Professionisti

Avvocati e Ai, rischio disparità di accesso fra piccoli e grandi studi

Nella seconda giornata di Talk to the future, l’iniziativa dell’Ordine forense di Milano, focus su sicurezza e formazione

di Camilla Colombo

2' di lettura

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L’impatto della rivoluzione dell’intelligenza artificiale pari a quello della rivoluzione industriale. Se la trasformazione a cavallo dell’Ottocento ha cambiato radicalmente la forza lavoro, l’innovazione in corso negli ultimi anni incide in maniera significativa sulla gestione della conoscenza. Specialmente per chi svolge, per professione, un ruolo di disintermediazione, di gatekeeping.

È il caso dell’avvocatura che, nella seconda giornata di Talk to the future, la terza edizione dell’iniziativa realizzata dall’Ordine degli avvocati di Milano, si concentra su alcuni punti fondamentali: l’attenzione alle disuguaglianze, determinate soprattutto dai costi di accesso all’intelligenza artificiale; l’importanza di una formazione in costante aggiornamento; la qualità del dato; un uso critico e consapevole dello strumento.

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La ricerca

L’occasione per fare il punto sullo stato dell’arte fra Ai e giustizia è la survey svolta in collaborazione fra l’Ordine forense di Milano e Il Sole 24 Ore. Per il presidente dell’Ordine, Antonino La Lumia, i dati che hanno visto salire dal 32,9% al 54,5%, in un anno, gli avvocati utilizzatori abituali «sono confortanti e non sorprendenti perché confermano una crescita consapevole dell’uso dell’intelligenza artificiale nella professione. L’Ai viene concepita come strumento servente e cooperativo, non da temere».

A preoccupare è piuttosto la diversa disponibilità economica negli investimenti in Ai fra grandi e piccoli studi che può aprire al rischio di disuguaglianze da evitare. «Sono convinto che ci sarà una sempre maggiore adesione all’aggregazione diffusa multidisciplinare: sarà il fattore di crescita per l’avvocatura italiana nei prossimi cinque, dieci anni», commenta La Lumia, sottolineando il valore della formazione e il ruolo attivo degli Ordini professionali nel democratizzare l’accesso all’Ai anche tramite fornitori e piattaforme condivisi.

Sugli stessi temi si è espresso l’avvocato Niccolò Abriani, dicendo che «l’Ai può ridurre la forbice fra grandi e piccoli studi e che la formazione deve essere aperta a tutti, ma con un’attenzione particolare al modo in cui si deve insegnare a monitorare le risposte fornite dall’Ai, per valutarne la correttezza». «Per seguire l’evoluzione tecnologica, bisogna sapere cosa accade», gli fa eco la professoressa di Diritto dell’economia, Allegra Canepa. «Alla formazione sugli strumenti innovativi va affiancata l’abitudine al ragionamento critico, fondamentale anche per rispettare una richiesta, non facile da osservare, prevista dal Ddl sull’intelligenza artificiale: saper spiegare ai clienti, in modo semplice, diretto e chiaro, l’uso dell’Ai nell’avvocatura».

Formazione e sicurezza

Carlo Gagliardi, legal leader Dcm di Deloitte, fa una sintesi di due temi chiave: la formazione, evidenziando come la piramide del mondo consulenziale rischi di diventare un diamante, tagliando via, alla base, i professionisti più giovani – «e qui la sfida della competenza è far diventare senior i giovani, con un upskilling che parta già dall’università. Perché la professione oggi deve unire law, tech e management». E, poi, l’ingresso di capitale negli studi professionali: «Se alla tecnologia in costante evoluzione si aggiunge un equity importante la trasformazione rischia di essere più che repentina».

Il coordinatore del Tavolo Ai e Giustizia dell’Ordine forense milanese, Giuseppe Vaciago, ricorda, infine, i rischi cyber: «Da novembre 2022 le mail di phishing sono aumentate del 1265%, dimostrando che l’Ai può essere messa anche al servizio delle truffe. Il tema della sicurezza informatica e della privacy deve essere affrontato con un cambio culturale».


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