Il report

Agronomi e forestali, la professione aggancia le nuove generazioni

Dal 2010 al 2025 sono cresciuti i laureati triennali e magistrali. Il 60% trova lavoro entro sei mesi dal titolo. Piccoli passi verso la parità di genere

di Camilla Curcio

Credits: bharatanirudh (Pexels)

12' di lettura

English Version

12' di lettura

English Version

Una professione poliedrica, dinamica, attrattiva agli occhi delle nuove generazioni. E in grado di cambiare forma per rispondere alle esigenze di tempi che vanno veloci. Ma senza perdere di vista la strada maestra tracciata dalla tradizione. È questa la fotografia dei dottori agronomi e dei dottori forestali che emerge dal report «Una professione dai molti percorsi», presentato martedì 5 maggio a Roma.

Nata dalla sinergia tra Conaf, Osservatorio delle libere professioni, Conferenza nazionale per la didattica universitaria di Agraria e Federazione italiana dottori in agraria e forestali (Fidaf), l’indagine analizza i dati su immatricolazioni, titoli di studio (lauree triennali, magistrali e dottorati), sbocchi professionali, tasso di occupazione e redditi, per costruire un quadro della categoria che tenga insieme punti di forza e punti deboli. E fissare una check list di obiettivi da mettere a segno per il futuro.

Loading...

«Il sistema delle professioni agrarie e forestali oggi è molto più ampio, differenziato e dinamico di quanto non restituiscano le rappresentazioni tradizionali», ha commentato Mauro Uniformi, presidente Conaf. «Non possono più essere considerate solo come sbocco specialistico del settore, ma devono diventare leva di interesse generale, in quanto sempre più immerse nei processi di trasformazione che segneranno il futuro del Paese e dell’Unione europea».

Una formazione eclettica

Riguardo alla formazione universitaria, dall’indagine emerge un trend positivo. I dati del Mur sull’andamento di iscritti e laureati nei corsi di studio necessari per l’iscrizione all’Ordine negli ultimi 15 anni, dal 2010 al 2025 - considerata la distinzione fatta dal Conaf tra titoli propedeutici all’ingresso nella sezione A dell’albo, vale a dire lauree specialistiche, e titoli vincolanti invece per l’iscrizione alla sezione B, ossia triennali - parlano di un generale incremento.

Nello specifico, crescono in maniera più significativa i nuovi iscritti alle lauree magistrali (+58,4 per cento) rispetto a quelle triennali (+1,2 per cento). Guardando poi nel dettaglio ai corsi, si nota un incremento diffuso in quasi tutti quelli specialistici (Ingegneria della sicurezza è quello che, sia in termini percentuali sia assoluti, presenta l’aumento più spiccato, seguito poi da Scienze tecnologiche e alimentari, Scienze per la cooperazione e lo sviluppo e Scienze e tecnologie agrarie). Una dinamica che riflette chiaramente il graduale riequilibrio che, nel tempo, si è fatto strada nell’offerta formativa: l’interdisciplinarietà corre più rapida della tradizione. E le nuove leve preferiscono percorsi accademici trasversali e innovativi, in grado poi di offrire più strade diverse per entrare nel mondo del lavoro.

Anche riguardo ai laureati, le evidenze sono positive: tra 2010 e 2024 si registra anche qui una crescita, sicuramente più marcata nel segmento dei laureati magistrali (63,2 per cento) e più modesto in quello dei laureati triennali (44,7 per cento). Quanto ai primi - che tra 2015 e 2021 hanno registrato un picco notevole - l’unico corso in decremento resta Ingegneria per l’ambiente e il territorio (che cala di oltre il 21 per cento), passando da un 29 per cento d’incidenza nel 2010 a circa il 14 per cento nel 2024. Il peso del settore, in ogni caso, resta tra i più alti e sta dietro solo a Scienze e tecnologie alimentari (che presenta un’incidenza di oltre il 16 per cento), Scienze e tecnologie agrarie (15,9 per cento) e Ingegneria della sicurezza (oltre il 14 per cento).

Rispetto, invece, ai laureati triennali, negli ultimi quindici anni sono cresciuti di circa 2300 unità, con ritmi sostenuti dal 2015 al 2020. A impattare su questa traiettoria sicuramente l’indirizzo delle biotecnologie, che da solo è cresciuto di 1160 laureati (circa il 53,8 per cento). Ma non solo: l’altro percorso che, in termini di volume, ha inciso è stato Scienze e tecnologie alimentari (+1059 unità e un’incidenza che, dal 2010 al 2024, è passata da 15,2% a 24,8%).

Opportunità professionali stabili

Quanto alle chance di carriera reperibili, i numeri emersi dal report (e incrociati con le banche dati di Almalaurea relative alle coorti di laureati del 2009 e del 2019) dimostrano nero su bianco che chi sceglie una delle facoltà abilitanti per l’esercizio della professione può contare su prospettive occupazionali quasi sempre consistenti, sia per rapidità dell’ingresso nel mondo del lavoro sia per stabilità sul lungo periodo e per reddito medio.

Osservando, ad esempio, i laureati nel 2009 e nel 2019 nei corsi di laurea magistrale abilitanti, si notano cifre confortanti rispetto alla composizione per genere. Che, numeri alla mano, sembra avvicinarsi molto alla parità. Non solo: tra 2009 e 2019 le laureate sono arrivate a superare numericamente i colleghi uomini (48,4 per cento nel 2009 e 50,6 per cento nel 2019). Riguardo all’età media, invece, si parla di 27,3 anni per i laureati del 2019 (+0,3 anni).

Spostando il focus sulla formazione post-laurea, la tendenza generale conferma quanto si concentri prevalentemente nella fase subito successiva alla fine degli studi, per poi dirardarsi col trascorrere del tempo (in sostanza, a tanti anni di distanza dalla laurea l’adesione è più marginale). Lo stage in azienda resta l’esperienza più diffusa, coinvolgendo oltre un quarto dei laureati, ma quote interessanti si ritrovano anche per master universitari e dottorato di ricerca.

Arrivando, finalmente, all’occupazione, dal confronto tra i due gruppi viene fuori che, a tre anni dalla magistrale, il tasso passa dall’85,9 per cento (per i laureati 2009 nel 2012) all’87,8 per cento (per i laureati 2019 nel 2022). Nello stesso range, cala il tasso di disoccupazione, di oltre quattro punti percentuali (da 10,1 per cento a 5,8 per cento). A cinque anni dalla laurea, la situazione cambia poco: l’occupazione cresce dall’85, 4 per cento nel 2014 (per i laureati 2009) a oltre il 90 per cento nel 2024 (per i laureati 2019), mentre la percentuale di disoccupati cala da 10, 4 a 4,5 per cento.

Tra i laureati 2019, il gap tra occupazione maschile e femminile è minimo (90,9 versus 89,1 per cento). E rispetto agli sbocchi, a tre anni dalla fine del percorso universitario, la maggioranza (oltre il 45 per cento; più del 59 per cento a cinque anni) svolge professioni legate all’area intellettuale, scientifica e di elevata specializzazione. Un numero rilevante si riscontra anche tra le professioni tecniche, mentre più contenuto il numero di chi si dedica a professioni esecutive nel lavoro d’ufficio (a tre anni dalla laurea circa 8, 2 per cento, a cinque anni al 3,5 per cento).

Il settore pubblico e il settore privato vedono, in entrambi casi e nel tempo, un salto in avanti. A tre anni dal titolo, la percentuale di occupati nel pubblico va dal 15,6 per cento per i laureati 2009 al 29,8 per cento per i laureati 2019; a cinque anni, invece, arrivano a 19,2 e 29,3 per cento. Il terziario sta in cima, assorbendo oltre la metà dei profili sia del 2009 sia del 2019 e in entrambi gli intervalli temporali. Seguono industria e settore primario.

Infine, spostando l’occhio a redditi e tipologie di contratto, la quota dei laureati magistrali senza contratto resta minima e tende a rimarginarsi col trascorrere del tempo dalla laurea, fino a diventare esigua. L’indeterminato cresce in maniera significativa (ad esempio, a cinque anni dalla laurea la quota di occupati indeterminati aumenta di 11,3 punti percentuali nella coorte 2009 e di 19 punti in quella 2019) e perdono sempre più terreno, invece, le opzioni di impiego transitorie. Anche per le retribuzioni, la prospettiva non è affatto negativa: nel confronto tra i due gruppi c’è un aumento degli stipendi medi sia per gli uomini sia per le donne. Tra i laureati 2009, tra terzo e quinto anno è pari a 124 euro per le donne (da 1065 a 1189) e a 161 per gli uomini (da 1291 a 1452), tra quelli 2019 invece 252 per le donne (da 1415 a 1667) e 301 euro per gli uomini (da 1534 a 1835).

Il gender pay gap è ben presente sia a distanza di tre sia a distanza di cinque anni, sebbene in quest’ultimo caso risulti evidentemente più contenuto (per il 2009 circa 226 euro, per il 2019 119 euro). In generale, gli stipendi medi nel decennio analizzato migliorano sensibilmente e in linea con l’arricchirsi dell’esperienza lavorativa, mentre il divario retributivo di genere diminuisce, senza però annullarsi.

L’ultimo elemento considerato, e non per peso specifico, è la soddisfazione che gli occupati laureati magistrali hanno espresso, sempre a tre e a cinque anni dalla laurea. E che, al netto di livelli elevati in entrambi i gruppi, è più alta tra i laureati 2019 già tre anni dopo la fine dell’università, con un punteggio medio di 7,8 su 10 (per il 2009 stava su 7,3). Anche a cinque anni, la coorte 2019 presenta valori più alti (7,8) di quella del 2009 (7,4).

Cambiando registro e dirottandolo, invece, sui dati emersi riguardo alle lauree triennali dal 2009 al 2023, le evidenze più interessanti riguardano sicuramente la composizione di genere: nel 2009 gli uomini rappresentavano oltre il 53 per cento dei laureati e le donne quasi il 47 per cento; negli anni successivi il divario si è ristretto e, dal 2013 - escludendo il periodo 2016-2017 - le quote rosa sono sempre state in maggioranza. Nel 2023 hanno toccato il 55,3 per cento dei laureati, mentre la controparte maschile sfiorava il 45 per cento. Si riduce in parallelo l’età media che, se nel 2009 era di 25,1 anni, nel 2023 arriva a 24,1.

Non è tutto: se per le magistrali i parametri ricorrenti sono livelli di occupazione alti, stabilizzazione graduale e retribuzioni in crescita, al netto di un gender pay gap che rimane, per le triennali i numeri restituiscono la propensione prevalente dei laureati a non fermarsi e a proseguire gli studi, affiancata da percorsi di inserimento lavorativo che tendono a essere sempre più ricorrenti e strutturati, spaziando tra professioni tecniche e settori ad alta expertise. Nell’insieme, insomma, si vede quanto il titolo universitario continui a fare la differenza sia come requisito d’accesso sia come bussola nell’orientare carriere e percorsi lavorativi.

La radiografia dell’Ordine

Se si accendono i riflettori sullo stato di salute dell’Ordine di categoria, il bilancio fa ben sperare ma c’è ancora da lavorare. Nel 2026, infatti, gli iscritti sono arrivati a quota 19593 unità, registrando un leggero decremento (-0,9 per cento) rispetto al 2016. La composizione vede una prevalenza della parte maschile: oggi gli uomini rappresentano oltre il 79 per cento degli iscritti (nel 2016 superavano l’81 per cento). Ma le donne si stanno lentamente facendo spazio: la loro incidenza - rispetto al 2016 - è cresciuta dal 18,8 per cento al 20,5 per cento.

Da non sottovalutare anche la distribuzione dei profili per range anagrafico: nel periodo 2016-2026 scendono al 66,5 per cento gli iscritti tra 36 e 65 anni (meno 13 punti percentuali rispetto al 2016, quando si attestavano a oltre il 79 per cento). In parallelo, cresce l’incidenza degli over 66: il segmento passa dall’8,0 al 19,5 per cento, provando nero su bianco un progressivo invecchiamento della categoria.

Ma il ricambio generazionale, seppur ancora germinale, c’è ed è un buon punto di partenza su cui lavorare per il futuro della professione: le nuove leve fino a 35 anni, dopo una fase di leggera contrazione tra 2016 e 2019, crescono, raggiungendo nel 2025 il 14,8 per cento. Valore che, al netto di una piccola flessione, nel 2026 si mantiene più o meno stabile a quota 14,1 per cento.

Il dato anagrafico condiziona anche il ventaglio delle qualifiche: le junior sono contraddistinte da una composizione mediamente giovane (33% agronomi e 29% forestali fino a 35 anni); quelle ordinarie, invece, assorbono profili tendenzialmente più maturi, con una prevalenza del range tra 36 e 65 anni.

Virando, invece, sul piano economico, nel periodo 2015-2023 il reddito medio aumenta del 24,5 per cento, con un consolidamento delle condizioni reddituali medie dei contribuenti (un laureato guadagna in media quasi 30mila euro l’anno).

La situazione, insomma, è chiara: avanza una platea professionale sempre più ampia. E soprattutto sempre più mutevole sia guardando all’età dei professionisti sia ai percorsi d’accesso. Se gli iscritti salgono, la tendenza generale strizza l’occhio a un invecchiamento progressivo della categoria, con segnali chiari di turnover che, seppur a velocità controllata, fanno ben sperare. Come fa ben sperare anche il trend positivo relativo all’andamento del reddito medio.

L’indagine tra i professionisti

Nell’indagine condotta su un campione operativo di oltre 1200 agronomi e forestali, si fanno strada spunti interessanti sul doppio binario della formazione universitaria prima e dell’occupazione poi. Proviamo a mettere in ordine cosa è emerso.

Tra le lauree triennali i percorsi prevalenti scelti dai ragazzi che si approcciano al percorso universitario sono Scienze e tecnologie agrarie e forestali (65,7% intervistati) e Scienze e tecnologie alimentari (32,8 per cento). Scienze e tecnologie agrarie, Scienze e tecnologie forestali e ambientali e Scienze zootecniche e tecnologie animali, invece, sono i circuiti prevalenti tra le lauree magistrali: a sceglierli, rispettivamente il 67,7%, il 21% e l’8,3 per cento dei laureati. Nel post-laurea, invece, dove è ancora necessario intersecare le competenze accumulate con l’esperienza sul campo, vincono il tirocinio (oltre 39 per cento del campione), i corsi di formazione (oltre 31 per cento) e le collaborazioni volontarie (oltre il 28 per cento). A stretto giro finiscono gli stage (23 per cento) e le borse di studio (oltre il 22 per cento).

Ma cosa spinge un neodiplomato a scegliere proprio questi corsi e, guardando più in là, questa carriera? Valori, interessi e sensibilità personale fanno da traino: in primis la passione per l’ambiente e per la natura, poi l’interesse per agricoltura e produzione di cibo e per la sostenibilità ambientale, cambiamento climatico e sviluppo sostenibile, seguito dall’interesse per innovazione e tecnologie.

Le prospettive occupazionali, invece, sembrano avere un peso più ridotto sul processo decisionale. E ancora più marginali sono le informazioni di contesto come la tradizione familiare e i consigli di amici e parenti.

Diventa invece un grande vantaggio la possibilità di accedere a curricula variegati, che ovviamente orientano anche quello che arriva dopo il titolo: l’agronomo non è più “costretto” ad accontentarsi solo di dirigere un’azienda agraria o prestare consulenza tecnica. Ma può ritagliarsi un ruolo negli enti di certificazione e gestione della qualità o nell’ambito della sicurezza alimentare e della gestione del patrimonio forestale.

Nella scelta tra lavoro dipendente e libera professione, le differenze sono spesso legate all’età. Dai dati sembra chiaro che la libera professione non venga tendenzialmente intrapresa come primo sbocco lavorativo dalle generazioni giovani (interessa oltre il 41 per cento degli under 35 e oltre il 45 per centro dei 35-44enni), che preferiscono forme dipendenti o combinate (tra gli under 34 il lavoro dipendente coinvolge il 40,2 per cento degli occupati, mentre chi opta per la soluzione ibrida tra gli under 34 sta nel 18 per cento, tra il 17,9 e il 20,6 invece chi ha un’età compresa tra 35 e 54 anni).

Restando sempre sugli occupati, tra gli intervistati arrivano al 90 per cento (48,1 per cento liberi professionisti e 28,4 per cento dipendenti, 14,4 per cento in opzione ibrida). Circa il 60 per cento dei neolaureati ha trovato lavoro dopo sei mesi dalla laurea: soprattutto negli anni dal 2020 al 2025 si accorciano i tempi di accesso al primo impiego, grazie sì alle politiche economiche ma anche a una maggiore domanda di lavoro. Il settore che, nel 2025, ha riportato la percentuale più alta di attività è quello della consulenza e del supporto alle aziende agricole (15 per cento), seguito da pubblica amministrazione (10,9 per cento), gestione ambientale (8 per cento), consulenza agronomica (7,6 per cento) e insegnamento e formazione (7,3 per cento). Tra i liberi professionisti vincono consulenza (in tutte le sue declinazioni) e supporto alle aziende agricole, gestione ambientale e forestale, pianificazione e gestione del verde, attività estimative e certificazioni di qualità. Per i lavoratori dipendenti è sicuramente la pubblica amministrazione il presidio princpale (24,3%), seguito da ricerca e sviluppo (14,8%) e insegnamento e formazione (oltre l’8%).

Stabilità sul lungo periodo e continuità occupazionale sono due punti fermi. Oltre l’83 per cento dei liberi professionisti intervistati, il 79,2 per cento di chi sceglie l’opzione ibrida e oltre il 69 per cento dei dipendenti ha dichiarato di avere ormai un posto da più di cinque anni.

E sul futuro? Le valutazioni positive riguardano più che altro il ruolo strategico del settore agrario-forestale nell’evoluzione delle politiche e delle priorità pubbliche. Quelle negative, invece, si legano piuttosto a fattori come frammentazione del mercato, sovraccarico normativo e pressione fiscale - penalizzanti soprattutto all’inizio - e scarso riconoscimento del ruolo negli equilibri della società.

Mettendo insieme i tasselli, quindi, viene fuori un risultato motivante: un sistema professionale in evoluzione, con buoni livelli di inserimento lavorativo, più percorsi tra cui scegliere, una certa continuità occupazionale sul lungo periodo, basi economiche solide e operatori mediamente soddisfatti (il 70% tra i liberi professionisti, quasi il 65% tra i dipendenti e oltre il 67% tra chi combina le due forme si è detto appagato con un punteggio di 4,5 su 5).

Non mancano ovviamente le zone d’ombra e le criticità, che possono essere gestite inquadrando il professionista come game changer. E sfruttando l’ampia offerta lavorativa, che permetterà all’agronomo o al forestale di assecondare le richieste mutevoli del mercato e soprattutto le proprie inclinazioni personali, a partire dal bagaglio accumulato tra i banchi universitari.

Le sfide

Cosa può fare, quindi, l’Ordine per garantire ai propri iscritti la massima tutela e la massima spinta verso risultati migliori? La priorità resta trasformare numeri e suggestioni in strategie operative. E accompagnare i professionisti per tutta la durata della loro vita lavorativa. La preparazione universitaria non basta se non è supportata da un aggiornamento continuo, ormai l’unica scorciatoia per non lasciarsi sopraffare dalle nuove domande sociali e plasmare la carriera in modo più fluido rispetto a prima. Anche alla luce di mutamenti normativi, tecnologici e di mercato più ricorrenti a cui occorre adeguarsi. E a cui rispondere, ad esempio, trasformando il long life learning in uno strumento strutturale, oltre che in un elemento di raccordo tra professione e innovazione.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti