Idee

Zaha Hadid senza la retorica della superstar globale

La mostra dedicata all’architetta presso il Luma Arles è visitabile fino al 31 marzo 2027

di Giuseppe Fantasia

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Nella sua carriera, Hans Ulrich Obrist - attuale direttore delle Serpentine Galleries a Londra - ha sempre praticato la curatela come un’arte della conversazione infinita, ma più che organizzare mostre, “costruisce traiettorie mentali, costellazioni di voci e archivi in perpetuo movimento”, come ama precisare lui. Nel suo metodo, in effetti, non esiste la fissità monumentale della storia dell’arte visto che ogni artista continua a parlare, a deviare e a contraddirsi. Per questo, il sesto capitolo dei suoi Hans Ulrich Obrist Archives dedicato a Zaha Hadid evita con intelligenza il rischio della commemorazione solenne.

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10 anni dalla scomparsa

 A dieci anni dalla scomparsa dell’architetta irachena, la mostra allestita da Luma Arles sceglie di raccontarla attraverso il dialogo, l’amicizia intellettuale e la durata di uno scambio che ha attraversato città, , continenti, progetti, ossessioni e visioni. Quando Obrist incontró Hadid alla fine degli anni’90, la sua figura possedeva già qualcosa di leggendario. Gli edifici costruiti erano ancora relativamente pochi, ma i suoi dipinti e le sue prospettive avevano già alterato il lessico stesso della architettura contemporanea. Le tavole sembravano dei terremoti astratti, dei frammenti suprematisti lanciati dentro il paesaggio urbano, delle geometrie che si inclinavano fino a perdere ogni obbedienza cartesiana. Prima ancora che il digitale rendesse realizzabili certe complessità formali, Hadid aveva trasformato il disegno in un laboratorio teorico assoluto, quasi in una forma di narrativa spaziale. L’architettura, poi, nei suoi fogli, non rappresentava mai solo degli edifici, ma produceva velocità, tensioni e collisioni. La mostra, significativamente intitolata I Think There Should Be No End to Experimentation, riporta tutto a quel punto originario evidenziando l’istante fragile e febbrile dell’invenzione. Troverete dipinti calligrafici, taccuini, studi prospettici, materiali d’archivio e interviste registrate tra il 2001 e il 2013 che nell’insieme vanno a comporre un percorso che somiglia più a un atlante mentale che a una retrospettiva canonica. Obrist non espone Hadid come si espone un classico da musealizzare, ma la riattiva, ne rimette in circolo la voce, il modo rapidissimo di pensare e quella capacità quasi fisica di immaginare lo spazio come organismo instabile e mutante.

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 Dentro il percorso riaffiorano inevitabilmente anche i capitoli condivisi: le conversazioni tra Londra, Basilea e Parigi, il progetto Meshworks per Villa Medici, l’esperienza comune alle Serpentine Galleries, dove Hadid aveva già intuito che un padiglione temporaneo poteva diventare un dispositivo teorico prima ancora che architettonico. In fondo il legame tra i due nasce proprio da quella convinzione che arte, urbanistica, design e pensiero curatoriale appartengano allo stesso campo mobile. Poi arriva Arles e la mostra cambia temperatura, perché Luma non è soltanto un centro espositivo, ma un luogo che sembra progettato per ospitare idee radicali. La torre di Frank Gehry emerge nel cielo della Camargue come una massa metallica irregolare, come se fosse un faro futurista investito dalla luce bianca del Sud. Attorno sopravvive il paesaggio duro del Parc des Ateliers tra binari dismessi, pietra romana, vento secco e una polverosa vegetazione. Il risultato voluto dal curatore è stato quello di sottrarre Zaha Hadid alla retorica della superstar globale per restituirla alla sua natura più autentica che è quella di una mente irrequieta che non ha mai smesso di forzare i limiti disciplinari. Più che celebrare un mito, Obrist ricostruisce il ritmo di un’intelligenza in movimento e lo fa nel luogo giusto, dove persino il vento sembra ancora attraversare le architetture senza farsene accorgere.

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Zaha Hadid, I Think There Should Be No End to Experimentation, Luma Arles, Arles, Francia fino al 31 marzo 2027

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