Allenarsi allo sforzo cognitivo per difendersi dalla comodità dell’Ai
La responsabilità giuridica degli algoritmi fra i temi trattati nella terza giornata di «Talk to the future»
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Di chi è la responsabilità se l’intelligenza artificiale produce danni. E dove si può trovare la verità nell’attuale epoca di appiattimento cognitivo e di facile e veloce diffusione di notizie false e fatti non verificati. Queste due domande sono state al centro del dibattito che si è tenuto ieri pomeriggio, durante la terza giornata di «Talk to the future», la manifestazione organizzata dall’Ordine degli avvocati di Milano e dedicata al confronto tra Ai, diritto e società.
L’influenza dell’Ai
Si parte da un evento impensabile, fino a qualche tempo fa, per le democrazie liberali: l’annullamento delle elezioni – è accaduto in Romania il 6 dicembre 2024 – per le numerosissime interferenze straniere che si sono registrate sui social media da parte di una potenza straniera. «La novità non sta certo nel tentativo di influenzare l’esito di un’elezione, ma di poterlo fare da remoto, con facilità e con un dispendio economico contenuto», spiega Matteo Flora, imprenditore e professore a contratto presso la European School of Economics e l’Università di Pavia. «È stato dimostrato sia che l’Ai convince di più le persone di un’idea politica rispetto a un essere umano sia che i modelli che funzionano meglio sono quelli che mentono di più perché più rispondenti ai nostri pregiudizi».
Gli studi scientifici ricordati da Elisabetta Fersini, professoressa alla Bicocca e presidente dell’Associazione italiana di linguistica computazionale, mostrano l’adagiamento cognitivo che si prova usando gli strumenti di Ai, il senso di comprensione e accoglimento simile a quello che si sperimenta nella relazione terapeuta-paziente e l’importanza di definire, a livello normativo, quale contenuto sia sicuro per noi utenti.
Allenamenti e norme
«È sicuramente necessario porre dei guardrail normativi tanto che oggi la frontiera giuridica si interroga sulla responsabilità dell’algoritmo», commenta Alessandro Mezzanotte, consigliere dell’Ordine degli avvocati di Milano. «A mio avviso una qualche forma di responsabilità da parte delle piattaforme deve emergere a livello normativo, specialmente in relazione al design delle stesse. È molto interessante, infatti, la class action inibitoria in corso al Tribunale delle Imprese di Milano contro Meta e TikTok, portata avanti da Moige».
L’intelligenza artificiale sta portando a compimento un processo avviato decenni fa con la nascita di Google, ovvero utilizzare scorciatoie cognitive, perdendo la capacità di fare domande, perché la macchina è troppo comoda. L’Ai, inoltre, è affetta da quella che nel mondo anglosassone si definisce «sycophancy», ovvero una modalità di risposta assertiva e accondiscendente particolarmente preoccupante se si pensa che otto minori su 10 negli Stati Uniti preferiscono parlare di cose serie con l’Ai invece che con un essere umano, convinti della neutralità della tecnologia. «Altri dati dimostrano che chi usa l’Ai è più convinto di avere ragione e meno disposto a chiedere scusa, mentre sette persone su dieci non si fidano di chi ha un’opinione diversa dalla propria», conclude Flora. «L’investimento più grande che possiamo fare, quindi, è allenarci a fare sforzi cognitivi perché è lì che si trova la verità».







