Tra le lauree triennali i percorsi prevalenti scelti dai ragazzi che si approcciano al percorso universitario sono Scienze e tecnologie agrarie e forestali (65,7% intervistati) e Scienze e tecnologie alimentari (32,8 per cento). Scienze e tecnologie agrarie, Scienze e tecnologie forestali e ambientali e Scienze zootecniche e tecnologie animali, invece, sono i circuiti prevalenti tra le lauree magistrali: a sceglierli, rispettivamente il 67,7%, il 21% e l’8,3 per cento dei laureati. Nel post-laurea, invece, dove è ancora necessario intersecare le competenze accumulate con l’esperienza sul campo, vincono il tirocinio (oltre 39 per cento del campione), i corsi di formazione (oltre 31 per cento) e le collaborazioni volontarie (oltre il 28 per cento). A stretto giro finiscono gli stage (23 per cento) e le borse di studio (oltre il 22 per cento).
Ma cosa spinge un neodiplomato a scegliere proprio questi corsi e, guardando più in là, questa carriera? Valori, interessi e sensibilità personale fanno da traino: in primis la passione per l’ambiente e per la natura, poi l’interesse per agricoltura e produzione di cibo e per la sostenibilità ambientale, cambiamento climatico e sviluppo sostenibile, seguito dall’interesse per innovazione e tecnologie.
Le prospettive occupazionali, invece, sembrano avere un peso più ridotto sul processo decisionale. E ancora più marginali sono le informazioni di contesto come la tradizione familiare e i consigli di amici e parenti.
Diventa invece un grande vantaggio la possibilità di accedere a curricula variegati, che ovviamente orientano anche quello che arriva dopo il titolo: l’agronomo non è più “costretto” ad accontentarsi solo di dirigere un’azienda agraria o prestare consulenza tecnica. Ma può ritagliarsi un ruolo negli enti di certificazione e gestione della qualità o nell’ambito della sicurezza alimentare e della gestione del patrimonio forestale.
Nella scelta tra lavoro dipendente e libera professione, le differenze sono spesso legate all’età. Dai dati sembra chiaro che la libera professione non venga tendenzialmente intrapresa come primo sbocco lavorativo dalle generazioni giovani (interessa oltre il 41 per cento degli under 35 e oltre il 45 per centro dei 35-44enni), che preferiscono forme dipendenti o combinate (tra gli under 34 il lavoro dipendente coinvolge il 40,2 per cento degli occupati, mentre chi opta per la soluzione ibrida tra gli under 34 sta nel 18 per cento, tra il 17,9 e il 20,6 invece chi ha un’età compresa tra 35 e 54 anni).
Restando sempre sugli occupati, tra gli intervistati arrivano al 90 per cento (48,1 per cento liberi professionisti e 28,4 per cento dipendenti, 14,4 per cento in opzione ibrida). Circa il 60 per cento dei neolaureati ha trovato lavoro dopo sei mesi dalla laurea: soprattutto negli anni dal 2020 al 2025 si accorciano i tempi di accesso al primo impiego, grazie sì alle politiche economiche ma anche a una maggiore domanda di lavoro. Il settore che, nel 2025, ha riportato la percentuale più alta di attività è quello della consulenza e del supporto alle aziende agricole (15 per cento), seguito da pubblica amministrazione (10,9 per cento), gestione ambientale (8 per cento), consulenza agronomica (7,6 per cento) e insegnamento e formazione (7,3 per cento). Tra i liberi professionisti vincono consulenza (in tutte le sue declinazioni) e supporto alle aziende agricole, gestione ambientale e forestale, pianificazione e gestione del verde, attività estimative e certificazioni di qualità. Per i lavoratori dipendenti è sicuramente la pubblica amministrazione il presidio princpale (24,3%), seguito da ricerca e sviluppo (14,8%) e insegnamento e formazione (oltre l’8%).
Stabilità sul lungo periodo e continuità occupazionale sono due punti fermi. Oltre l’83 per cento dei liberi professionisti intervistati, il 79,2 per cento di chi sceglie l’opzione ibrida e oltre il 69 per cento dei dipendenti ha dichiarato di avere ormai un posto da più di cinque anni.
E sul futuro? Le valutazioni positive riguardano più che altro il ruolo strategico del settore agrario-forestale nell’evoluzione delle politiche e delle priorità pubbliche. Quelle negative, invece, si legano piuttosto a fattori come frammentazione del mercato, sovraccarico normativo e pressione fiscale - penalizzanti soprattutto all’inizio - e scarso riconoscimento del ruolo negli equilibri della società.
Mettendo insieme i tasselli, quindi, viene fuori un risultato motivante: un sistema professionale in evoluzione, con buoni livelli di inserimento lavorativo, più percorsi tra cui scegliere, una certa continuità occupazionale sul lungo periodo, basi economiche solide e operatori mediamente soddisfatti (il 70% tra i liberi professionisti, quasi il 65% tra i dipendenti e oltre il 67% tra chi combina le due forme si è detto appagato con un punteggio di 4,5 su 5).
Non mancano ovviamente le zone d’ombra e le criticità, che possono essere gestite inquadrando il professionista come game changer. E sfruttando l’ampia offerta lavorativa, che permetterà all’agronomo o al forestale di assecondare le richieste mutevoli del mercato e soprattutto le proprie inclinazioni personali, a partire dal bagaglio accumulato tra i banchi universitari.
Le sfide
Cosa può fare, quindi, l’Ordine per garantire ai propri iscritti la massima tutela e la massima spinta verso risultati migliori? La priorità resta trasformare numeri e suggestioni in strategie operative. E accompagnare i professionisti per tutta la durata della loro vita lavorativa. La preparazione universitaria non basta se non è supportata da un aggiornamento continuo, ormai l’unica scorciatoia per non lasciarsi sopraffare dalle nuove domande sociali e plasmare la carriera in modo più fluido rispetto a prima. Anche alla luce di mutamenti normativi, tecnologici e di mercato più ricorrenti a cui occorre adeguarsi. E a cui rispondere, ad esempio, trasformando il long life learning in uno strumento strutturale, oltre che in un elemento di raccordo tra professione e innovazione.