Sicurezza

Allargamento Ue, Bruxelles accelera: nuovi ingressi entro il 2030 per rafforzare la sicurezza europea

La Commissione europea considera prioritario l’ingresso di nuovi Paesi nell’Unione per questioni di sicurezza e stabilità geopolitica. Nuovi ingressi entro il 2030, Montenegro e Albania le candidature più avanzate

di Margherita Ceci

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Per la prima volta dalla sua istituzione, il summit della Comunità politica europea – il vertice sul futuro dell’Europa arrivato all’ottava edizione – ha visto la partecipazione di un Paese extra-europeo. Lunedì 4 maggio, nella città di Erevan in Armenia, a discutere di vicinato e cooperazione nel Vecchio continente c’era anche il Canada, con il suo premier Mark Carney. Una presenza inusuale che non è passata inosservata: l’Unione europea sta rafforzando la sua rete di intese, tanto da portare alcuni politici a teorizzare una Ue intercontinentale (del ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, la dichiarazione sul possibile ingresso del Canada nella Ue; a cui ha fatto seguito quella del presidente finlandese Alexander Stubb, che ha suggerito a Carney di pensarci su).

Politiche di allargamento e vicinato

Suggestioni a parte, che l’Europa stia ridefinendo il suo ruolo nella scacchiera internazionale è un dato di fatto. Non a caso, le politiche di allargamento e vicinato compaiono tra le priorità strategiche del bilancio 2028-34 proposto dalla Commissione. Una linea condivisa dal Parlamento, che sottolinea come l’aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina abbia dimostrato «che il mancato allargamento comporta costi strategici significativi e compromette la sicurezza e la stabilità in tutto il continente». Sarebbe stata proprio «la stagnazione del processo di allargamento negli ultimi anni» – si legge nell’ultima risoluzione – a creare un vuoto, «aprendo la strada alla Russia, alla Cina e ad altri attori malevoli».

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È in questo vuoto e nel tentativo di colmarlo che l’Unione sta giocando la sua partita. Da una parte il Cremlino interferisce nel processo di adesione alla Ue dei Balcani occidentali tramite operazioni di guerra ibrida, interferenze elettorali e campagne di manipolazione delle informazioni; dall’altra la Cina continua a estendere la propria influenza sui Paesi del Middle Corridor – in particolare la Georgia, con cui ha stipulato un accordo commerciale –, il corridoio Asia-Europa alternativo alla rotta russa.

In questo scenario, l’allargamento diventa «un investimento geopolitico», come sottolineato dalla vicepresidente della Commissione europea, Kaja Kallas. «Non un di più, ma una necessità se vogliamo essere un attore più forte sulla scena mondiale. Ora la finestra è spalancata: l’adesione di nuovi Paesi all’Unione entro il 2030 è un obiettivo realistico». In effetti, se Montenegro e Albania si dichiarano pronti a concludere i negoziati tra 2026 e 2027, il dossier ucraino continua ad accelerare, così come quello della Moldavia.

Tutela dello stato di diritto

Ma le nuove condizioni poste da Bruxelles sono chiare: niente riforme, niente risorse. Chi vuole entrare e accedere ai finanziamenti di pre-adesione dovrà soddisfare le richieste dei dossier: roaming, pagamenti Sepa, mercato unico, energia, cooperazione industriale. E stato di diritto. Su questo la nuova politica di allargamento è molto chiara: non dovranno esserci carenze nel processo preliminare, per evitare «un regresso democratico in seguito all’adesione all’Ue», come accaduto in Ungheria e Polonia. Paesi in cui i governi, dopo l’ingresso in Unione, sono intervenuti con forza sullo Stato di diritto, sottomettendo il potere giudiziario al controllo politico, limitando la libertà di stampa e modificando la costituzione.

Politica agricola e di coesione

C’è però un altro punto a cui l’Unione sta mettendo mano: la politica agricola e di coesione. Secondo le stime della Dg Bilancio, l’ingresso della sola Ucraina produrrebbe sul bilancio europeo un costo netto tra gli 11,4 e i 19,6 miliardi di euro all’anno. Nel caso di un allargamento esteso a tutti i Paesi candidati, si stima una riduzione del 24% delle risorse della politica di coesione per 15 Stati membri. Da qui la spinta del Parlamento per attuare riforme finanziarie, così da «garantire che il bilancio dell’Ue mantenga la capacità di mettere in atto i programmi e le priorità politiche esistenti», anche dopo l’ingresso di Paesi in maggiori difficoltà economiche.

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