatti. «Per me è opportuno usare l’Ai per avere suggerimenti o per aiutare a trovare le cose, ma la decisione finale, almeno al momento, deve spettare a un essere umano semplicemente perché sappiamo che le IA sono imprecise e hanno allucinazioni. Stanno migliorando - ammette - ma il problema delle allucinazioni è ancora piuttosto forte, in particolare quando si passa ad argomenti più oscuri e poco noti, dove si potrebbe pensare che Wikipedia abbia più bisogno di aiuto. Se chiedi all’IA di aiutare su un piccolo articolo riguardante un argomento poco noto, farà un lavoro terribile perché non lo conosce; ma se ti aiuta a trovare le fonti, a leggerle per te e a dirti «questa sembra buona, questa è interessante, questa magari non è un granché», penso che sia utile e molto interessante. Quindi la nostra comunità è impegnata in un lungo processo per discutere quando ci si possa fidare dell’Ai, per quali scopi e quando no, e ovviamente questo cambierà nel tempo perché la tecnologia sta cambiando molto rapidamente».

Chi si apettava da Walles una posizione di principio contro l’automazione si sbaglia di grosso. La comunità sta quindi discutendo apertamente dove sia possibile fidarsi dell’intelligenza artificiale e dove sia indispensabile mantenere il controllo umano. La posta in gioco non è soltanto la qualità delle singole voci. È la credibilità dell’intera enciclopedia.

Resta come sempre il nodo irrisolto da sempre della sostenibilità di un progetto come quello di Wikipedia che ha a lungo rappresentato il volto buono dell’internet degli anni Novanta. La conoscenza è libera. Ma chi paga per produrla? Ricordiamo che Wikipedia rende disponibile gratuitamente un patrimonio di informazioni che contribuisce ad alimentare prodotti commerciali. Le grandi aziende tecnologiche possono utilizzare quei contenuti, ma non sono automaticamente tenute a sostenere economicamente il lavoro necessario per produrli.

Wales non ha mai voluto trasformare Wikipedia in un archivio a pagamento. E non intende farlo. C’è invece una minaccia che lo preoccupa: le normative che introducono obblighi di identificazione per utilizzare i servizi online. Per Wikipedia la possibilità di contribuire senza rendere pubblica la propria identità è una componente essenziale del progetto. Molti volontari operano in Paesi autoritari, dove scrivere di politica, storia o diritti civili può comportare conseguenze personali. L’obbligo di identificarsi attraverso documenti ufficiali potrebbe mettere a rischio la loro sicurezza. Conservare le identità reali sui server significa infatti creare archivi sensibili, potenzialmente esposti ad attacchi informatici e fughe di dati. «Considero molto problematico il fatto che ci venga sempre più chiesto o imposto di identificarci con documenti rilasciati dal governo su ogni tipo di sito web discutibile, il che porta a più fughe di dati e a una perdita di privacy. In un’era in cui le persone sono già molto preoccupate che i colossi tecnologici abbiano troppe informazioni su di noi, costringerci a dare ancora più informazioni solo per poter leggere Substack o qualsiasi altra cosa sembra l’opposto della sicurezza. Penso che i governi debbano davvero rallentare e riflettere su questo. Noi la chiamiamo «la regola Wikipedia» perché nessuno vuole danneggiare Wikipedia, e se la regola rende più difficile la partecipazione delle persone o ci costringe a conservare dati che non vogliamo conservare, diventa un problema. Abbiamo molti volontari che lavorano in paesi autoritari molto difficili e dobbiamo già adottare misure attente per proteggerli. Non vogliamo davvero conoscere le loro reali identità: sarebbe molto pericoloso per loro se tali dati fossero memorizzati sui nostri server, perché diventeremmo un bersaglio di attacchi informatici. Quindi sì, c’è molto su cui dobbiamo stare davvero molto, molto attenti».

Wikipedia è prima di tutto «una comunità di appassionati che scrivono un’enciclopedia per hobby e per amore della conoscenza». Milioni di persone ne consultano le voci, ma chi contribuisce non lo fa per soddisfare un mercato. Lo fa per passione, per condividere quello che sa e per partecipare a un progetto collettivo. Una motivazione che, secondo Wales, continuerà a esistere indipendentemente dall’evoluzione delle tecnologie.

È questa, in fondo, la differenza tra Wikipedia e i modelli linguistici. Entrambi possono rispondere a una domanda. Ma l’enciclopedia nasce da una comunità che discute, verifica le fonti e corregge gli errori.

L’intelligenza artificiale può accelerare questo processo. Può suggerire modifiche, individuare informazioni e aiutare chi scrive. Ma non può sostituire la responsabilità di chi decide che cosa è vero e che cosa merita di essere pubblicato.

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La sfida di Wikipedia, venticinque anni dopo la sua nascita, non è dimostrare che gli esseri umani sappiano scrivere meglio delle macchine. È dimostrare che anche nell’era delle risposte automatiche abbiamo ancora bisogno di persone disposte a verificare quello che sappiamo.

Riproduzione riservata ©
  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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