Patrimonio culturale

Al V&A East di Londra l’accumulo di oggetti diventa esperienza

ll Victoria and Albert Museum East porta il deposito del museo dalle tenebre alla luce trasformando l’accumulo in esperienza. Il V&A sta al V&A East come la vetrina alla retrobottega

di Emanuele Papi*

Regno unito. Inghilterra. Londra. Kensington. In Exhibition Street, il Victoria & Albert Museum. Uno dei migliori musei al mondo dedicati alle arti decorative, dalle origini ai giorni nostri.  (Frances Stephane/Only World/AbacaPress.com)

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Al Victoria and Albert Museum – oggi abbreviato nel più sbrigativo V&A - l’età industriale mise in vetrina sé stessa nell’altolocato quartiere di South Kensington. Fondato nel 1852, il museo di Londra nasceva per educare il gusto, formare produttori e consumatori, offrire un repertorio di modelli alla manifattura britannica, e celebrare l’impero delle cose sotto lo sguardo di Londra. Non solo un tempio delle arti applicate, ma un laboratorio della modernità. Da allora ha accumulato oltre 2,8 milioni di oggetti - tessuti, ceramiche, arredi, sculture, gioielli, abiti, strumenti, architetture smontate - una vera enciclopedia della cultura materiale globale. Un’impresa ambiziosa e vertiginosa: raccogliere il mondo per dargli forma e insegnarlo.

Sdoppiamento per superare la liturgia del museo tradizionale

Oggi il V&A si è sdoppiato con il nuovo V&A East, che però non è un museo. O, meglio, lo è solo nella misura in cui costringe a ridefinire ciò che chiamiamo museo. Qui non vale più l’impressione di Paul Valéry: quel luogo che «esercita una sorta di costrizione» e da cui «si esce oppressi», come dopo aver ascoltato «dieci orchestre insieme», né trova conferma l’aforisma di Theodor W. Adorno: tra museo e mausoleo ci sono solo tre lettere di distanza. Al contrario, il V&A East tenta di sottrarre le opere a quella doppia condanna, portando il deposito dalle tenebre alla luce e trasformando l’accumulo in esperienza. Il V&A sta al V&A East come la vetrina alla retrobottega.

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Chi è abituato alla liturgia del museo tradizionale con gli oggetti messi in fila con ordine e disciplina resta spiazzato. Al V&A East la collezione sfugge alle maglie della selezione, della gerarchia e del silenzio: è accatastata ed esibita in massa. Non c’è un tragitto obbligatorio ma una libera esplorazione. Viene in mente la Wunderkammer, ma portata a scala industriale: una camera delle meraviglie con la logica del magazzino. Dove l’eccezione non è più l’oggetto raro, ma l’accumulo.

Amazon della cultura

Non a caso, l’immagine ricorrente è quella di un deposito Amazon della cultura. Può sembrare una provocazione, ma non lo è. Il visitatore non si limita a guardare: sceglie, richiede, attiva. Il principio è semplice e destabilizzante: non più ciò che il museo decide di mostrare, ma ciò che ciascuno decide di mettere in gioco, diventando il regista della propria scenografia.

Anche l’architettura partecipa a questo rovesciamento. L’edificio, progettato da O’Donnell + Tuomey, rinuncia alla retorica decostruttivista e lavora per pieghe e superfici continue. Non un sacrario dove entrare in punta di piedi, ma un organismo da attraversare in libertà. All’interno, lo spazio è continuo, stratificato, senza un vero inizio né una fine. Il museo non si visita: si percorre, come una città. Anche l’allestimento segna la distanza dal modello novecentesco: fine delle teche come dispositivi di separazione, fine dell’ordine cronologico come principio guida.

Il nuovo V&A si trova a East London che non è un fondale chic né neutro. È il territorio che Jack London raccontava ne Il popolo degli abissi: povertà, marginalità, densità umana. Oggi è l’ex area olimpica, dove la periferia di ieri diventa materia prima per la cultura di oggi. Il contesto, più di ogni dichiarazione, chiarisce il senso dell’operazione. Il museo diventa così uno degli strumenti per costruire una nuova centralità. Non è un caso che attorno si addensino altre istituzioni, media, spazi performativi. Una nuova Albertopolis, è stato detto, evocando il distretto vittoriano delle istituzioni culturali.

Accessibilità del deposito come scelta culturale

Il V&A East ha una portata che va oltre la museografia. Risponde a una condizione concreta: l’impossibilità, per le grandi istituzioni, di continuare a vivere sempre uguali a sé stesse, magari con qualche aggiornamento di facciata. Nei musei europei la sacralità dell’esposizione continua a prevalere sulla circolazione della conoscenza. I depositi sono spazi chiusi, invisibili, quasi imbarazzanti, e custodiscono percentuali altissime delle collezioni, spesso superiori al novanta per cento. Renderli accessibili non è solo una scelta culturale, ma una necessità strutturale. In questo senso, il V&A East è anche una soluzione. «Everything solid melts into air», scrivevano Marx ed Engels: anche il museo sembra dissolvere le proprie certezze, senza rinunciare a dirci, ancora una volta, come guardarlo.

*Direttore della Scuola Archeologica di Atene

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