Wunderkammer esistenziale di Maestro Chicco
Il fratello del celebre architetto Vittorio Gregotti,amico di famiglia e faro di «saper vivere». Tra disegni, whisky, librie amicizie: un «viaggio intorno alla stanza» che segna un’esistenza
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Il portone in legno scuro, la statua dell’alpino in cortile e già nell’androne le vetrine con le armi africane portate a Novara dal nonno esploratore, chissà che stupore per un bimbo come me salire le scale a gattoni e aggirarmi tra quelle stanze piene di sorprese come il paese dei balocchi. Chicco Gregotti era l’amico di mio padre e per me una specie di compagno più grande. La sua casa in via del Carmine è stata la prima mappa delle mie passioni. Il luogo che non ho più ritrovato, una wunderkammer di cui rivivo ancora ogni dettaglio, le superfici, il profumo della moquette, la sua voce che arrivava dallo studio, la barba, gli occhiali spessi e il posacenere sempre pieno, le bretelle e le camicie, i pantaloni di velluto a coste e le sue insostituibili clarks. Le vedevo apparire da sotto il divano dove mi nascondevo quando veniva a trovarci, cercavo di salvare i miei giocattoli di latta che invece finivano inevitabilmente a casa di Chicco, fra accumuli di robot giapponesi e armadi pieni di do not disturb, puntine per 78 giri, carte per le arance e scatole per tabacco e in cima alla libreria una pattuglia di bamboline che cambiavano colore col tempo. Era il luogo dove convivevano, senza imbarazzo alcuno, cianfrusaglie e capolavori, il kitsch e il sublime, dove ogni oggetto raccontava un uomo la cui curiosità finì per diventare la mia.Non vedevo l’ora fosse domenica per entrare in quel teatro del mondo, scuola alternativa che mi ha insegnato ad amare mondi diversi, dall’art nouveau al costruttivismo russo, dal jazz all’illustrazione. Già in ingresso, tre incisioni dai Desastres di Francisco Goya, apparentemente identiche, trovate per strada o da antiquari a prezzi diversissimi. Erano le beffe di Chicco alle regole del mercato e alla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte. Mentre studiavo Walter Benjamin e rintracciavo negli acquerelli di Victor Hugo e negli studi di Romolo Romani una storia alternativa delle origini dell’astrattismo, ascoltavo le lunghe discussioni degli adulti attorno alla sua scrivania. Tra politica e istanze operaie, tra poltrone Cavour e lampade viennesi, sotto un piccolo Léger e il suo ritratto di Tullio Pericoli, mi precipitavano addosso libri Adelphi e cataloghi del Louvre e racconti dell’ultima mostra da Carla Pellegrini. Tra una locomotiva in ottone e il ritratto di Napoleone di Antonio Canova quei pomeriggi correvano densi ma leggeri. Pop inglese e land art, fumetti e fotografia, erano mille le cose che Chicco collezionava, tra pianoforti di Giuseppe Chiari e melanconie di Franco Francese, solo opere con dietro una storia da raccontare, come quel Vedova violento e rivoltoso trovato con mio padre a New York mentre Chicco ridacchiava, “dove sono gli occhi?”. Preludio di un amore senile per gli inchiostri di Aubrey Beardsley e per le bianche immacolate chiese di Pieter Saenredam.
Chiedilo al Sole
Affabulatore e anticonformista, Chicco raccontava vecchissime avventure nei sottoscala con madri dei miei compagni di scuola mentre lo seguivo nella sala della Neue Sachlichkeit. C’era da recuperare altro ghiaccio per il whisky, dai miei quattordici anni ebbi anch’io il mio bicchiere come quelli che si alternavano attorno a lui, dal semiologo e all’artista, dal sindacalista al libraio, nelle lunghe discussioni con mio padre su lavoro e investimenti per la Bossi di Cameri, la tessitura dei Gregotti, altro luogo a lui legato che esploravo in lungo e in largo quando mia madre ci portava a comprare tovaglie e lenzuola. Tra le pezze di cotone e il rumore dei telai, quella fabbrica disegnata dal fratello Vittorio era una specie di luna park in cui sognavo, un giorno, di diventare un imprenditore colto e curioso come lui.
Senza Chicco non avrei conosciuto Davide Mosconi e i suoi ricordi di Sun Ra e Conlon Nancarrow e nemmeno Donald Garstang e i suoi racconti su Emma Hamilton e Giacomo Serpotta prima dell’inevitabile gin tonic nel suo basement nell’anno del mio Erasmus londinese. In quei mesi Chicco mi chiamava al fisso dell’ostello, “da studente non ti manca certo il tempo”, e mi sguinzagliava alla ricerca di xilografie di William Nicholson e strisce assai discinte della Jane di Norman Pett e vignette di Ronald Searle tra i basettoni di Chris Beatles nel negozio di Ryder Street e prime edizioni del Book of Limericks di Edward Lear. Senza Chicco non avrei mai scritto nemmeno un archirick, già rubrica estiva su queste pagine e di seguito approfondito e amato Alan Dunn al punto da regalarmi una sua vignetta per festeggiare, venerdì prossimo, il mio ennesimo compleanno. Quando se ne andò, il giorno di Natale del 1997, avevo ventiquattro anni. Temevo non sarei sopravvissuto senza quella fonte che mi aveva dissetato dall’età della ragione. Chicco mi lasciò tutti i suoi dischi, un ex libris, una testa africana, delle ranocchie, una maschera Abelam, la collezione di jolly banks. Aiutai la famiglia a svuotare quella casa di meraviglie che Chicco desiderava tornassero a fluire tra i rivoli nel mondo. Avremmo dovuto forse fotografarla come fecero per le pareti della casa di André Breton. Non venne in mente neanche a me, che in quelle stanze avevo trovato le mie passioni. Chiudendo il portone in legno scuro mi sentivo come abbandonato, non sapevo ancora che la mia mente avrebbe continuato ad abitare quel mondo e a scatenare nuove curiosità. La geografia di Chicco divenne presto la mia. Ora so che quella mappa, a trent’anni di distanza, è ancora nella tasca dei miei pantaloni. Guida le mie passioni e dunque la mia scrittura.

