Al V&A East di Londra l’accumulo di oggetti diventa esperienza
ll Victoria and Albert Museum East porta il deposito del museo dalle tenebre alla luce trasformando l’accumulo in esperienza. Il V&A sta al V&A East come la vetrina alla retrobottega
di Emanuele Papi*
3' di lettura
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Al Victoria and Albert Museum – oggi abbreviato nel più sbrigativo V&A - l’età industriale mise in vetrina sé stessa nell’altolocato quartiere di South Kensington. Fondato nel 1852, il museo di Londra nasceva per educare il gusto, formare produttori e consumatori, offrire un repertorio di modelli alla manifattura britannica, e celebrare l’impero delle cose sotto lo sguardo di Londra. Non solo un tempio delle arti applicate, ma un laboratorio della modernità. Da allora ha accumulato oltre 2,8 milioni di oggetti - tessuti, ceramiche, arredi, sculture, gioielli, abiti, strumenti, architetture smontate - una vera enciclopedia della cultura materiale globale. Un’impresa ambiziosa e vertiginosa: raccogliere il mondo per dargli forma e insegnarlo.
Sdoppiamento per superare la liturgia del museo tradizionale
Oggi il V&A si è sdoppiato con il nuovo V&A East, che però non è un museo. O, meglio, lo è solo nella misura in cui costringe a ridefinire ciò che chiamiamo museo. Qui non vale più l’impressione di Paul Valéry: quel luogo che «esercita una sorta di costrizione» e da cui «si esce oppressi», come dopo aver ascoltato «dieci orchestre insieme», né trova conferma l’aforisma di Theodor W. Adorno: tra museo e mausoleo ci sono solo tre lettere di distanza. Al contrario, il V&A East tenta di sottrarre le opere a quella doppia condanna, portando il deposito dalle tenebre alla luce e trasformando l’accumulo in esperienza. Il V&A sta al V&A East come la vetrina alla retrobottega.
Chi è abituato alla liturgia del museo tradizionale con gli oggetti messi in fila con ordine e disciplina resta spiazzato. Al V&A East la collezione sfugge alle maglie della selezione, della gerarchia e del silenzio: è accatastata ed esibita in massa. Non c’è un tragitto obbligatorio ma una libera esplorazione. Viene in mente la Wunderkammer, ma portata a scala industriale: una camera delle meraviglie con la logica del magazzino. Dove l’eccezione non è più l’oggetto raro, ma l’accumulo.
Amazon della cultura
Non a caso, l’immagine ricorrente è quella di un deposito Amazon della cultura. Può sembrare una provocazione, ma non lo è. Il visitatore non si limita a guardare: sceglie, richiede, attiva. Il principio è semplice e destabilizzante: non più ciò che il museo decide di mostrare, ma ciò che ciascuno decide di mettere in gioco, diventando il regista della propria scenografia.
Anche l’architettura partecipa a questo rovesciamento. L’edificio, progettato da O’Donnell + Tuomey, rinuncia alla retorica decostruttivista e lavora per pieghe e superfici continue. Non un sacrario dove entrare in punta di piedi, ma un organismo da attraversare in libertà. All’interno, lo spazio è continuo, stratificato, senza un vero inizio né una fine. Il museo non si visita: si percorre, come una città. Anche l’allestimento segna la distanza dal modello novecentesco: fine delle teche come dispositivi di separazione, fine dell’ordine cronologico come principio guida.






